L’intimità dell’eccidio. Su The Act of Killing di Joshua Oppenheimer

di Umberto Mazzei

frontpage-23

Il film più importante, intenso e coinvolgente dello scorso anno è probabilmente The Act of Killing, opera prima del regista statunitense Joshua Oppenheimer. Presentato in anteprima al Telluride Film Festival nel 2012 e distribuito nei mesi successivi, The Act of Killing ha già vinto svariati premi ed è attualmente in corsa per l’Oscar nella categoria Best Documentary ai prossimi Academy Awards di marzo.

Risultato di sei anni di lavoro in Indonesia, il film ruota attorno agli omicidi di massa del 1965-66 durante i quali furono eliminati un numero ancora imprecisato di comunisti – o presunti tali – e gran parte della popolazione di etnia cinese (le stime ufficiali variano da 500mila a 3 milioni di morti), inaugurando la trentennale presidenza del generale Suharto.

La premessa metodica nonché principale elemento di rilievo della pellicola è la scelta di trattare l’argomento dal punto di vista dei carnefici, affidando cioè la narrazione ad alcuni degli individui che nel biennio della purga anticomunista si ritrovarono improvvisamente elevati dal rango di semplici criminali di strada a quello di assassini al soldo dell’autorità militare. A rievocare i fatti attraverso la sua esperienza personale è soprattutto Anwar Congo, insieme ai suoi compagni Herman Koto e Adi Zulkadry. A questi il regista lascia una libertà quasi totale non solo nel ricostruire a parole le loro azioni di quegli anni, ma consentendogli anche di rimettere in scena, come meglio ritengano opportuno, gli interrogatori, le torture e gli omicidi.

Il risultato è qualcosa il cui impatto è difficile da definire, al tempo stesso repellente e suggestivo, emotivamente devastante. Anziani dall’aspetto innocuo e pacifico, Anwar e compari rievocano con orgoglio le atrocità compiute, si fanno vanto della propria crudeltà come si trattasse di bravate giovanili, cantano, scherzano e sciorinano col sorriso sulle labbra l’elenco dei metodi più pratici e sbrigativi per eliminare un uomo.

Immagine 6

Questo atteggiamento che stordisce e lascia letteralmente interdetti si spiega anzitutto in riferimento al contesto indonesiano odierno, che segna una sostanziale continuità di potere con il passato. Il massacro del ’65-’66 non è mai stato riconosciuto o condannato ufficialmente e coloro che l’hanno perpetrato (le migliaia di gangsters come Anwar Congo sparsi per il paese) godono tuttora dell’impunità per i loro reati. Vicini alle cerchie dell’establishment indonesiana, sono riveriti alla stregua di celebrità, additati come modello dai membri di Pemuda Pancasila, l’organizzazione paramilitare che conta più di 3 milioni di membri ed è radicata negli ambienti governativi. Perciò l’ostentazione, l’esposizione boriosa di crimini raccapriccianti, la celebrazione di un eccidio di cui nessuno finora ha mai contestato la legittimità.

Oppenheimer negli scorsi mesi ha rilasciato numerose interviste – testi fenomenali per chiarezza espositiva e profondità di visione – in cui analizza con acume le questioni etiche, estetiche e politiche sollevate dal film. In una di queste, rilasciata al The Daily Show (il video si trova qui), il regista descrive così la sensazione provata durante il soggiorno in Indonesia ai primi incontri con i carnefici: “I started to feel as though I’d walked into Germany 40 years after the Holocaust to find the Nazis still in power”. Il paragone è calzante e serve a descrivere anche la reazione suscitata dalla visione del film. Eppure vi è una differenza significativa che vale la pena puntualizzare. Su un piano prettamente teorico c’è infatti un divario abissale che separa Anwar Congo da, diciamo, Erich Priebke. Divario che è anche indice, probabilmente, di un passaggio d’epoca. Anwar, Herman e Adi hanno preso parte a una epurazione di massa. Anwar da solo ha personalmente compiuto più di mille esecuzioni. E tuttavia dalle loro parole non traspare mai l’immagine del violento sanguinario, del fanatico o dell’invasato imbevuto di dogmatismo che ci aspetteremmo o a cui ci ha abituato la rappresentazione cinematografica del genocidio. Al contrario, a colpire ancor di più della mancanza di rimorso, è proprio l’esibita inutilità di qualsiasi fondamento teorico, di qualsivoglia razionalizzazione (una rivendicata superiorità morale, la necessità storica o similia). Di nuovo, è vero che la legittimità del massacro non è mai stata messa in dubbio, ma tramite il racconto si fa largo la percezione (a livello inconscio, mai esplicitato) che una motivazione radicata non sia mai servita, che non ve ne fosse il minimo bisogno. I membri di questi squadroni della morte esercitavano la sopraffazione per se stessa, per quel po’ di benessere, di potere e di status che deriva dall’essere temuti, senza necessità di giustificazioni ulteriori: «Eravamo gangsters. Non avevamo veri lavori. Quindi facevamo qualsiasi cosa per dei soldi, solo per comprarci dei bei vestiti» (Anwar).

Il dialogo tra Anwar e Adi sul film di propaganda anticomunista (Pengkhianatan G30S/PKI del 1984) è forse il passaggio dirimente la questione. Entrambi finiscono per riconoscerne l’inverosimiglianza, il contenuto a tratti involontariamente grottesco. Era un film volto a costruire un’immagine negativa dei comunisti, descritti come brutali cospiratori per motivarne a posteriori lo sterminio. Un’operazione posticcia di cui si sapeva (ma non si diceva) la falsità, che non poteva nascondere lo stato delle cose: «Non erano i comunisti ad essere crudeli» (Adi).

Un fotogramma da
Un fotogramma da Pengkhianatan G30S/PKI mostrato nel film

Se tutto poggia su un vuoto ideologico, non è un caso allora che Adi, quello più riflessivo dei tre, esprima una visione cinica, improntata a un relativismo assoluto, feroce nella sua linearità: «I “crimini di guerra” sono definiti dai vincitori. Io sono un vincitore. Quindi posso dare la mia definizione» (riepilogando il confronto tra Priebke e Anwar Congo, quindi, si potrebbe dire che il primo è uno sconfitto che nonostante tutto rimane persuaso della liceità delle sue azioni; il secondo è un vincitore, ma sa che a fondamento delle proprie azioni non c’è mai stata alcuna giustificazione valida, alcun progetto o ideale).

Questo non cambia forse la sostanza dell’atto di uccidere, ma lo spoglia di ogni orpello retorico, lo scarnifica e riduce a un insieme di gesti e operazioni – rendendolo, se possibile, ancora più intollerabile. La morte è descritta come pratica da sbrogliare in fretta, sotto uso di alcol o droghe per evitare di riflettere troppo, per dimenticare velocemente.

Ma qui sta il difficile. Per quanti meccanismi distanzianti si mettano in atto è impossibile estraniarsi del tutto. Il sonno di Anwar è infestato di incubi, immagini delle sofferenze inflitte, la sua mente si fa via via più irrequieta. Il percorso immortalato dalla telecamera non si può forse caratterizzare come presa di coscienza, ma sicuramente si assiste a un incrinarsi, un lento tracollo verso un punto di rottura. E soprattutto c’è l’emergere di una scissione evidente tra il piano pubblico, della proiezione di sé all’esterno, e quello personale, intimo, che fatica ad affermarsi sul primo.

Immagine 7

Questa frattura mi pare informi completamente il film senza mai arrivare a ricomporsi e anzi strutturando su di sé le scelte estetiche. A tal proposito c’è da dire anche che la categoria del documentario, nel caso di The Act of Killing, è quantomai limitante, se non fuori luogo. The Act of Killing è potente e incisivo proprio nella misura in cui riesce a divincolarsi da ogni tentativo di inquadramento rigido. A Oppenheimer non interessa fornire una documentazione dettagliata dell’evento (le coordinate storiche sono appena accennate, delineate quanto basta per ricomporre un quadro generale) e nemmeno imporre una valutazione morale (le testimonianze delle famiglie delle vittime sono state rimosse per non veicolare il giudizio dello spettatore). Quel che importa è la vis narrativa, drammatizzare, sviscerare l’immaginario collettivo indonesiano, analizzare i processi di autorappresentazione del paese attraverso l’autorappresentazione di Anwar:

How does he see himself, is fundamentally the question, and how does he want to be seen? And those two issues are the issue of imagination. And this is primarily an intervention to open a space for a radical reimagining of the Indonesian present, and how the past is kept alive in the present in a very destructive and disturbing way.

– Joshua Oppenheimer, intervista a filmcomment.com

Inevitabilmente, il patto narrativo tipico del cinema documentario risulta costantemente infranto – con buona pace di chi ne esalta il valore di verità e testimonianza. Oppenheimer confeziona un prodotto ibrido in cui piani di realtà eterogenei vengono a collimare confondendosi: stralci di scene con persone apparentemente inconsapevoli di essere filmate (un leader di Pancasila a un raduno del gruppo si lascia andare a commenti pesantemente sessisti), interviste dirette ai gangster o ai leader politici in cui la voce fuoricampo del regista fa da contrappunto, dialoghi liberi tra i protagonisti, riprese del backstage mentre vengono provate le parti da inscenare e ancora frammenti interamente diretti, scritti e recitati da Anwar e compagni. Interpolati in mezzo alle altre scene, questi ultimi sono spesso surreali, stranianti. Herman veste abiti femminili dai colori sgargianti. Anwar si maschera da cowboy a cavallo. Emulano modelli hollywoodiani così come, da giovani, uccidevano imitando le pellicole viste al cinema.

Immagine 25

Immagine 4

La successione fluida di questi piani distinti finisce per irretire lo spettatore in un continuo gioco di riflessi, sguardi e proiezioni. Anwar davanti alla televisione osserva il materiale girato, le scene appena mostrate nel film, e le commenta, valuta la propria performance, discute le tematiche da trattare e la riuscita del film mentre il film stesso si va svolgendo. Questa prassi metacinematografica trova la sua raffigurazione iconica nella scena in cui, truccato e seduto al comando di una cinepresa, Anwar la fa ruotare fino inquadrare l’altra telecamera (manovrata da Oppenheimer o da uno degli aiuto registi) e i due occhi di vetro si incontrano.

Immagine 4

In questo incontro di obiettivi c’è il riconoscimento della distanza che si frappone tra osservatore e osservato, e al tempo stesso l’annullamento di quella distanza, la cognizione che le due entità sono interdipendenti, si influenzano a vicenda. Lo sguardo di Oppenheimer non si fa mai pedagogico, né condiscendente o sentenzioso. The Act of Killing elude e mette in crisi la capacità di formulare un giudizio etico. E tenta (riuscendovi) di sottoporci una lettura complessa, problematica, che ci avvicina al male per farci riconoscere in esso, per mostrarci quanto sia tragicamente simile a noi. Così, pur continuando a condannarne le azioni, si finisce col provare empatia per il pluriomicida Anwar, scorgendone poco alla volta la fragilità, il volto umano sotto quello del mostro.

Così pure, a un livello superiore di astrazione, si finisce col domandarsi quali siano le nostre responsabilità di spettatori. Quelle storiche, in un eccidio che non solo è stato tollerato, ma supportato e finanziato dai governi occidentali, quanto quelle attuali, nel perpetuare un sistema economico che può reggersi unicamente sul sopruso – opportunamente distanziato, dissimulato, rimosso:

I think it felt very, very important to show that every culture, every human society whose normality is built atop terror and lies has a hollowness, a deathliness to it. By the end of the film Anwar is not just haunted, I think there’s something dead about him. And I think that your shirt, my shirt, is affordable, this recording device is affordable, because people are making [them] under conditions of fear and oppression that mean they can’t organize proper unions to fight for better conditions. And every place that these things are being made—be it in Indonesia, China—there’s men like Anwar and Herman who are actually enforcing those terrible conditions and who are intimidating people who are fighting for better conditions.

– Joshua Oppenheimer, intervista a filmcomment.com

One Comment Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...