Bonsai #31 – Cristoforo Spinella, Pezzi di turchi

di Giacomo Gabbuti

PEZZI TURCHI

Io a Gezi simpatizzavo per i poliziotti. No, calmi, scherzavo: io a Gezi innanzitutto non c’ero. Però ecco, guardando le foto, guardando i nostri soliti, approssimativi giornalisti, trasformatisi di colpo in sommi esperti della Turchia; vedendo le prime pagine gonfiarsi facendo indigestione di quei pochi tweet scritti in inglese che arrivavano dal Bosforo, di foto che non si capiva se erano maratone o cortei, istintivamente trovavo complesso immedesimarmi nei manifestanti che si ergevano a barricata per difendere gli alberi del parco dalla speculazione edilizia.
Non perché mi sentissi Pasolini, no di certo. Però ecco, tutta quell’adesione acritica che si respirava – sui giornali come sulla rete – in Italia e in Europa in quei giorni, un po’ di simpatia verso quei poliziotti me la ispirava. Perché non parlavano inglese, loro, a differenza dei manifestanti; ma parlavano turco, e avevano la faccia nera del turco anatolico, quello che nei miei pochi mesi di Erasmus avevo provato ad avvicinare, con gli scarsi risultati che meritava il mio aspetto così poco anatolico, quei capelli così scandalosamente…castani. Parlavano la lingua di quei milioni che per decenni hanno subito la violenza dei golpe militari, l’imposizione di una rivoluzione culturale radicale che ancora lascia ferite non sanate, le liberalizzazioni volute dal Fondo Monetario Internazionale, il ruolo di cane da guardia di un Occidente che li discriminava e ghettizzava non appena mettevano piede in Germania o nel resto dell’Europa ricca.

La Turchia: quella che a scuola fa capolino per l’ultima volta a inizio novecento, come il gigante d’argilla; quella che per secoli aveva rappresentato riferimento politico e culturale incessante e ambiguo, comprendente la meraviglia del Serraglio e il terrore di Famagosta (noti al lettore italiano più per romanzi come Il mio nome è rosso e Altai che per altro); quella che da decenni ha assunto il ruolo di comparsa folkloristica nel dibattito pubblico italiano. Prima di Gezi, infatti, un Paese ancora marginale ma sempre più strategico nello scacchiere politico ed economico, al centro non solo delle strategie vecchia maniera della fu Fiat (a.k.a. Tofaş) ma anche di Unicredit, veniva buono solo per le stanche polemiche sulle radici cristiane dell’Europa rivendicate da chi ne temeva un ingresso nell’Unione Europea, di cui si faceva garante un Berlusconi mai così situazionista come nella improvvisata politica estera di prima dello spread e dei gomblotti.

Troppo poco per meritarsi un’immagine stereotipata – alla pizza e mandolino, per intenderci: della Turchia avevamo un’immagine vuota, un buco nero. Nero che di colpo si riempì di tutti i colori di un’inizio estate torrido, lasciandoci accecati e storditi. Stupiti prendemmo consapevolezza di quella Turchia così moderna, così europea, che dagli smartphone come i nostri – più belli e cari dei nostri – twittava indignata. Una Turchia per cui di colpo provavamo simpatia. Una Turchia che convive a cavallo del Bosforo e lungo l’Anatolia. Il vuoto della disinformazione veniva riempito dal rumore più comprensibile, e d’improvviso eravamo tutti esperti, tutti pronti a parlare di scontro di civiltà, di islam contro diritti, ad assimilarlo a quello che succedeva in Egitto. Ecco, io dell’Egitto non c’ho capito niente, eppure penso che della Turchia abbiamo capito, tutti, ancora meno.

A rendere giustizia a quello che successe a Gezi poco meno di un anno fa è Pezzi di Turchi, di Cristoforo Spinella: un libro che è un instant book per caso, perché è stato pensato prima della rivolta, e che ha dunque il pregio di uscire poco dopo senza per questo schiacciare la prospettiva. Raccoglie anzi l’esperienza sul campo di chi inviato a Istanbul era già da prima – dopo esserci stato, anche lui, in Erasmus. Un libro che, come spiega l’introduzione, non si pone l’obiettivo di spiegare, ma prova a fornire al lettore gli elementi necessari a contestualizzare. Lo fa attraverso una struttura semplice e tremendamente efficace: una prima parte, una sessantina di pagine, di contesto, che fornisce i cenni storici senza i quali non si può avanzare alcuna pretesa di conoscenza (ma nessuno in più di questi); una seconda di voci, interviste a personaggi a noi del tutto ignoti che hanno però molto da dirci. Meno di duecento pagine, dense di parole e di simboli. I volti, i pezzi che Spinella ci apparecchia davanti incarnano infatti le infinite contraddizioni di questo grande e complesso Paese che sente di essere emergente, rispetto all’esterno e anche, per molti versi, rispetto alla rappresentazione monocolore di sé che ha subito troppo a lungo. Dall’attivista per i diritti dei disabili, alla donna cui venne vietato di entrare in Parlamento perché non voleva cedere all’imposizione di levarsi il velo; dalle minoranze etniche curde e armene, alla prima donna archi-star ad aver progettato una moschea, che spiega di apprezzare Erdogan; la Turchia demolisce con le sue storie ogni giudizio preconcetto.

Pezzi di Turchi è dunque un libro che, davvero va definito letteralmente necessario: nella valenza di essere ciò di cui c’è bisogno, anche per la qualità di uscire nel momento adatto, quello in cui la Turchia torna – o dovrebbe tornare – a stuzzicare la nostra attenzione per altre vicende; e ancor più in quella di essenziale, di contenere davvero lo stretto indispensabile a orientare il lettore, senza imporgli di diventare uno specialista. Per chi nutrisse simili velleità, una bibliografia permette di approfondire: per chiunque, rimarrà la curiosità e il rispetto per questo mondo così eterogeneo e vicino. Sperando che serva a impedirci di scordare di nuovo quel nostro vicino non più addormentato – e a farci raccapezzare di quel fiore sbocciato a Gezi in giugno.

[PS: per i lettori romani: il 23 Febbraio, il libro sarà presentato alla Libreria GRIOT]

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