In lingua straniera: La mia classe di Daniele Gaglianone

di Chiara Impellizzeri

lamiaclasse

In questi giorni gira in alcune sale italiane, praticamente autodistribuito, un piccolo gioiellino del cinema italiano, il docu-fiction La mia classe di Daniele Gaglianone. Sceneggiato insieme a Gino Clemente e Claudia Russo, il film è stato presentato alle Giornate degli autori dell’ultimo Festival di Venezia.

L’idea originale prevedeva una sceneggiatura-canovaccio che fondesse recitazione, improvvisazione e verità documentaria: un attore, Valerio Mastandrea, avrebbe recitato il ruolo di un insegnante di lingua italiana in una classe di veri migranti adulti, seguendo il modello di De Seta e Cirino in Diario di un maestro. Gli sceneggiatori si sono dunque limitati a fissare di volta in volta dei temi o degli esercizi collettivi, sui quali poi Mastandrea avrebbe dovuto improvvisare una lezione, sollecitando gli studenti a interagire spontaneamente e raccontare le proprie esperienze. Oltre a questi momenti più propriamente ‘documentari’, al film si sarebbero dovute aggiungere una serie di sotto-trame finzionali, concepite però come verosimili sviluppi delle reali vicende biografiche di ogni studente. Tuttavia poco prima dell’inizio delle riprese un evento ha mutato definitivamente la forma del documentario: una delle linee narrative ipotizzate – certo la meno fantasiosa –, la storia di uno studente alle prese con un mancato rinnovo del permesso di soggiorno, è diventata realtà. La produzione pare abbia fatto salti mortali per risolvere l’intoppo, ma a quel punto l’équipe si è trovata di fronte a un problema etico reale: dover fare i conti con la stessa realtà legislativa contro la quale il documentario veniva girato. Da lì è sorta l’idea di inglobare quella verità all’interno del film, chiedendosi cosa sarebbe accaduto se il problema fosse avvenuto durante le riprese e se la produzione avesse scelto di assecondare le regole burocratiche. Così, da un’impresa di minori pretese, è nata invece una sorta di ‘meta-docu-fiction’, un lavoro ibrido, difficile e imperfetto, ma anche un film incredibilmente onesto e potente.

Per prima cosa si è scelto di far comparire l’intera troupe, regista incluso, all’interno del film. Sin dalla dalla prima scena vediamo quindi gli operatori aggirarsi in mezzo alla classe, interagire con gli studenti e predisporre le riprese. Il nucleo principale del documentario (le lezioni improvvisate in classe) è rimasto intatto, mentre sono state inserite delle brevi scene che dovrebbero costituire l’abbozzo di un possibile intreccio drammatico: una studentessa scopre che il professore nasconde una grave malattia, un controllo documenti in strada porta all’espulsione e al suicidio di uno degli studenti… Si tratta di storie che potrebbero essere trattate con un facile patetismo, ma questo effetto viene subito smorzato dal fatto di mostrarne le prove della messa in scena, denunciandone così lo statuto finzionale. Nel caso poi della scena più dura, quella del suicidio, si è scelto di mostrare solo la troupe mentre scherza con il ragazzo, spiegandogli come simulare l’azione. Questa operazione non mira tanto a irridere l’elemento tragico, quanto a lasciarlo pudicamente fuori dallo schermo, evocandolo invece in modo più indiretto e perturbante.

Le testimonianze degli studenti restano il nucleo centrale del film: così una lezione sulla differenza semantica e l’uso pragmatico di espressioni come «Vivo in una casa/ Qui mi sento a casa/Qui sono di casa» diventa un mezzo per permettere a ciascuno di parlare dell’espatrio, della nostalgia, del sentimento di estraneità; un esercizio di conversazione che prevede la simulazione a coppie di un colloquio di lavoro telefonico arriva a descrivere indirettamente le condizioni di sfruttamento che fanno ormai quotidianamente parte del vissuto di ogni lavoratore migrante. Mastandrea nei panni di un professore energico e introverso riesce a mantenere il suo ruolo, restando in disparte quanto basta per permettere agli studenti di essere i protagonisti. Nel chiuso delle quattro mura di un CTP romano si spalanca una finestra su una vastità di storie e mondi differenti: Iran, Egitto, Bangladesh, Ucraina, Nuova Guinea, Senegal, ecc… C’è chi ha lavorato come lavapiatti, chi fa il cameriere, chi il manovale, uno o due sono studenti universitari. La telecamera indaga volti e reazioni individuali cercando di mantenersi in equilibrio tra il desiderio di raccontare attraverso ‘emozioni vere’ e l’inevitabile voyeurismo che un documentario del genere comporta.

Proprio il contesto della classe di italiano permette di analizzare uno dei nodi principali dello statuto di subalternità dell’espatriato: la lingua.
L’interazione collettiva tra studenti e insegnante mostra come il bisogno di farsi capire e condividere ricordi e riflessioni debba con fatica piegarsi alle strutture di una lingua non perfettamente padroneggiata. Ogni migrante è sottoposto a un duplice sforzo di traduzione: da un lato la necessità di convertire un trauma in parole («È difficile spiegare» è una frase che viene spesso ripetuta), dall’altro il bisogno di tradurre queste parole in una lingua straniera. Il lavoro in classe diventa allora un tentativo imperfetto di colmare reciprocamente una doppia distanza, linguistica ed esperenziale, tra il professore e gli studenti. Si evidenzia così il valore politico e sociale della lingua, dalla quale dipendono le possibilità di ‘integrazione’ di ogni espatriato, le relazioni di potere che si formano in campo lavorativo, e attraverso la quale si veicola anche una certa immagine del migrante come irriducibilmente ‘estreaneo’ (in sala, ad esempio, si rimane allegramente stupiti la prima volta che si sente uno studente bengalese esprimersi con un perfetto accento italiano meridionale, tra il romano e il napoletano).

Al centro del film si situa la vicenda del permesso di soggiorno negato, momento che si è scelto di rappresentare due volte: la prima volta l’avvenimento è esibito come sotto-trama finzionale del film e il protagonista è Shady, un ragazzo egiziano al quale il maestro permette di seguire le lezioni nonostante il permesso di soggiorno sia scaduto; la seconda volta invece l’evento è presentato come ‘reale’ e la storia riguarda Issa, un ventenne della Costa d’Avorio scappato durante la guerra civile dopo aver visto massacrare la sua famiglia e fermamente intenzionato a dimenticare il suo paese. In quest’ultimo caso è il regista stesso a doverlo accompagnare fuori dal set, scusandosi davanti a tutti, dopo che il ragazzo ha ricevuto dall’ambasciata un documento che ne reclama il reimpatrio, considerando ormai stabilizzato il nuovo governo in Costa d’Avorio.
A questo punto Gaglianone ha messo in scena una breve lite che contrappone gli studenti e la troupe e mette in dubbio la legittimità del documentario stesso: da un lato infatti il film vorrebbe raccontare la storia di un «maestro buono» che chiude un occhio su un’irregolarità, dall’altro realisticamente si decide di allontanare uno studente-attore e lasciarlo a se stesso; da una parte si fa un film contro certe logiche, dall’altro si cede al compromesso per poter continuare quanto meno a girarlo e testimoniare di quelle storie. «Ma quindi quello che stiamo facendo non serve a un cazzo?», chiede a un tratto Mastandrea a Gaglianone in mezzo alla classe.

Scegliendo di rappresentare questo contrasto irrisolto Gaglianone riesce a svincolarsi definitivamente da qualunque retorica dei buoni sentimenti, dalla compassione pietosa e rassicurante e dall’esaltazione del valore testimoniale dell’arte in sé. Non che La mia classe non sia anche un film di denuncia e di testimonianza: è anzi un bellissimo documentario che riesce a evidenziare l’esistenza di un elemento qualitativo, umano, di cui non tengono conto i dati disincarnati della statistica e della burocrazia. In una cultura abituata a considerare i migranti come ‘non-persone’, il film lascia parlare storie che rivendicano il diritto per ogni essere umano ad essere felice e a cercare di costruirsi una vita dignitosa lontano dalla miseria o dalla guerra; e ricorda inoltre che dietro l’attuale legislazione esiste un sistema economico, agito da altrettanti esseri umani, che ha tratto profitto dalla creazione di un esercito di lavoratori perennemente ricattabili.

Ma proprio esibendo le contraddizioni formali del suo lavoro, giocando con lo statuto di docu-fiction, il film arriva a compiere un passo ulteriore: arriva a dire che vi sono prese di posizioni che non possono essere delegate, e che in alcuni casi il valore di una testimonianza rischia di esaurirsi nell’autoreferenzialità se a questa non segue un’azione concreta che vada oltre il gesto artistico. Così facendo La mia classe cessa di essere solo un documentario sulla condizione del migrante e comincia a interrogare la condizione dello spettatore. Lo slittamento tra finzione, verità documentaria e meta-rappresentazione non serve quindi ad aprire una riflessione pirandelliana sul regime di senso confusivo che si instaura tra realtà e immaginario finzionale. Piuttosto ciò che il film pone è una riflessione aperta sul potere del linguaggio, quello verbale come quello cinematografico, e sullo spazio d’azione e comunicazione che si crea tra un certo gruppo sociale (quello, in sostanza, dei progressisti colti e impegnati, di chi ha girato il film come probabilmente di coloro che lo andranno a vedere nelle sparute sale dove è proiettato) che detiene questo linguaggio e il gruppo variegato dei migranti che, mentre cerca di appropriarsene, deve comunque delegare una parte del racconto di se stessa all’altro, piegarsi alle sue rappresentazioni.

Il lavoro di Gaglianone è originale, intelligente e non nasconde i suoi difetti: meriterebbe insomma che se ne parlasse di più. Invece, nonostante la discreta accoglienza a Venezia, le ottime recensioni della critica e la presenza di un attore famoso come Valerio Mastandrea, La mia classe resta sostanzialmente al di fuori dei grandi circuiti di distribuzione, boicottato persino da 01, la casa di distribuzione di Raicinema (che pure ne ha in parte finanziato la produzione: qui il racconto del produttore Gialunca Arcopinto). Un ennesimo esempio delle contraddizioni che esistono tra produzione e distribuzione nel sistema cinematografico italiano, e del totale disinteresse per una politica culturale che promuova un cinema nazionale coraggioso, indipendente e di qualità. Il documentario continua comunque a girare autonomamente, grazie anche alle richieste degli esercenti. Prossima tappa oggi, giovedi 13 febbraio, all’ Auditorium occupato “Carla e Valerio Verbano” a Napoli.

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