La non violenza in classe. Su Malaspina di Aurelio Grimaldi

di Matteo Galluzzo 

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Mettetevi nei panni di un insegnante vincitore del concorso per l’assegnazione della cattedra. Siete arrivati ai primi posti nella graduatoria e potete scegliere praticamente la scuola che preferite. È il momento della scelta. Scorrete la lista dei posti disponibili e leggete i nomi di scuole rinomate, nei quartieri ricchi della città. Poi, all’improvviso, il vostro occhio si ferma su un nome: Malaspina, carcere minorile. Il tempo stringe, dovete effettuare la scelta. In questa situazione quanti di voi sceglierebbero il carcere?
Aurelio Grimaldi davanti a questa scelta ci si è trovato e, incredibile a dirsi, – o forse no? – ha scelto Malaspina.
Questo è l’antefatto del suo nuovo romanzo (Malaspina, Elliot 2013), che ad anni di distanza da Meri per sempre (La luna, 1987) – che venne anche portato sul grande schermo da Marco Risi – torna a narrare la propria esperienza di maestro elementare nel carcere minorile di Palermo durante gli anni ’80, questa volta mettendosi in gioco direttamente, in un romanzo autobiografico, senza finzione, o quasi.

Il romanzo è, in primis, la storia della costruzione di un rapporto difficile, quello insegnante-discente, di cui Aurelio (nel testo appare sempre e solo il nome) ribalta la tradizionale asimmetria in nome di una pedagogia democratica di cui nessuno, specie in quel contesto, nella Palermo dei duecento omicidi l’anno, vuole sentire parlare.
Forte del suo metodo (molti sono i riferimenti agli studi e alle tecniche pedagogiche adottate) l’insegnante entra in classe, dove si accorgerà di quanto sia complesso il passaggio dalla pedagogia teorica alla pratica; in particolar modo la pedagogia democratica applicata ad un gruppo di ragazzi considerati da tutti soltanto dei delinquenti di strada, dei casi persi.
Aurelio farà ben presto esperienza di questa difficoltà sulla propria pelle, nel vero senso della parola. Memorabile il passaggio in cui Salvatore e Domenico, i due bulli padroni della classe, cominciano a scrivere sulle mani dell’insegnante con un pennarello e poi, incitati dal gruppo urlante e dalla totale passività di Aurelio, finiscono per scarabocchiargli tutto il corpo, faccia compresa. Ma la passività di Aurelio non è una resa, né tanto meno sottomissione o paura. Al contrario questa risposta pacifica è educazione, è pedagogia. Ce lo dice chiaramente la voce narrante, che commenta i fatti:

Il modello violento può essere messo duramente in crisi se controbattuto quotidianamente dal modello contrapposto, allargandone il più possibile, appunto, il Divario. Riempendomi di umiliazioni e di segni Pasquale aveva conosciuto il massimo della non violenza e quindi il minimo di violenza, fino allo zero, da parte mia, che pure avevo il facile potere di reagire e distruggerlo.

Tuttavia il narratore non nasconde il prezzo altissimo che questa metodologia impone all’educatore. Tornato a casa la sera, vicino al crollo nervoso, verrà assalito dai dubbi sulla reale efficacia del metodo. Un metodo spietato che impedisce all’educatore di cambiare il proprio posizionamento:

La tecnica del Divario portata all’estrema conseguenza, come avevo fatto io, non ammette possibilità intermedie, se fallisce è finita, quell’educatore non potrà ottenere MAI PIÙ NULLA da quell’alunno: o il trionfo o il fallimento […].

Non avrei certo potuto o voluto subire altre violenze né prepotenze, ma non avrei potuto nemmeno usare il braccio di ferro, sia perché l’autoritarismo è la negazione della pedagogia, sia perché, per tutti e per me stesso, sarei stato colui che, dopo il disastro, ora annaspa e tenta di riprendere miseramente in mano la situazione; il segno dell’impotenza e del fallimento.

Aurelio decide così di continuare, e i frutti della sua perseveranza non si faranno attendere: ben presto la classe comincerà a seguirlo; egli è riuscito a fondare la sua autorità sull’autorevolezza.
Nel romanzo sono presenti altri spunti e critiche: l’ottusità del potere, il degrado morale a cui può arrivare l’essere umano cresciuto in contesti violenti, la gratuità e la violenza delle guardie, anche loro vittime dell’abbrutimento generato dal degrado e dall’impotenza. Tutti temi molto importanti anche se, credo, questo libro deve essere considerato anzitutto come un illuminante punto di partenza per riflettere sulle modalità della pedagogia; riflessione estremamente importante in quanto essa influisce sull’individuo nella fase più delicata della sua vita.
Credo che sia molto importante avviare questo tipo di riflessione in un paese come l’Italia, in cui ancora molti ritengono che lo schiaffone sia il miglior metodo per educare i figli; un atteggiamento mentale che in altri paesi è stato già da tempo abbandonato e, anzi, viene addirittura perseguito penalmente (forse qualcuno ricorderà il caso del consigliere siciliano arrestato a Stoccolma per aver tirato un sberla al figlio dodicenne).
Grimaldi ci invita a riflettere su come l’autorità violenta dei genitori o delle strutture educative sia una delle cause principali della violenza che i figli metteranno in atto, una volta cresciuti, nella dialettica del rapporto con l’altro.

Mi raccontò che lui, a Carmelo, l’educazione gliel’aveva insegnata; e di come aveva cercato di raddrizzarlo. Lo aveva ammazzato di botte, picchiato col bastone, col ferro, coi pugni e coi calci, legato con una catena per non farlo scappare […].

Mi raccontava tutti questi dettagli con lucidità, non era né un folle né un etilista, come per dimostrarmi che lui non si era mai arreso, per insegnare l’educazione a quel suo figlio piccolo e torto. Pensava di fare con me la figura del padre coscienzioso, senza minimamente capire quanto inorridivo alle sue parole. Il volenteroso e zelante signor Lo Chiodo era purtroppo l’ennesima prova degli effetti perversi di ogni “educazione” violenta.

L’educare in modo violento giustifica la violenza, e la investe del ruolo di mediazione dei rapporti sociali tra individui, oltre a venir meno ad uno dei requisiti fondamentali della pedagogia: la spiegazione dei motivi del rimprovero, necessaria alla presa di coscienza e allo sviluppo cognitivo. Qui il discorso si può allargare ulteriormente. Riprendendo le teorie di Basil Bernstein (Class, Code and Control. Vol I. Theoretical studies towards a Sociology of Language, Routledge &  Kegan, London, 1971), possiamo considerare lo schiaffo con finalità “pedagogiche” come la massima espressione di “codice ristretto”. Nel linguaggio della violenza si possono riconoscere chiaramente gli aspetti che il sociologo inglese definisce propri di questo tipo di codice: il significato implicito, il basso livello di concettualizzazione, il disinteresse con cui si arriva ai risultati, la disattenzione per i rapporti complessi. Questo tipo di linguaggio formerà quindi delle persone tendenti alla devianza, con una bassa capacità di interazione dialogica e una propensione ad appianare i diverbi facendo ricorso all’unico mezzo a loro disposizione. Escludendo il dialogo dall’educazione lo si esclude quale risorsa a cui l’individuo può ricorrere per superare le difficoltà o le incomprensioni.
Alla luce di questi fatti diventa comprensibile perché un paese come la Svezia ha deciso di non tollerare la violenza nell’educazione dei figli. Essa infatti, oltre a creare un danno personale all’individuo, diventa un danno per tutta la società, formando dei cittadini meno consapevoli e meno attrezzati all’interpretazione dei fenomeni complessi che si verificano nel mondo contemporaneo.

Malaspina rende espliciti i danni provocati dall’educazione autoritaria attraverso la narrazione di un caso concreto, e per contro fa intravedere gli enormi successi che la pedagogia democratica può raggiungere. Il libro diventa così uno strumento preziosissimo per tutti i soggetti responsabili dell’educazione nonché per la comunità tutta.

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