Bonsai #32 – Jón Kalman Stefánsson, Luce d’estate, ed è subito notte

di Matteo Galluzzo

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Come si arriva a leggere il romanzo di uno scrittore islandese, di cui non si è mai sentito il nome, pubblicato per giunta da un editore di nicchia specializzato in letteratura nordica? A questa domanda non saprei sinceramente cosa rispondere. Semplicemente, a volte, i libri arrivano così, in maniera improvvisa e inaspettata, e può bastare la suggestione di un titolo per farci scoprire un mondo impensato. Ci si aggiunga poi il fascino di una terra ai confini del mondo, il sentimento perturbante e l’attrazione per l’ignoto che luoghi come l’Islanda sanno evocare e, imbattendosi in libreria in Luce d’estate, ed è subito notte, ci si sentirà immediatamente calamitati da questa commistione di sensazioni.

La prima cosa che affascina di questo romanzo di Jón Kalman Stefánsson, pubblicato da Iperborea, è dunque, almeno per chi scrive, il titolo. Giocato sul classico binomio luce/buio che, con la sua molteplicità semantica, si può facilmente sdoppiare in altrettanti binomi (gioia/dolore, santità/perdizione, vita morte…) e può quindi essere considerato come una coppia contrastiva fondamentale nella vita di ogni uomo, che ne abbraccia la totalità di sentimenti e situazioni. La coppia luce/buio si fa metafora della vita e della morte e se la metafora, più che un dato puramente stilistico, è un elemento di organizzazione del mondo secondo una determinata categoria di senso, dovremmo subito cercare di capire in che modo l’autore costruisce il suo universo finzionale. A un lettore italiano questo titolo non può non far venire in mente la famosa poesia di Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera. Tuttavia se la dicotomia del poeta siciliano sottolinea la fuggevolezza della vita e il repentino sopraggiungere della notte e della morte, quella di Stefansson si gioca su una scansione di tempo lunga, stagionale e ciclica, in una terra in cui alla luce perpetua dell’estate, «che fa venir voglia di scoperchiare i tetti delle case», fa seguito il buio apparentemente senza fine della stagione invernale. Lo schema del contrasto non si limita al titolo; esso è, anzi, il fondamento della struttura narrativa del romanzo. Nella monotonia della gelida landa islandese, in cui il tempo sembra fermarsi o indugiare troppo a lungo, si sdipana la vita pulsante delle persone. Una vita infiammata da tutti i sentimenti dell’animo umano: l’amore, la passione, la disperazione. Ecco quindi che la coppia caldo/freddo si presenta come un’ulteriore declinazione della dicotomia di partenza: alla freddezza del paesaggio si contrappone il calore umano dei personaggi. Ed è proprio il personaggio il fulcro della narrazione, che accende i riflettori su queste vite di provincia e le coglie nel momento del passaggio tra un prima e un dopo in cui la loro normalità sarà completamente sovvertita. Faremo così la conoscenza dell’Astronomo, l’ex direttore del Maglificio, che, dopo aver fatto un sogno in latino, e aver riconosciuto l’insensatezza della sua vita, decide di dedicarsi allo studio delle stelle e vende tutti i suoi averi per comprare trattati di astronomia in edizione originale, mandando a scatafascio la sua famiglia e la sua quotidianità. Di Mathias, che dopo anni passati a girare il mondo ha fatto finalmente ritorno al paese per incontrare la sua fiamma di gioventù. Dell’ispettore Àki, che dopo aver costruito la sua vita attorno alla certezza dei numeri si accorge di non poter tenere il conto dei pesci che ci sono nel mare, né delle lacrime che gli cadono dagli occhi; e il suo mondo va così in crisi. L’autore ci invita quindi a visitare un paese di quattrocento anime disperso nella campagna islandese. Ci apre le porte delle case e delle strutture in cui prendono vita i rapporti sociali che legano gli abitanti. È un paese «in cui la maggior parte delle case ha meno di novant’anni», che non dà i natali a nessun personaggio illustre e che, ad una prima occhiata, sembra avere come unica particolarità quella di non averne nessuna. Anche nella descrizione si ritrova una polarità che può essere in qualche modo ricollegata a quella presente nel titolo. Stefánsson sembra metterci in guardia dalla superficialità del nostro sguardo; la particolarità infatti non è da ricercare nell’aspetto esteriore ma all’interno, calandosi nella vita e nelle storie delle persone. Il narratore chiede al proprio lettore di adottare una sguardo in profondità e non fermo alla superficie delle cose: luce e buio si declinano quindi ulteriormente nella coppia sguardo profondo/sguardo superficiale. C’è, da parte del narratore implicito creato da Stefánsson, un’esortazione alla partecipazione a un’esperienza comunitaria di cui egli non tradisce mai la viva umanità.

Soffermandoci infine sullo stile della narrazione si nota come anche il periodare di Stefánsson proceda per aggiustamenti minimi, con un uso intensivo della proposizione avversativa che corregge ed approfondisce ciò che viene inizialmente affermato. Gli esempi di avversative con questa funzione abbondano, fin dall’inizio:

Stavamo quasi per scrivere che la particolarità del paese consiste nel non averne nessuna, ma in effetti non è del tutto vero.

Sicuramente esistono altri luoghi in cui la maggior parte delle case ha meno di novant’anni […]. Qualcosa di diverso rispetto ad altri luoghi, però, sembriamo averla: qui non c’è una chiesa. E nemmeno un cimitero. Eppure hanno tentato più volte di ovviare a questa anomalia e una chiesa inciderebbe senza dubbio sull’ambiente […]

Ovviamente moriamo come tutti chiunque altro, anche se tanti di noi raggiungono in realtà un’età molto avanzata […]

Come si può osservare da queste brevi citazioni il turbinio di avversative connota pesantemente l’andamento della narrazione, specie nell’incipit in cui il narratore sembra quasi impegnato in uno sforzo descrittivo che non si accontenta della superficialità dell’osservazione. Si noti anche come la voce narrante sia collettiva: un “noi” che si rivolge a un “tu”. Una scelta stilistica che si rivela determinante per perseguire la volontà di descrivere nel profondo la vita sociale della comunità. Il narratore evita la contrapposizione asimmetrica di un “io” nei confronti di un “loro”; dipinge la vitalità dei propri soggetti senza reificarli attraverso l’uso di un pronome di terza persona che, come ha illustrato Benveniste (1956)1, definisce delle “non persone” escluse dal discorso. Così facendo Stefánsson cala i personaggi direttamente all’interno dell’atto deittico e, al contempo, fonda la propria autorizzazione a parlarne non su di una presunta onniscienza autoriale, ma proprio sul senso di appartenenza al gruppo in questione. Ed è così che nasce un’epica del quotidiano in cui la narrazione non si appoggia su una trama regolarmente scandita in un racconto lineare, ma attraverso l’uso abbondante dell’analessi crea un flusso di avvenimenti che pervengono ad una più profonda rappresentazione della realtà, lievemente screziata dall’irruzione, a tratti, di un mondo immaginifico in cui pulsa tutta la dolcezza e la poesia di questa fredda terra del nord.


1. Benveniste, Emile (1956), La nature des pronoms, in For Roman Jakobson. Essays on the occasion of his sixtieth birthday, compiled by M. Halle et al., The Hague, Mouton & Co., pp. 34-37

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