Pasolini al «Corriere della Sera», prima parte

di Valerio Valentini

PPP

Voler comprendere a pieno l’esperienza giornalistica di Pier Paolo Pasolini al «Corriere della Sera» implica necessariamente il tener conto anche di quelle che furono le reazioni agli articoli che lui scrisse in quegli anni. Gli Scritti corsari e le Lettere luterane1 sono la testimonianza di un dialogo che Pasolini intessé con l’intera società a lui contemporanea: ascoltare un solo protagonista di quel colloquio, costringerlo ad una monologante ripetitività, rischia di svilire lo spessore di un intellettuale che, solo se studiato tenendo conto della pluralità delle voci che con lui dibatterono, può essere adeguatamente compreso.
Non solo. Rileggere gli interventi di Pasolini nel contesto generale del panorama giornalistico di quegli anni, rivela un altro importante elemento. E cioè come il modo di lavorare, da parte di Pasolini, fu enormemente condizionato dagli atteggiamenti assunti dai suoi colleghi in reazione ai suoi articoli, e come il confronto che egli volle instaurare con i suoi interlocutori gli risultò funzionale a collocare in una particolare posizione – estrema e controversa – la propria figura di intellettuale all’interno del dibattito politico contemporaneo.

La «rivoluzione antropologica in Italia»

Il 10 giugno 1974 il «Corriere della Sera» pubblica in prima pagina Gli italiani non sono più quelli. Si tratta dell’intervento che, più d’ogni altro, affronta in maniera programmatica quello che è il vero filo conduttore di tutta la saggistica corsara e luterana: la mutazione antropologica degli italiani. Ed è anche lo scritto che, più d’ogni altro, riesce a calamitare attenzioni e polemiche, aprendo un dibattito che si trascinerà per mesi. Questo grazie ad una scelta consapevole di Pasolini, il quale propone una lettura di due eventi che hanno entusiasmato e scioccato l’opinione pubblica – la vittoria del “no” nel referendum del 12 maggio e la strage di Piazza della Loggia del 28 dello stesso mese – che si distacca radicalmente da quella fornita dal resto degli intellettuali, soprattutto da quelli di sinistra.
Per quanto riguarda il referendum – il cui esito è stato salutato con toni trionfalistici dagli osservatori marxisti – Pasolini critica innanzitutto il Pci, che pur risultando formalmente vincitore nella campagna contro l’abrogazione della legge sul divorzio, ha dimostrato – coi suoi iniziali tatticismi e con i suoi tentativi di mediazione per non inimicarsi il Vaticano – “di non aver capito bene cos’è successo nel nostro paese negli ultimi vent’anni”2.
Pasolini, che aveva tra l’altro pronosticato in due precedenti occasioni3 la vittoria del fronte divorzista, è senza dubbio felice dell’esito del referendum: lui stesso lo definisce “una vittoria, indubitabilmente”4, e nella Lettera luterana a Italo Calvino, scritta pochi giorni prima di morire, si ricorderà di questo successo e lo inserirà tra i meriti che rendono la borghesia di allora migliore rispetto a quella di dieci anni prima. Tuttavia, in Gli italiani non sono più quelli, Pasolini si chiede polemicamente se questa vittoria, oltre ad essere un affermazione del progressismo laico, non stia anche a dimostrare la perdita, da parte del popolo italiano, di tutti quei valori che lo mantenevano puro nella sua fedeltà ad una cultura millenaria, la quale non concepiva modelli a cui aderire che non fossero quelli ormai radicati nella coscienza comune. A soppiantare un certo bigottismo e una certa arretratezza culturale delle masse italiane – che Pasolini ha ben presenti, ma in questo momento tace – non sarebbe stato, in verità, un reale progresso delle coscienze, o quantomeno non in misura preponderante: a sconsacrare quei valori arcaici sarebbe intervenuto piuttosto un nuovo “Potere” transnazionale, dai connotati non ancora molto chiari, e rispondente alle logiche del capitale. E se questo è lo stato dei fatti, almeno per Pasolini, allora non si tratta per nulla di un trionfo: gli Italiani dimostrano di essersi affrancati da un vecchio potere clericale e antidemocratico per obbedire ad un altro potere ancor più repressivo.
In un contesto simile le varie categorie sociali canoniche a cui gli Italiani sentono di appartenere perdono qualsiasi valore. E questo, a livello politico, provoca pericolose incomprensioni e anomalie profonde, che Pasolini ritiene indispensabile investigare per comprendere la nuova realtà che si sta generando:

L’omologazione «culturale» […] riguarda tutti […]. Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista5

È così che Pasolini passa ad analizzare l’altro avvenimento preso in considerazione nell’incipit del suo articolo. Per lo scrittore è troppo sbrigativo derubricare quanto è accaduto a Piazza della Loggia soltanto ad atto terroristico ascrivibile ad una precisa minoranza politica di estrema destra. La responsabilità fattuale della strage ricade, è vero, su un manipolo di terroristi, ma la cultura di questi criminali è in realtà, al di là di differenze puramente nominali, il prodotto della stessa mutazione antropologica che ha portato gli Italiani a sbarazzarsi dei valori clericali e a votare “no” al referendum.

Le reazioni ad analisi così deliberatamente provocatorie sono altrettanto veementi.
Il settimanale «L’Espresso» organizza subito una tavola rotonda, alla quale prendono parte Sciascia, Moravia, Fortini, Colletti e Fachinelli, per discutere dell’effettivo significato della vittoria dei “no” al referendum e delle osservazioni espresse al riguardo da Pasolini. Il resoconto della discussione, pubblicato il 23 giugno, è introdotto da un fondo redazionale dai toni mordaci, e dal titolo beffardo: È nato un bimbo: c’è un fascista in più, sotto l’occhiello Gli italiani secondo Pasolini. Nelle poche righe d’apertura viene rimproverata a Pasolini una vaga solidarietà morale con gli attentatori di Piazza della Loggia, e si arriva addirittura a supporre che Almirante e Rauti abbiano trovato, nello scrittore bolognese, “un nuovo Plebe”6, facendo riferimento al responsabile culturale del Msi di quegli anni.
Alberto Moravia, nel suo intervento intitolato Lascia che ti spieghi la differenza tra noi due e…, si affianca ai molti intellettuali che ritengono sterile l’analisi di Pasolini a livello politico. Essa “ha senz’altro”, secondo Moravia, “un suo valore di verità”, ma soltanto “sul piano esistenziale cioè premorale e preideologico”7. Moravia isola un passo, in particolare, di Gli italiani non sono più quelli: il passo in cui Pasolini ha inteso mostrare come l’opposizione ideologica tra fascisti e antifascisti sia ormai priva di un reale significato, chiedendosi ironicamente se Giancarlo Esposti8, “nel caso che in Italia fosse stato restaurato, a suon di bombe, il fascismo, sarebbe stato disposto ad accettare l’Italia della sua falsa e retorica nostalgia”, ovvero a rinunciare a tutte le “conquiste dello «sviluppo»”, le quali vanificano, soltanto attraverso la loro presenza, “ogni misticismo e ogni moralismo del fascismo tradizionale”9.
Moravia ribatte che, indipendentemente dall’omologazione culturale in atto, Esposti era a tutti gli effetti un fascista. E se pure, non lasciandosi corrompere da un’ipotetica mutazione antropologica, avesse obbedito con più rigore all’ideologia cui si dichiarava fedele, non avrebbe mutato in alcun modo, “neppure un poco”, il corso della storia. Anzi, in quel caso avrebbe contribuito a mantenere lo status quo, dal momento che, come il passato dimostra, “fascismo e conservazione sono sinonimi”10.
Eppure Pasolini non sta affatto, come in quei giorni molti ipotizzano, e come Moravia sembra adombrare, ricercando nei fascisti degli alleati per attuare una sorta di reazione anticapitalista e anticonsumista. Per Pasolini, piuttosto – ed è lui stesso a chiarirlo, proprio a Moravia, in un’intervista concessa a «Il Mondo» l’11 luglio – è preoccupante pensare che il nuovo Potere ha del tutto stravolto la grammatica ideologica preesistente, così che ormai le scelte politiche, “innestandosi in questo nuovo humus culturale”, hanno un significato totalmente diverso rispetto a quello che avevano fino a qualche anno prima. “Sotto le scelte coscienti, c’è una scelta coatta, «ormai comune a tutti gli italiani»: la quale ultima non può che deformare le prime”11.
Ma smettila di dire che la storia non c’è più è il titolo del contributo alla tavola rotonda di Franco Fortini. Il quale, a più riprese e in molti suoi saggi, continuerà per tutta la sua carriera a sostenere che, nel ruolo di osservatore e teorico politico, Pasolini abbia espresso il peggio di sé e che infatti “una delle operazioni di bonifica intellettuale e politica in Italia debba cominciare con la demolizione rappresentata da Pasolini politico”12. Tuttavia, nella circostanza attuale, non si mostra affatto in totale disaccordo con le osservazioni del collega; ritiene anzi del tutto plausibile che la vittoria del fronte progressista al referendum possa in realtà costituire un’ingannevole concessione di quello che Pasolini addita come il “nuovo Potere”. “La tolleranza repressiva e «progressista» è solo una delle armi del capitalismo moderno”, argomenta Fortini, ribadendo che “ad una condizione socioeconomica di sviluppo […] può corrispondere benissimo la peggiore repressione sanfedista”13. La critica che però egli muove a Pasolini, anche alla luce dei loro pregressi attriti, verte sulla convinzione, espressa in Gli italiani non sono più quelli, secondo la quale nella nuova fase storica che si sta inaugurando sia necessario vedere una catastrofe. “Sulle ceneri gramsciane”, ironizza Fortini, già vent’anni fa si diceva che la nostra storia era finita. Credo invece finita la mia, non la nostra”14.
Laddove Pasolini constata un collasso, Fortini è convinto invece di vedere nient’altro che un nuovo modo di declinare la dialettica politica, che è in perenne e costante mutazione per adeguarsi ai nuovi rapporti di forza dettati dal capitalismo. Si tratta quindi di due approcci per certi versi analoghi alla medesima realtà: semplicemente, Fortini sembra poter con più tranquillità fare i conti col nuovo, Pasolini no15. E lo spiega nella lunga intervista a «Il Mondo» dell’11 luglio.

Penso che il breve intervento di Fortini potrebbe essere da me utilizzato a mio favore […]. Solo che l’accanimento di Fortini a voler stare sempre sul punto più avanzato di ciò che si chiama storia – facendo ciò molto pesare sugli altri – mi dà un istintivo senso di noia e prevaricazione. Io smetterò di «dire che la storia non c’è più» quando Fortini la smetterà di parlare col dito alzato16.

L’unico partecipante alla tavola rotonda organizzata da «L’Espresso» che si dichiara sostanzialmente d’accordo con l’analisi di Pasolini è Leonardo Sciascia.

Entrerei in contraddizione con me stesso se dicessi di non essere d’accordo con l’articolo di Pasolini […]. Forse la mia visione delle cose […] è meno radicale della sua, nel senso che mi pare di non dover perdere di vista il fascismo come fenomeno di classe, di una classe; ma la paura più profonda è tanto vicina alla sua.17

E riferendosi a organizzazioni terroristiche di segno opposto rispetto a quelle ritenute responsabili della strage di Brescia, Sciascia offre un’ulteriore dimostrazione della validità della tesi di Pasolini.

L’azione delle “Brigate rosse” è stata intesa e spiegata in tanti modi, tranne che in quello più ovvio: e cioè come il modo di preparare o di cominciare a fare una rivoluzione. […].
È possibile parlare ancora di rivoluzione se il gesto rivoluzionario è temuto nell’ambito stesso delle forze che dovrebbero generarlo non solo per la risposta del gesto controrivoluzionario, che potrebbe facilmente e sproporzionatamente arrivare, ma anche perché in sé, intrinsecamente, rivoluzione? Non c’è dunque da pensare, e da riflettere?
E mi pare sia, appunto, quel che fa Pasolini. Può anche sbagliare, può anche contraddirsi: ma sa pensare con quella libertà che pochi oggi riescono ad avere e ad affermare.18


1. Le antologie che raccolgono la quasi totalità degli articoli che Pasolini scrisse, sul «Corriere» e su altri quotidiani, tra il gennaio del 1973 e l’ottobre del 1975.
2. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti 2008, pp. 39-40.
3. Si tratta di un articolo pubblicato su «Il Mondo» il 28 marzo, e di un intervento – rimasto inedito fino al suo inserimento negli Scritti corsari – richiesto a Pasolini del settimanale comunista «Nuova Generazione», che però si rifiuterà di pubblicarlo.
4. Pasolini, Scritti corsari, cit., p. 41.
5. Ibidem.
6. È nato un bimbo: c’è un fascista in più, «L’Espresso», 23 giugno 1974
7. Ibidem.
8. Giovane militante di Ordine Nero rimasto ucciso durante uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine sull’altopiano di Rascino il 30 maggio 1975.
9. Pasolini, Scritti corsari, p. 42.
10. È nato un bimbo: c’è un fascista in più.
11. Pasolini, Scritti corsari, pp. 57-58.
12. Franco Fortini, Attraverso Pasolini, Torino, Einaudi 1993, p. 205.
13. È nato un bimbo: c’è un fascista in più.
14. Ibidem.
15. Sul concetto di “fine della storia” e sulle polemiche al riguardo trascinatesi per quasi due decenni tra Pasolini e Fortini, cfr. Fortini, Attraverso Pasolini (in particolare Introduzione, pp. XII-XIII), e Scotti, “Una polemica in versi”: Fortini, Pasolini e la crisi del ’56«Studi Storici», LXV (2004), n.4, passim
16. Pasolini, Scritti corsari, p. 58.
17. È nato un bimbo: c’è un fascista in più.
18. Ibidem.

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