Pasolini al «Corriere della Sera» /4: sfruttare le polemiche

 di Valerio Valentini

Gli italiani non sono più quelli, 10-06-74

Ho definito quella di Pasolini collaboratore del «Corriere della Sera» come la “poetica dell’urgenza”. Le principali caratteristiche di questa poetica – veemenza, radicalità, tendenza alla reiterazione – emergono soprattutto dal dialogo con gli altri intellettuali. Negli ultimi tre anni della sua vita Pasolini modifica sensibilmente il modo di intendere il suo rapporto con scrittori, giornalisti ed esponenti politici, assumendosi ora tutto il peso della polemica e del dibattito, spesso aspri, che i suoi scritti provocano.
Se è vero che il gusto della provocazione e la voluttà nell’affrontare in maniera stravagante temi delicati sono attributi peculiari di tutta la carriera di Pasolini – viene da dire: della sua indole – è altrettanto vero che, per tutti gli anni ’50 e ‘60, quegli attributi si manifestavano attraverso opere artistiche di cui un’ampia parte di pubblico a stento comprendeva implicazioni e valenze sociali e politiche. Si trattava di incursioni folgoranti e spesso scandalose, ma destinate in molti casi a risultare scarsamente incisive nel dibattito quotidiano, a causa del loro sperimentalismo e della loro estemporaneità. Inoltre, tutte le opere di Pasolini, in quanto espressioni artistiche, erano di fatto protette da quella che Franco Fortini ha definito “immunità dalla confutazione”: nel momento in cui ricevevano critiche o contestazioni, esse si rifugiavano infatti “nell’extraterritorialità lirica”1. Fino agli inizi degli anni ’70 l’artista Pasolini, “se era messo alle strette per i suoi giudizi e gli atteggiamenti pratici e intellettuali tendeva a volgere il discorso in sofisma, in dialettica d’apparato, a invocare l’irresponsabilità del nume poetico”2.
Il Pasolini articolista del «Corriere della Sera», invece, rinuncia a quell’immunità e si getta nello scontro, accoglie con intima soddisfazione le critiche e non si risparmia mai di replicarvi, anche a costo di ripetersi. La poetica dell’urgenza, dunque, si concretizza in un furioso e inesausto slancio invettivo che travolge pressoché tutti gli interlocutori. Uno slancio che, col passare del tempo, impedisce letteralmente allo scrittore di tacere le sue convinzioni, e che concorre, insieme al suo incontrollato egocentrismo, a renderlo odiosamente insopportabile agli occhi di molti intellettuali. Già nel 1971 Franco Fortini polemizza, sulle pagine di «Quaderni piacentini», proprio sul fatto che “molte cose Pasolini sa fare. Non la più importante per lui: che sarebbe di stare un po’ zitto”3. E se quest’accusa è, appunto, del 1971, negli anni successivi l’ansia di partecipazione alla discussione politica e intellettuale si farà ancora più compulsiva in Pasolini, senza che questo venga da lui avvertito come un’anomalia. Tanto che, in una replica a Calvino pubblicata su «Il Mondo» del 30 ottobre 1975, egli sembra rispondere a distanza all’accusa di Fortini di quattro anni prima, ammettendo di non “essere stato in grado” di starsene zitto, ma ribadendo, come “stupendamente” insegna “uno storico cinese”, che “«bisogna aver molto parlato per poter tacere»”4. Semmai, Pasolini arriva a considerare anomala l’indolenza con la quale tanti suoi colleghi decidono di rispondere ad alcune sue provocazioni.
Va notato, ancora una volta, che le lamentele a proposito della sua condizione di isolato sono una costante nella carriera di Pier Paolo Pasolini. Già nel 1969, sulle colonne di «Tempo», egli si lamentava di essere “completamente solo”, arrivando a sostenere: “la mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”5. È però impressionante l’intensità con cui Pasolini, proprio negli ultimi mesi della sua vita, si sente e si descrive come un intellettuale lasciato ad urlare da solo, a confrontarsi soltanto con la propria eco. È vero che spesso questi lamenti appaiono piuttosto patetici; ed è altrettanto vero che nel presentarsi come un polemista condannato dai colleghi alla solitudine, Pasolini ricorre ad una sorta di “effetto teatrale”, come scrive di nuovo Fortini, un “effetto di monologo tragicomico” che è paradossale se si tiene conto di un profonda contraddizione: “una voce clamante nel deserto non può usare un microfono”6. Tuttavia, è un dato di fatto che molti intellettuali rifiutano il confronto diretto con Pasolini, soprattutto in virtù dell’innegabile prepotenza con la quale lo scrittore tende a stabilire i confini del dibattito. Polemizzare con Pasolini, in quei mesi, significa “scendere su un livello” che finisce inevitabilmente col fare “il suo gioco”; piuttosto, “con Pasolini l’unica è fare come se non esistesse”7. È quanto scrive Italo Calvino in una lettera a Giorgio Manganelli, nel gennaio 1975.
Che sia per pretattica o per rifiuto di abbassarsi al suo livello, è comunque innegabile che a molti degli articoli di Pasolini – soprattutto quelli in cui vengono formulate le accuse alla DC e le analisi sulle masse criminaloidi dei giovani italiani, tra il marzo e l’ottobre del ’75 – quasi nessuno risponda se non in maniera vaga, pretestuosa o fugace. Nessuno, né politico né intellettuale – fatte salve poche eccezioni – accetta di accompagnare Pasolini in quella sua furente, e spesso scomposta, ricerca di idee per una riforma radicale della società, al fine di renderle concrete e attuabili. Di questa scarsità di repliche, Pasolini a volte si fa un vanto, considerandola come una palese mancanza di argomentazioni da opporre alle sue denunce che si risolve in un “silenzio sepolcrale”; altre volte, invece, rinfaccia con astio ai suoi interlocutori questo loro silenzio.

L’immagine dei potenti democristiani ammanettati tra i carabinieri è un’immagine su cui riflettere seriamente.
Ma devo farlo solo io, in mezzo a un bosco di querce? Questa volta non mi va di essere ignorato, snobbato, lasciato solo al mio monologo […]. Farò dunque un appello nominale, sia pur limitato e un po’ fazioso8.

E così arriva a convocare, ad un ipotetico tavolo di discussione, uno per uno, Leo Valiani e Claudio Petruccioli; Giorgio Bocca e Alberto Moravia; Giuseppe Branca e Livio Zanetti, che Pasolini inizialmente confonde con Vittore Branca e Italo Zanetti, salvo poi correggersi, il giorno seguente, con una breve lettera chiarificatrice al «Corriere». (Anche la furia è una caratteristica della poetica dell’urgenza, la furia che fa “tremare le mani”9). Tra questi, solo Valiani risponderà. E a tutti gli altri, con l’aggiunta di Italo Calvino, Pasolini imputerà la colpa di restare colpevolmente in silenzio: un “silenzio che è cattolico”, egli scrive, alludendo ad un loro mutismo all’ombra del potere, proprio nella Lettera luterana a Italo Calvino pubblicata su «Il Mondo» il 30 ottobre. Calvino non avrà modo di replicare al suo interlocutore vivo: risponderà il 4 novembre, nell’Ultima lettera a Pier Paolo Pasolini, sulla prima pagina dal «Corriere della Sera».

Non era vero che io non avessi detto la mia: solo che io la facevo entrare in altri discorsi senza nominarlo mai: lui capiva benissimo che lo facevo per non dare soddisfazione al suo personalismo, ma invece di ripagarmi con la stessa moneta, mi prendeva di petto, come era nel suo temperamento10.

La verità, però, è che Pasolini non sarebbe mai stato capace di “ripagare” i suoi interlocutori reticenti “con la stessa moneta”. Glielo impediva, sicuramente, la sua ansia di dimostrare la superiorità delle proprie convinzioni; ma soprattutto un altro fattore, a cui occorre prestare particolare attenzione. Durante la sua collaborazione al «Corriere», Pasolini sviluppa una capacità per certi versi nuova, o quantomeno la rende estremamente efficace: quella di sfruttare le critiche e gli attacchi degli avversari. È come se nel corso delle varie polemiche che si trascinano, spesso anche per settimane, Pasolini riuscisse via via a formulare meglio il suo ragionamento, a corredarlo di corollari e chiose tutt’altro che accessorie, a stemperarlo nei suoi paradossi, col risultato di ridimensionare spesso alcune sue proposte che in prima istanza risultavano eccessive. Fortini ha parlato, a ragion veduta, di una particolare “resilienza di Pasolini alle critiche”11; io credo che quella di Pasolini possa essere addirittura pensata come una capacità, subdola e geniale, di speculare sulle critiche.
Il processo si ripete più volte: il primo articolo che Pasolini scrive su un tema che ritiene importante è puntualmente quello più scandaloso e radicale, e ottiene di calamitare l’attenzione e le critiche degli altri intellettuali. Quando questi hanno attaccato le sue tesi nelle parti più estreme, allora Pasolini risponde indignato: quasi sempre dice di non essere stato compreso, talvolta denuncia una vera e propria malafede nei suoi interlocutori. Ma questo gli serve per proporre una versione meno provocatoria e più ragionevole delle sue argomentazioni. Il risultato finale è che Pasolini riesce, anche se non sempre in maniera efficace, a garantire un enorme impatto mediatico alle sue proposte, che lui ritiene essere le uniche davvero eretiche nella folla di prudenti e conformistiche affermazioni da parte degli esponenti di un progressismo di facciata.
E non è un caso se ancora oggi di Pasolini in molti ricordano l’accusa al PCI di “aver perso” il referendum sul divorzio o la proposta di “abolire” la scuola dell’obbligo e la televisione. Questo succede perché nella memoria comune resta impressa l’affermazione apparentemente più assurda, la provocazione più corrosiva. Ma in realtà Pasolini, in molti casi, quelle affermazioni e quelle provocazioni ha finito col ricalibrarle in maniera sostanziale.
Per rimanere sugli esempi appena citati, il 10 giugno 1974 Pasolini afferma che “la vittoria del «no» è in realtà una sconfitta non solo di Fanfani e del Vaticano, ma, in certo senso, anche di Berlinguer e del Partito comunista”12. Il 26 luglio, in un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» col titolo Abrogare Pasolini – ma significativamente antologizzato negli Scritti corsari come In che senso parlare di una sconfitta del Pci al referendum – Pasolini risponde alle accuse di Maurizio Ferrara, che ha contestato le sue affermazioni circa l’ipotetica disfatta del PCI.

Ora, anche un bambino avrebbe capito la «relatività» di tale affermazione: e che mentre la parola «sconfitta», riferita alla Dc e al Vaticano, suona nel pieno significato letterale e oggettivo, la stessa parola riferita al Pci, ha un significato infinitamente più sottile e composito13.

Passano poche settimane, e durante un dibattito alla Festa dell’Unità di Milano, quindi una sede più defilata, Pasolini ridimensiona ancora il suo giudizio e ammette che quella al PCI è stata piuttosto una critica volta a spronare militanti e dirigenti a farsi interpreti di un cambiamento profondo e non formale.

Per questo mi è accaduto di dire – in maniera troppo violenta ed esagitata, forse – che nel «no» vi è una doppia anima: da una parte un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un progresso falso […]. Ecco perché […] io posso giungere anche a una previsione di tipo apocalittico, ed è questa: se dovesse prevalere, nella massa dei «no», la parte che vi ha avuto il potere, sarebbe la fine della nostra società. Non accadrà, perché appunto in Italia c’è un forte Partito comunista […]14.

La stessa procedura si ripropone più di un anno dopo. Sul «Corriere della Sera» del 18 ottobre 1975 Pasolini formula due proposte “per eliminare la criminalità in Italia”: “abolire immediatamente la scuola media d’obbligo” e “abolire immediatamente la televisione”. Non solo: “quanto agli insegnanti e agli impiegati della televisione”, essi “semplicemente possono essere messi sotto cassa integrazione”15. Quattro giorni dopo, sempre sul «Corriere», Moravia critica le proposte di Pasolini, che il 29 ottobre chiarisce, ancora sul quotidiano di via Solferino:

[…] va detto che le mie «due modeste proposte» di abolizione intendevano chiaramente riferirsi a una abolizione provvisoria. […] In altre parole chiamavo in causa il Pci, le migliori forze di sinistra ecc., il cui interesse per una radicale riforma della scuola e della televisione non dovrebbe essere messo in dubbio […]16.

E alla fine conclude: “infatti la mia proposta di «abolizione» – ancora una volta – non è che la metafora di una radicale riforma”17.
Questo modo di intendere la comunicazione giornalistica e di sfruttare le polemiche ha secondo me almeno un precedente molto importante, che riguarda Il Pci ai giovani!!. Anche in quel caso, è evidente come, nella vulgata, Pasolini sia l’intellettuale anticonformista che si schiera al fianco dei poliziotti durante gli scontri di Valle Giulia. Ma, al di là delle numerose letture che da oltre quarant’anni di quella poesia si danno, va detto che pure in quella circostanza, nel suo desiderio di dare ampia risonanza ad una sua personale lettura dei fatti, Pasolini ha voluto provocare lo scandalo, consapevole che le sue parole sarebbero risultate equivoche. Salvo poi intervenire, a più di un anno di distanza, nella rubrica Il caos, per spiegare il vero senso delle sue affermazioni:

Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma […]: nessuno […] si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l’attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia […]. Nessuno […] si è soffermato su questo: e tutti si sono soffermati al primo paradosso introduttivo appartenente ai formulari della più ovvia ars retorica18.

Quella di speculare sulle critiche è già a fine anni ’60, dunque, una qualità del polemista Pasolini, ma è una qualità che sembra scoppiargli tra le mani: il procedimento di progressiva ricalibratura delle tesi, nel caso di Il Pci ai giovani!!, appare decisamente macchinoso, e di fatto lo scrittore si vede costretto ad ammettere la paradossalità delle proprie provocazioni per non rimanere schiacciato tra le contraddizioni che esse implicano. Quando approda al «Corriere della Sera», invece, Pasolini non lascia mai che la sua tendenza a ricercare una continua formulazione in fieri delle sue tesi, nel corso delle polemiche, si manifesti evidente o lo costringa a recedere. Ogni articolo completa e precisa il precedente, fino ad ottenere un risultato imprevedibile: le iniziali provocazioni vengono stemperate negli articoli successivi, ma al contempo, proprio in virtù di quelle attenuazioni, le tesi di Pasolini finiscono col risultare sempre più accettabili, fino a diventare legittime nella loro interezza, e dunque anche nelle parti più radicali.
È questa un’ulteriore e fondamentale componente di quella poetica dell’urgenza che caratterizza la stagione corsara e luterana di Pier Paolo Pasolini. La sua “disperata vitalità”, di fronte al pericolo tremendo e concreto di dover rinunciare per sempre all’oggetto del proprio amore – l’Italia “di prima della scomparsa delle lucciole” – non rifugge neppure da metodi ambigui e sleali: Pasolini si propone ideologo radicale e incorruttibile, ma in realtà pretende che i suoi lettori interpretino moderatamente le sue provocazioni, cogliendo in esse quanto c’è di ragionevole e ammissibile. Cinicamente, Pasolini opera allo stesso modo di un minatore: l’articolo d’esordio intorno a qualsiasi tema da lui affrontato è l’esplosivo che serve a frantumare la parete rocciosa delle convinzioni comunemente e conformisticamente accettate; i successivi lavorano di piccozza e scalpello per estrarre la materia pregiata, la reale proposta sulle cui basi tentare – a Pasolini, nel 1975, quest’illusione non doveva apparire del tutto ingenua – insieme alle parti migliori della classe dirigente e intellettuale italiana, di ricostruire un Paese dalle sue macerie.


1. Fortini, Franco, Attraverso Pasolini, Torino, Einaudi 1993, pp. 153-154.
2. Ivi, p. XII.
3. Ivi, p. 44.
4. Pasolini, Pier Paolo, Lettere luterane, Torino, Einaudi 2003, p. 180.
5. Id., La mia provocatoria indipendenza, in Id., Saggi sulla politica e sulla società, p. 1173.
6. Fortini, Attraverso Pasolini, cit., p. 199.
7. Cfr. Andrea Cortellessa, Misero e impotente Socrate. Sul Pasolini “corsaro e luterano”, «Zibaldoni e altre meraviglie».
8. Pasolini, Lettere luterane, cit., p. 122.
9. Ivi, p. 123.
10. Calvino, Italo, Ultima lettera a Pier Paolo Pasolini, «Corriere della Sera», 4 novembre 1975.
11. Fortini, Attraverso Pasolini, cit., p. 216.
12. Pasolini, Scritti corsari, cit., p 39.
13. Ivi, p. 71.
14. Ivi, p. 230.
15. Id., Lettere luterane, cit., p. 169.
16. Ivi, p. 176.
17. Ivi, p. 177.
18. Id., I cappelli goliardici, in Id., Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Milano, Mondadori 1999 p. 1210.

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