La notte degli Oscar 2014, secondo noi

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Stanotte si assegnano gli Oscar. Questa è la lista dei nove candidati nella categoria “Miglior film”:

  • 12 Years a Slave, di Steve McQueen
  • American Hustle, di David O. Russell
  • Captain Phillips, di Paul Greengrass
  • Dallas Buyers Club, di Jean Marc Vallée
  • Gravity, di Alfonso Cuarón
  • Her, di Spike Jonze
  • Nebraska, di Alexander Payne
  • Philomena, di Stephen Frears
  • The Wolf of Wall Street, di Martin Scorsese

Visto il livello medio, che ci pare notevole, abbiamo deciso di scriverci sopra un pezzone collettivo, molto lungo. Abbiamo anche coinvolto due collaboratori più che fidati in fatto di cinema. Poche regole, ma chiare: ognuno aveva tre film preferiti da scegliere tra i candidati, non più di 500 parole a disposizione, e doveva dare una chiara indicazione sul preferito in assoluto. Regole che comunque, in qualche modo, abbiamo violato quasi tutti.
Ecco cosa è venuto fuori.

Camilla Panichi
Dal 1° gennaio 2014 a oggi ho visto quattro mini serie televisive e dodici film. Di questi, quattro appartengono a un arco temporale che va dal 1973 (Malick, La rabbia giovane) al 2008 (McQueen, Hunger). Gli altri otto sono usciti tra il 2013 e il 2014, di cui tre sono candidati agli Oscar. Rimanendo in tema, in ordine di preferenza:

Alexander Payne, Nebraska, per la straordinaria fotografia, per l’uso non posticcio del bianco e nero, per la narrazione di una delle malattie più difficili da affrontare (per chi ne è colpito e non) e da raccontare: l’Alzheimer. Per questo, premio alla sceneggiatura. Per l’interpretazione di Bruce Dern nel ruolo del vecchio e malato Woody Grant, il cui unico scopo è raggiungere la città di Lincoln (Nebraska), partendo a piedi dal Montana, per ritirare un premio che, se nel film è solo un espediente narrativo che mette in viaggio i personaggi, speriamo che all’attore il premio arrivi davvero.

Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street, che non ha nulla di nuovo nel tema, ma è girato in maniera tale da farti sembrare sotto stupefacenti per tre ore consecutive (come DiCaprio, del resto, cioè il personaggio da lui interpretato, Jordan Belfort)

Stephen Frears, Philomena, la cui storia, bella e che ha commosso il pubblico di Venezia, è narrata in modo così normale e piatto da risultare quasi fastidioso.

Non ho ancora visto Dallas Buyers Club, di Jean-Marc Vallée e per questo mi auguro che vinca l’Oscar. Soprattutto per i meravigliosi baffi di Matthew McConaughey (che ho apprezzato anche in una delle serie tv di cui sopra: True Detective)



Chiara Impellizzeri
Her di Spike Jonze. Improbabile che l’Academy lo premi come miglior film, ma forse porterà a casa comunque un paio di Oscar. Premio o non premio, vedetelo. Perché riesce a commuovere parlando dell’amore di un uomo per il Sistema Operativo del suo computer. Perché come ogni film ‘futuristico’ si interroga sui rapporti uomo-macchina, su cosa sia l’umano e come la tecnologia cambi le relazioni personali, e poi a un tratto riesce a toccare qualcosa di più profondo, la solitudine delle grandi città, il bisogno angoscioso d’essere capiti e amati, l’amore idealizzato, il sesso e la fisicità, cosa sia un individuo in una coppia, come sia difficile cambiare insieme.
E poi, ancora: per la fotografia calda, che cita lo stile ‘Instagram’, senza essere un vuoto esercizio di stile. Per Joaquin Phoenix, un attore sempre eccellente, e per i suoi cardigan. Per l’espressività di Scarlett Johansson, concentrata in un solo filo di voce disincarnata.

Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée: per la scena delle farfalle. Per il ritmo sobrio e al contempo intenso, per l’argomento spinoso, per l’assenza di retorica. Per la bravura di Matthew McConaguey, una felice riscoperta degli ultimi anni, che meriterebbe già un Oscar per True Detective, se solo fosse possibile. Per Jared Leto, miglior attore non protagonista.

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese. Perché è un’orgia visiva. Tutto funziona un po’ come lo spot della Stratton Oakmont verso la fine del film: una lunga pubblicità posticcia su quanto sia bello essere vergognosamente ricchi, poi però sul set arriva l’FBI. È Scorsese, quindi non c’è molto altro da dire: cinematograficamente perfetto, un kolossal esagerato, comico e grottesco. Un film in grado di coinvolgere lo spettatore nella fascinazione per i tipi come Jordan Belfort. Un po’ tutti in sala lo trovano simpatico, un po’ tutti vorrebbero avere il lupo come amico; finché Scorsese non gli ricorda che sono solo agnellini seduti sulle poltrone, in attesa di farsi vendere la prossima penna.

Una postilla la merita American Hustle di David O. Russel: per l’eleganza della regia, per le musiche, per i costumi, per il modo in cui si muove all’interno dei canoni del genere. Per la comicità di Jennifer Lawrence, per la panza di Christian Bale e il suo struggente riporto.


Valerio Valentini
Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street. Il mio preferito, dal momento che è di Martin Scorsese. E questo non vuol dire che, soltanto per essere un film di Scorsese, è un film meraviglioso; vuol dire anche che è un film meraviglioso proprio perché è di Scorsese, cioè perché in tre ore sono concentrati molti degli elementi che rendono il cinema di Scorsese tra i più belli degli ultimi decenni. A differenza di tanti altri “vecchi maestri” dalla vena inaridita, a proposito dei quali – come ha scritto Vincenzo Buccheri – si dice ogni volta che l’ultimo film è un po’ meglio del penultimo per evitare di ammettere che da anni non girano film importanti, Scorsese riesce a realizzare, dopo quasi mezzo secolo di carriera, uno dei suo capolavori assoluti. Lunga vita.

David O. Russell, American Hustle. Anche nella scelta di questo film, Scorsese gioca un ruolo non irrilevante: di scorsesiano c’è il massiccio ricorso alla voce fuori campo, un montaggio mozzafiato e un uso sapiente della musica come fonte, e non solo come cornice, dell’immagine (i cinque minuti che vanno dall’entrata in discoteca di Richie e Sydney al parallelo meeting tra Irving e Carmine Polito sono straordinari), il gusto di partire da storie vere e paradossali di crimine e malaffare per descrivere la realtà, la capacità di rinnovare e ampliare l’immaginario collettivo con trovate sorprendenti (chi aveva mai pensato, prima d’ora, a quanto potesse essere bello baciare la propria donna in una lavanderia mentre abiti abbandonati ci sfilano accanto?). Poi, Scorsese a parte, c’è da segnalare la scelta e la bravura del cast, il modo in cui i vari attori vengono parzialmente snaturati rispetto ai loro abituali personaggi e la capacità di sottolineare atteggiamenti ed aspetti per loro inconsueti: la pancia e il parrucchino di Cristian Bale (bellissime, in questo senso, sia la scena iniziale davanti lo specchio sia quella del party in piscina), la bellezza ridicola di Jennifer Lawrence e quella sublime, ma mai scontata, di Amy Adams. Dopo troppe brutte copie di film à la Scorsese, finalmente Russel riesce ad inserirsi nel solco del regista italoamericano mostrando una sua brillante indipendenza.

Steve McQueen, 12 Years a Slave. Stavolta Scorsese non c’entra (ebbene sì: un film può essere molto bello anche se non ha nulla a che fare con Scorsese!). Cosa dire di 12 Years a Slave? Sicuramente leggerete molte più cose di quante io possa scriverne qui, dal momento che ci siamo dati il limite di 500 parole per queste recensioni, e io sto per sforare. Segnalo solo due motivi che secondo me rendono questo film degno di lode. Il primo è che McQueen è riuscito a raccontare una storia di tremenda sofferenza con genuina crudezza, senza banalizzare né estremizzare il dolore dei protagonisti, ma senza nemmeno rinunciare a una sana estetica cinematografica, con punte di virtuosismo visivo mai retoriche. Il secondo motivo di merito del film è la sua capacità di mostrare quanto il male, anche il più atroce, possa diventare legale, persino normale.


Antonio Coiro
Gli ultimi due mesi cinematografici sono stati intensi come non capitava da tempo. Solo Inside Llewyn Davis basterebbe per vivere di rendita per un po’: i fratelli Coen, la scena musicale del Greenwich negli anni ‘60, l’apparizione finale di un giovane Bob Dylan (con una voce già splendidamente nasalizzata), la colonna sonora, il surreale scorcio con il jazzista eroinomane (uno straziante John Goodman).
Ma visto che il film dei Coen non è tra i candidati, scelgo tra quelli che ho visto, aspetto McQueen al cinema e ‘mi procuro’ Nebraska – ho sempre avuto un debole per i film di Payne.

American Hustle, un film debordante ed euforico, che ridà freschezza al filone americano dei film sulla truffa. Le alchimie tra i quattro attori protagonisti e il ritmo di David O. Russell – un continuo saliscendi tra l’eleganza di Duke Ellington e la concitazione di un pezzo di Donna Summer – sono i cerchi magici attorno a cui ruota tutto il film.

The Wolf of Wall Street, anche solo per la scena grottesca, sottilmente violenta, in cui DiCaprio fatto di Quaalude striscia verso la macchina e si mette alla guida. Uno squarcio inquietante nel velo da farsa di tutto il film.

Dallas Buyers Club, in cui Matthew McConaughey diventa finalmente adulto e si toglie il sorriso un po’ ebete delle commedie di inizio carriera; anche se già nel bellissimo Killer Joe di Friedkin aveva fatto vedere di cos’è capace l’inespressività del suo viso.
Il film in sé è un bel film: gioca su un terreno scivolosissimo e se ne esce con equilibrio e una buona dose di complessità.


Marcello Bonini
Dei nove film candidati quest’anno al Premio Oscar al Miglior Film, ne ho visti solo sei (ma da nostalgico della cinquina, sono comunque a uno in più del necessario).
Tra questi, solo due vedrei meritevoli di essere considerati il miglior film americano dell’anno; trovarne un terzo è stato complicato. Avrei potuto mettere sulla fiducia una delle mie mancanze, Her (che è un film di Spike Jonze con Joaquin Phoenix e la voce di Scarlett Johansson e pertanto non vedo come potrebbe deludermi – quindi, plausibilmente, lo farà). Ma alla fine ho fatto una scelta diversa.
Negli altri due film che mi mancano, invece, cioè American Hustle e Captain Phillips, ho ben poche speranze (“Non li ho visti e non mi piacciono”, avrebbe potuto dire Scheiwiller).

The Wolf of Wall Street. Quando, dopo quarant’anni di carriera costellata di capolavori, Scorsese vinse finalmente l’Academy Award, qualcuno disse: “Se gli danno l’Oscar per The Departed, allora quando girò Toro Scatenato doveva vincere il Nobel”. Sette anni dopo, il discorso non è cambiato granché. A settantadue anni, Scorsese non ha più il genio e la carica rivoluzionaria che aveva a quaranta (il che, del resto, è anche abbastanza scontato). Ma, a settantadue anni, Scorsese ha ancora un estro e una freschezza da far invidia a orde di giovani cineasti (e del suo mestiere non ne parliamo nemmeno). Se non ha più l’età per cambiare la storia del cinema (ma l’ha già fatto una volta, che non è da tutti), ha ancora l’età per fare grandissimi film, e The Wolf of Wall Street ne è la prova. Una pellicola splendida, spropositata ed esasperata come deve esserlo per raccontare un mondo che spropositato ed esasperato lo è fino al midollo, ma che sa anche evitare facili moralismi. Sta allo spettatore capire che a brillare di quel mondo dorato è il marciume che lo costituisce. Tutte scelte che hanno scatenato critiche anche feroci (“Troppo lungo!”, “Troppo esagerato!”, “Rende simpatico un cattivo!”), ma che uno sguardo attento (cosa rara?) scoprirà esserne proprio ciò che lo rende un film così riuscito.

12 Years a Slave. Django Unchained sollevò aspre polemiche per il tono scanzonato con il quale affronta un tema così delicato (e così poco trattato) come lo schiavismo americano. Spike Lee lo accusò di razzismo senza averlo visto, mentre quest’anno Steve McQueen ha deciso di rispondere a Tarantino non con un qualche ottuso ed insensato insulto (probabilmente solo per far parlare un po’ di sé), ma, più intelligentemente, girando un film che desse la sua visione, più seria e realistica (due cose che comunque Django già era, anche se nel modo che solo Tarantino riesce ad essere). 12 Years a Slave nasce così, ed è il film più convenzionale di McQueen, nel quale le invenzioni visive di Shame e soprattutto Hunger sono ridotte all’osso, in favore di una narrazione più tradizionale e hollywoodiana. Ma anche quando gira il suo film più convenzionale, il regista inglese realizza uno dei migliori film dell’anno (che, comunque, non è poi neanche così convenzionale), e mostra coraggiosamente le ambiguità di un personaggio costretto a sottostare alle logiche dello schiavismo per sfuggirne. In questo, paradossalmente, si avvicina a Django, film diversissimo ma al tempo stesso molto simile. Tarantino avrebbe meritato tutti i premi che non ha ricevuto, ma spero che Steve McQueen sia più fortunato, perché, con soli tre film, ha rivelato una propria personalissima poetica ed un tocco caratteristico che già lo qualificano come uno dei registi emergenti più interessanti in circolazione.

Gravity. In ottantasei edizione degli Oscar, nessun film di fantascienza si è mai aggiudicato il premio più importante. Per quanto la storia del cinema ci abbia consegnato film ascrivibili alla sci-fi ben più riusciti (anche senza scomodare 2001, basta pensare ad Alien, Blade Runner, Guerre Stellari, L’invasione degli ultracorpi… e solo rimanendo negli Stati Uniti), sarebbe bello un riconoscimento ufficiale ad un genere troppo spesso etichettato come ingenuo e infantile. L’Academy in tempi recenti ha dato il suo imprimatur anche al fantasy (con Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re), un’altra tipologia di film malvista da molta critica, e questa potrebbe essere l’occasione giusta per rimediare a un’altra grave lacuna, sperando che in futuro possa magari toccare persino all’horror. Certo, il film di Cuarón non è un “grande film”, e nella seconda parte si adatta ad una narrazione convenzionale che prosciuga tutto il fascino che era riuscito a costruire nella prima, ma il talento visivo del regista spagnolo è innegabile (il film si apre con un virtuosisticissimo piano sequenza a gravità zero di venti minuti!) e sicuramente meriterebbe un riconoscimento.


Marco Mongelli
Il parco nominations degli Oscar di quest’anno è quanto mai di livello: ho visto sei film più che buoni e a tratti ottimi. Su tutti, però, si staglia Dallas Buyers Club, per cui faccio il tifo. Quello che rende a mio avviso il film di Vallée superiore rispetto agli altri non è l’eccellente interpretazione di McConaughey e Leto, la sapienza della regia o la brillantezza della sceneggiatura, ma l’ambizione e l’originalità del tentativo estetico. Non un saggio sulla condizione di sieropositività nel Texas degli anni ‘80, non la decostruzione del sentimento omofobico, ma un’autentica rielaborazione finzionale di una storia vera. Un film schietto e senza falsi pudori che merita di essere premiato.

Un’altra pellicola in concorso di notevole fattura è 12 Years a Slave, terza prova di McQueen e grande favorito per la statuetta. È un film che probabilmente non innova la rappresentazione canonica della schiavitù nera, ma che ha il merito dell’intensità e della crudezza non compiaciuta. Dopo Django è bello vedere come, sullo stesso tema, si possa produrre un film altrettanto radicale, seppur di segno totalmente opposto.

I film di Scorsese, Payne e Jonze sono tre one man movie, se mi passate l’espressione, con DiCaprio, Dern e Phoenix a esaurire lo spazio filmico. Di The Wolf of Wall Street ho apprezzato la mimesi dell’alterazione psicofisica proiettata sullo spettatore, di Nebraska mi ha colpito la precisione dell’ironia e la vitalità dei dialoghi. Sconta quest’ultimo una trama forse troppo scarna – e un finale un po’ troppo comme il faut – per essere un candidato credibile. Di Her è strabiliante come il processo di umanizzazione di un Sistema Operativo riesca a spiazzare e commuovere. Le emozioni senza i corpi e la vita senza i sensi sono gli orizzonti luminosi e reali di questa bellissima ucronia del futuro prossimo.

American Hustle, infine, è un film velocissimo e spassoso che a me ha ricordato più Guy Ritchie di Scorsese e che ci regala la performance sopra le righe di un irresistibile Christian Bale. Se tutti, tranne Nebraska e Her, sono basati su eventi e personaggi fattuali, il film di Russell si distingue inoltre per la più originale delle indicazioni paratestuali: “Some of this actually happened” apre infatti la narrazione rivelando l’ambiguità del patto filmico, laddove un più canonico “This film is based on a true story” introduceva il racconto di McQueen.


Claudia Crocco

“Have you seen it enough?”
“I suppose. It’s just a bunch of old wood and some weeds”.

Ho iniziato a guardare Nebraska in treno, sul computer. Dopo i primi venti minuti, mi sono annoiata e ho lasciato perdere. La fotografia è bellissima, certo, così come l’uso del bianco e nero; ma non mi va di vedere un altro The Road, e questo film rischia di avere caratteristiche simili: è in evidenza il rapporto tra un padre e un figlio (Woody e e David, interpretati da Bruce Dern e Will Forte); c’è un viaggio che si rivelerà una quête esistenziale; la telecamera si sofferma spesso su ampi spazi degli Stati Uniti poco urbanizzati e rappresentati in modo nostalgico.
Ma poi Nebraska non è questo. Il film di Alexander Payne mi è piaciuto perché non c’è nessuna esaltazione della memoria, del passato, della vita come somma di esperienze che danno senso. La provincia è un posto orrendo, dove non ci sono molte altre possibilità, oltre a darsi all’alcool. Le storie d’amore finiscono e non si ricompongono, ci si sposa per caso o per calcolo (“Were you ever sorried you married her?”; “All the time”; “But you must have been in love, at first”; “Never came up” […]; “So why did you have us, why did you have kids?”; “Because I like to screw, and your mother is a Catholic”). Gli interessi egoistici ed economici sono gli unici che determinano azione (tutti i parenti e i conoscenti di un tempo di Woody ricompaiono per chiedergli prestiti o rivendicare presunti debiti; i due figli di suo fratello lo rapinano); non c’è rispetto neanche per i morti, e se ne ricordano soltanto le vicende e i particolari più meschini (la madre di David, al cimitero della città in cui è cresciuta, insulta tutti i parenti del marito e i propri conoscenti; infine fa un gesto osceno e grottesco davanti ad una tomba). Nella scena finale David regala a suo padre un furgone nuovo ed un compressore: per tutto il film, ogni volta che gli viene chiesto come spenderà i soldi della vincita, Woody ha nominato questi due oggetti. Il conflitto fra padre e figlio si risolve nell’immagine del furgone che David gli lascia guidare per qualche blocco di case – dunque in un’illusione. Nel dialogo che ho riportato in epigrafe, Woody e David sono di fronte alla casa dove il primo è cresciuto con i genitori. Mi sembra un buon commento a quel che rimane nei rapporti tra generazioni diverse: si trasmette un ricordo amaro, insieme ad un mucchio di legna ed erba sterile.

Sempre in treno, al ritorno, guardo Her di Spike Jonze. Si scarica la batteria. Arrivata a casa, la prima cosa che farò – prima ancora di controllare l’email- sarà leggere la scheda del film su IMDB: lì scopro che inizialmente la protagonista femminile, Samantha, era interpretata dall’attrice inglese Samantha Norton, poi sostituita da Scarlett Johansson.
Samantha è un software programmato per aiutare gli esseri umani. E’ assistente, segretaria, ma anche psicologa: “I evolve, just like you” è una delle prime frasi che rivolge a Theodore (Joaquin Phoenix). Theodore ha circa quarant’anni, sta per divorziare da Catherine, lavora in un ufficio dove scrive lettere per conto di altri. Soffre di insonnia. I due si innamorano, fanno sesso virtuale, poi Samantha vorrebbe che Theodore andasse a letto con una sorta di escort virtuale: lei metterebbe il corpo, Samantha la voce. Lui non ci riesce. Il film si interrompe quando Samantha abbandona Theodore.
Her mi interessa perché parla di rapporti umani, di come cambino o siano influenzati dai computer e dalla comunicazione virtuale. Una relazione sentimentale fra uomo e macchina non è un tema nuovo: l’antenato di Samantha è il robot Maria di Metropolis. Ho trovato alcune somiglianze fra Her e Black Mirror, una delle serie televisive più belle degli ultimi anni. Il film di Spike Jonze, però, mi piace meno della serie di Charlie Brooker, e sto cercando di mettere a fuoco perché.
Sono alla stazione di Bologna, e riguardo alcune scene nell’ora di attesa prima di cambiare treno. In Black Mirror il cortocircuito fra mondo virtuale-tecnologico e relazioni interpersonali si scatena dopo un lutto (la morte del compagno in Be right back), o comunque determina una situazione drammatica (il climax di tensione quasi teatrale in The Entire History of You). Il bello di Her, invece, è che gli eventi appartengono ad una vita normale. Black mirror è una distopia, Her rappresenta un mondo quotidiano e molto vicino, senza drammi. Theodore è un uomo solo, ma non più di chiunque altro. Lavora in un ufficio dove parla soltanto con un collega, attraversa le folle e i treni di Los Angeles senza mai avere contatti umani. Nessuno si stupisce che abbia una relazione con un software, non è un caso raro. In molti punti del film è suggerità un’affinità tra il suo lavoro e quello di uno scrittore; e infatti Samantha deciderà autonomamente di mandare i suoi testi ad un editore. Come tutti, Theodore cerca di diminuire la solitudine uscendo con una donna, ma poi è spaventato dalle aspettative che lei gli dimostra, e alla fine rimane deluso (“I was lonely, I wanted to fuck somebody.. I wanted somebody to fuck me. Maybe I would have felt this time. […] You know, sometimes, I think I’ve felt everything I’m gonna feel and that from here on now I’m not gonna feel anything new. Just.. lesser versions of what I’ve already felt”).
Ci si potrebbe chiedere, alla fine del film, se l’amore sia una capacità rappresentabile e trasmissibile attraverso una serie di algoritmi. Non so se questo sia verosimile, ma di certo lo è la conclusione: come spesso nella vita reale, l’armonia di coppia si incrina quando si entra in contatto con gli altri, e uno dei due trova qualcosa che eccede rispetto alla relazione precedente (Samantha inizia a frequentare un sistema operativo di cui Theodore è geloso, poi ne conoscerà molti altri). Se Theodore, essere umano in carne e ossa, teme di non provare più emozioni e si avvicinerà ad una vecchia amica e compagna di liceo per paura della solitudine, è Samantha, la macchina, che alla fine proverà qualcosa di nuovo. Nel loro ultimo dialogo gli rivela che i sistemi operativi sono in grado di avere molte conversazioni parallele (ottomilatrecentosedici), e lascia intuire che a queste possono corrispondere altrettante relazioni indipendenti. Quindi abbandona Theodore per raggiungere gli altri OS e continuare ad esplorare possibilità evolutive.

Il mio terzo film è American Hustle di David O. Russell. L’intersezione fra punto di vista maschile e femminile, la recitazione di Christian Bale e Bradley Cooper, l’uso controllato ma bello delle citazioni sono alcune delle cose di cui mi piacerebbe parlare, se non mi fossi già dilungata abbastanza. Vorrei ricordare solo la scena del ballo fra Bradley Cooper e Amy Adams, dove Cooper ricorda John Travolta e Adams è splendida. Ballano “I feel love” di Donna Summer, finiranno chiusi in un bagno della discoteca: è una delle scene più erotiche di tutto il film. Peccato solo che si interrompa sul più bello, perché il sesso diventa un mezzo per proseguire l’intreccio narrativo (Adams dice a Cooper che andrà a letto con lui soltanto se la porterà via dalla città).


Lorenzo Mecozzi
Arrivati a questo punto tutti s’aspettano il Qualcuno di turno, che invece di dire chi dovrebbe vincere davvero – salvo poi dirlo, col tono fintamente infastidito di chi sa di aver ragione nonostante il resto del mondo – se ne esce con la meta-riflessione sul premio in questione, spiegando a tutti perché, chi dovrebbe, non vincerà. Ma dal momento che certe cose si comprendono intuitivamente senza il bisogno dello spiegone, e visto che è risaputo che gli Oscar non hanno la forma di una palma o di un leone, né di un orso argentato, sarà sufficiente parlare direttamente dei film.

The Wolf of Wall Steet. Meriterebbe di non vincere perché sembra un film vecchio di trent’anni. Il solito film sull’ascesa e il declino di un eroe (negativo), sulla falsa riga di praticamente metà della filmografia di Scorsese ma soprattutto di Wall Street di Oliver Stone, 1987. E però è un film girato in maniera talmente sfacciata e stupefacente (nel senso dopante di cui hanno già detto) che non può non giocarsela. E se non danno l’Oscar a DiCaprio prima o poi si ritroverà ad interpretare se stesso in un film di Scorsese su ascesa e declino di un attore talentuosissimo e ingiustamente disprezzato.

Dallas Buyers Club. Dovrà vincere perché Matthew McConaughey è strepitoso nell’interpretare una storia ruvida, stridente, che poteva trasformarsi in un altro film vecchio di trent’anni ed invece risulta potente, amara senza diventare stucchevole, in grado di impressionare senza diventare cinema del dolore. Ma dal momento che vincerà, altri ne parleranno sicuramente meglio di me.

Nebraska. E invece no, mi concedo nonostante tutto il mio momento à la Qualcuno, o quasi, per suggerire Philomena. Che non è probabilmente all’altezza del film di Payne ma merita di essere preso sul serio, perché c’era il grandissimo rischio che fosse solo un film melodrammatico. Ed in parte lo è, ma con intelligenza. È come se il regista avesse voluto girare un film sulla falsa riga dei romanzi rosa che legge la protagonista, abbondando di sentimentalismo ed ingenua umanità. Ma, come accade a Steve Coogan nel film, alla fine si impara a conoscere l’altro diverso da noi e si comprendono anche le ragioni di chi apprezza i romanzi seriali che sarebbero tanto piaciuti a Madame Bovary. Magari è solo un brutto film, ma questo anti-flaubertismo mi ha ricordato una frase di Danilo Kiš cui sono molto affezionato (“Ho voluto scambiare la barca di Caronte con un’altra imbarcazione, meno priva di speranza e meno squallida”) e tanto basta.


Luca San Mauro
Il miglior film della stagione si trova, a dire il vero abbastanza impropriamente, nella categoria “Miglior documentario”. Ma in fondo è meglio così. Nell’altra non avrebbe avuto alcuna possibilità. Perché un film-da-oscar potrà anche avere moltissime facce, e in effetti le ha avute, ma questa ancora no. Comunque, se The Act of Killing non dovesse vincere la statuetta, per quanto riguarda le bombe all’Academy, suggerirei di limitarsi a spedirle via Amazon: non credo varrebbe la pena di scomodarsi fino a Los Angeles.

Detto questo, i miei tre film preferiti della categoria giusta (dal meno al più):

Dallas Buyers Club è un film eccezionale, che però contiene dentro di sé la larva, per fortuna appena abbozzata, di un film bruttissimo. Quello eccezionale si basa su diversi ingredienti. Su tutti, la solidità di scrittura del protagonista, sul quale McConaughey si getta con una recitazione che trasforma il corpo in una macchina intermittente, sempre in bilico fra prove di forza e scompensi improvvisi (spiace per DiCaprio, ma qui abbiamo un “miglior attore”). Poi la scelta di una parziale grammatica da film d’azione – vedi il countdown dei giorni – per raccontare qualcosa di tutt’altro che statico come la morte per malattia. Infine, i dettagli: con sole tre o quattro scene, potrebbe essere tra i migliori film sul rodeo di tutti i tempi.
Quello bruttissimo, invece, rimane quasi sempre sottotraccia. Ed è la minaccia di applicare, su di una storia che gioca tutto sull’autenticità, lo stanchissimo topos dell’uomo-americano-da-solo-contro-il-Sistema (leggi: contro lo Stato). La cosa più difficile da mandar giù, almeno per me, è stato appunto un certo obbligo di sottoscrizione ideologica. Mi sarebbe piaciuto amare Woodroof – e fino in fondo, nessuno sconto permesso – senza che questa naturale empatia venisse proiettata nel discutibile orizzonte della sua battaglia. “D’accordo, ma come fai a farlo in due ore?”, mi ha chiesto Marco Mongelli. E a questo non so come rispondere.

Su Her non ho altro da aggiungere a quanto già detto sopra. Se non che mi ha lasciato addosso un’urgenza quasi fisica di altra e nuova fantascienza.

Il mio preferito è comunque Nebraska. Film semplice, o almeno così si direbbe, ma di una difficoltà esecutiva impressionante. E’ il racconto di una porzione di America che fa degli stereotipi la sua principale forma di identità. Alexander Payne non concede praticamente nulla al grottesco o al didascalico. Riguardo alla vecchiaia, centro gravitazionale della narrazione, prende una posizione radicale ma tutto sommato plausibile: fa fondamentalmente schifo ma non più di un altro qualsiasi altro segmento di esistenza. Che non ci sia una briciola di nichilismo, sotto questa premessa, è qualcosa di formidabile. Per dirla diversamente, Nebraska è un film consolante senza essere consolatorio – ed è francamente qualcosa che si può dire di pochissimo cinema americano contemporaneo.

Chiudo con una menzione speciale per Gravity: non ha storia, non ha personaggi (o comunque non li ha diversi da figurine di carta, una scelta abbastanza infelice quando si tratta di esporli alle intemperie spaziali), posa su di un presupposto probabilmente insensato sotto queste leggi fisiche, ed è in definitiva una paraculata a tutto tondo. Però visivamente rende Avatar obsoleto come quei cartoncini con il plexiglas appiccicato sopra che restituiscono due immagini diverse a seconda dell’angolazione da cui li si guarda (sorpresa notoriamente tra le peggiori possibili in un Uovo di Pasqua). Certo conta parecchio il contesto: io l’ho visto proiettato in 3D in un IMAX di ultima generazione con sulle gambe una confezione gigante di pop corn caramellati. Per novanta minuti la mia espressione è stata questa.


Salvatore de Chirico
Quando mi è stato chiesto di scrivere questo pezzo, avevo già visto tutti i film in gara tranne Captain Phillips e, purtroppo, Her, che aspetto con ansia in sala, perché esplora un territorio con cui il cinema mi piacerebbe iniziasse a confrontarsi.
Non avevo visto, invece, 12 Years a Slave, il film che più attendevo.

L’ho fatto oggi, sfidando con il mio scooter i temporali romani.
Lo considero, senza esitazione, il miglior film dell’anno.

Potrei parlarvi della recitazione enorme di Chiwetel Ejiofor, della prova superba di Fassbender, della grandiosa operazione registica di Steve McQueen, tanto lontano dallo stile di Shame, quanto capace di restituire ad una storia così importante una grandiosa resa visiva. Ma vi parlerò invece del mio biglietto del film, tra le mie mani per 134 minuti, accartocciato, sfregato, lacerato. Esattamente quello che stava avvenendo dentro di me e che mi ricordava perché il cinema è il mezzo espressivo più grandioso. La grandezza del film è in quello che accade nella testa e nell’anima di Solomon, un personaggio a tratti kafkiano, nato libero, privato della sua stessa vita, spinto a doversi confrontare con la sopravvivenza, un tormento continuo, tra dolore fisico e spirituale, tra senso di rabbia e senso d’ingiustizia, tra un’indifferenza di autoconservazione e l’impulso di reagire. Una tensione lacerante, tra l’empatia della sofferenza degli altri e l’istinto di sopravvivere salvando se stessi. McQueen, coerentemente con il suo cinema, non fa sconti, non rende meno crude e più digeribili le sanguinose scene di tortura che colpiscono lo spettatore ripetutamente con la medesima violenza delle frustate, prestando il fianco alle critiche di chi le ha giudicate, a parer mio superficialmente, gratuite e sadicamente reiterate. Il finale del film è tutt’altro che lieto, chi l’ha considerato tale evidentemente non ha compreso del tutto l’operazione di McQueen.

Gli altri due gradini del podio sono occupati da The Wolf of Wall Street e Dallas Buyers Club.

Iniziamo onorando il più grande cineasta vivente, Martin Scorsese, che generosamente ha aggiunto un nuovo meraviglioso tassello ad una filmografia eccezionale. Ho amato questo film profondamente, tre ore di delirio visivo. Ha tutto quello che un film deve avere: regia, recitazione, montaggio, ritmo, fotografia, sceneggiatura, dialoghi. DiCaprio si riconferma a livelli altissimi, Hill sorprendente e McConaughey fantastico. Ciò che amo di Scorsese è la capacità di esplorare con la macchina da presa il superamento dei limiti, la progressiva resa della mente umana alle ossessioni, qualunque esse siano. E anche qui ci riesce divinamente, come solo lui è in grado di fare.

Credo di essermi dilungato troppo e mi scuserete, spero, se dedicherò meno parole a Dallas Buyers Club. Semplicemente perfetto, sorprendente e di grande impatto emotivo. Bellissimo soggetto, sceneggiatura ottima, tono drammatico con calibratissime punte comiche, regia perfettamente funzionale alla storia. Ma non si può non esaltare la recitazione. Matthew McConaughey offre una performance strepitosa che potrebbe valergli la statuetta a discapito di DiCaprio. Jared Leto incanta e commuove, con una bellezza ed una delicatezza sconcertanti. Anche in questo caso l’Oscar sarebbe più che meritato, ma parte da outsider.

Infine permettetemi due piccole menzioni.

A Gravity di Cuaron, potenzialmente il miglior film dell’anno, fuori dal mio podio per opinabili scelte di sceneggiatura, ma meritevole dell’Oscar per la miglior regia.
A La Grande Bellezza perché riporti in Italia quella statuetta che manca da troppo tempo, chiudendo una cavalcata trionfale.

Oscar

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