Bonsai #33 – Annie Ernaux, Il Posto

di Francesca Fiorletta

il posto

[Il posto di Annie Ernaux è finalmente pubblicato in Italia da L’orma Editore (Roma, 2014) nella traduzione di Lorenzo Flabbi. Annie Ernaux è una delle maggiori scrittrici francesi viventi, conosciuta sopratutto per le sue autofiction. Il posto, racconto a carattere autobiografico, venne pubblicato da Gallimard nel 1983 e vinse il premio Renaudot. Il libro è oggi considerato un piccolo classico della letteratura francese.]

Ecco un libro che si legge in un’ora, un libro in cui è raccolta tutta una vita.

Semplicemente, è la vita di un padre, un uomo nato e cresciuto a Y* (una provincia normanna della Senna Marittima) che da contadino si è prima fatto operaio e poi gestore di un piccolo bar-drogheria vicino la stazione locale, punto di ritrovo per l’intera comunità.

La storia di quest’uomo è raccontata appunto da sua figlia, con estrema evidenza innamorata di lui, sebbene talora con lui in conflitto, specialmente durante gli anni delicatissimi dell’adolescenza. Lei passa il tempo sui libri, studia Lettere Moderne, alla fine (o meglio, proprio all’inizio del libro) supera l’esame per diventare professoressa “di ruolo”. Le sue prospettive si discostano di molto, dunque, dall’orizzonte culturale e lavorativo della sua famiglia, ma questo apparente scollamento non fa che accrescere l’ammirazione e il profondo rispetto col quale Annie riesce a descrivere minuziosamente tutte le più intime sfumature, fisiche e caratteriali, dell’uomo onesto e arguto che l’ha messa al mondo.

Ho detto Annie, perché siamo proprio davanti a un racconto autobiografico, cosa che contribuisce in maniera a parer mio assai rilevante ad accrescerne il fascino, la purezza e l’assoluta empatia di sentimenti. Suo padre, di indole e inclinazione assai modesta eppure particolarmente fiero di se stesso e delle proprie origini, muore alla precoce età di sessantasette anni. Muore per un’atroce malattia, improvvisa e fulminante;  muore con la più perfetta  e assoluta dignità  che si  possa immaginare, e, appunto, provare a raccontare.

Leggiamo le parole dell’autrice, che nel bel mezzo della storia, si confessa così:

Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi. Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo o derisione. Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un’altra.

 Il taglio netto e preciso di ogni singolo verbo, aggettivo, congiunzione; la neutralizzazione ricercata di qualunque forma di facile ammiccamento, o balsamo lenitivo strutturale, interno allo svolgimento delle loro vite, e al contempo della loro particolare trasposizione: questo è l’enorme merito del libro, la lucidità estrema che permea ogni singola sillaba, ogni decisiva immagine rinvenuta alla mente e rimodulata poi in maniera quasi scientifica sulla pagina.

È così che Il posto, edito da Gallimard trent’anni or sono, riesce a conservare ancora oggi la purezza e l’intimità di uno sguardo sincero sul passato e sul presente di una famiglia, percorsa ma non realmente scossa dalle molte diversità e contraddizioni al solito insite nell’animo umano.

C’è uno spaccato che ho trovato viscerale, a tal proposito, dal quale si evince con cruda evidenza una certa manutenzione dei sentimenti, potremmo dire, che è lo spirito più autentico di cui si nutre l’intero testo.

Ecco, dunque, com’è descritto un tipico gesto d’affetto fra i coniugi Ernaux:

Si è sempre vergognata dell’amore. Non si scambiavano carezze né gesti di tenerezza. Davanti a me, la baciava con un brusco scatto della testa, come per obbligo, sulla guancia. Spesso le diceva cose ordinarie  ma  fissandola  negli  occhi, lei abbassava  lo sguardo e si tratteneva dal  ridere. Crescendo ho capito che le faceva delle allusioni sessuali. Lui canticchiava spesso Parlez-moi d’amour, lei scombussolava tutti ai pranzi di famiglia cantando con trasporto Voici mon corps pour vous aimer.

Nella pacatezza del contatto c’è tutta l’intensità di un amore palpabile, profondamente fisico, quasi necessario; nella semplicità della narrazione, c’è il chiaro rispetto, tutta l’ammirazione e l’orgoglio che può nutrire tanto una figlia sensibile verso i propri genitori, quanto un’attenta e brillante autrice verso la propria materia d’esame: la scrittura, appunto.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. L’ha ribloggato su f.

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