«NOVO VRIJEME DOLAZI», ovvero cosa succede in Bosnia in questi giorni

di Milena Pavlović

«In Bosnia gli hooligans?», «In Siria gli insorti?», «In Ucraina i manifestanti?» «Andate a farvi fottere in tre lingue» «I dimostranti non sono hooligans!» (Traduzione dal serbo dei tre stickers nella foto)
«In Bosnia gli hooligans?», «In Siria gli insorti?», «In Ucraina i manifestanti?»
«Andate a farvi fottere in tre lingue»
«I dimostranti non sono hooligans!»
(Traduzione dal serbo dei tre stickers nella foto)

Senza nome, nazionalità o partito politico. Sono i manifestanti di Tuzla, Sarajevo, Zenica, Bihac, Mostar che scendono in strada lanciandosi verso l’assedio ai palazzi del potere. Chiedono la modifica delle politiche di privatizzazione che hanno mutato il volto economico del Paese, la rinuncia alla restituzione del prestito al Fondo Monetario Internazionale (FMI), il ricambio della classe politica, l’aumento delle pensioni minime e ancora e, soprattutto, l’abolizione delle due entità (la Federazione croato-mussulmana e la Republika Srpska) nate alla fine della guerra dagli accordi di Dayton (1995).

Dita, Polihem (Hak), Guming, Konjuk e Aida sono i nomi delle cinque fabbriche di Tuzla, vittime come molte altre della privatizzazione selvaggia che ha investito la Bosnia Erzegovina tra 2000 e 2010, che mercoledì hanno dichiarato il fallimento, licenziando 200 operai. Nasce con la chiusura delle fabbriche e in una cittadina del nord-est della Bosnia una protesta che in pochissimo tempo accende i cantoni della Federazione croato-mussulmana fino ad arrivare agli abitanti della Republika Srpska. Gli scontri con la polizia si protraggono per tre giorni con un bilancio complessivo di decine di feriti (soprattutto poliziotti), diversi arresti, l’incendio di alcune sedi presidenziali e la caduta dei governi cantonali di Tuzla, Zenica-Doboj e Sarajevo.

Il movimento di rivolta, che già alcuni chiamano Primavera bosniaca, domenica ha reso noti i punti di un radicale programma di cambiamento: a Tuzla con la Dichiarazione dei lavoratori e dei cittadini del Cantone di Tuzla come a Sarajevo e a Bihac.
Le proteste anti-privatizzazione che incendiano la Bosnia, trasformatesi velocemente in insurrezione sociale, si fanno largo in un Paese il cui attuale tasso di disoccupazione sfiora il 40% (di cui quello giovanile il 60%) aprendo spazi di rivolta che coinvolgono in maniera uniforme operai, giovani e pensionati. Gli eventi di questi giorni sono il rigetto incendiario delle “politiche di transizione” che da circa quindici anni investono la Bosnia e l’insieme dei Paesi ex-jugoslavi. Le rivolte locali, nate come focolai spontanei, sono spia di un malessere balcanico diffuso: dal 2001 a oggi in Serbia sono state privatizzate circa 3000 imprese, 2000 delle quali oggi sono distrutte; non si tratta di un fenomeno isolato ma di scelte politico economiche di apertura agli investimenti privati che accomunano senza eccezioni le transizioni balcaniche, implicando una radicale trasformazione del tessuto sociale ed economico dei Paesi ex-jugoslavi.

La risposta delle rivolte bosniache alla crisi non lascia incolume la classe politica ritenuta inadeguata e corrotta, oltre che responsabile dell’inerzia burocratico-amministrativa e della stagnazione economica del Paese. Attraverso una presa di controllo dal basso, i manifestanti vogliono mettere in atto processi di controllo popolare delle compagnie locali, proponendo un annullamento dei contratti di privatizzazione della maggior parte delle imprese presenti sul territorio; per fare questo la rottura nei confronti di un sistema politico, erede delle politiche nazionaliste degli anni ’90, non solo è radicale ma si pone come una delle anime principali di una protesta scevra da ogni linguaggio etnico ed etnicizzante. E sono proprio i politici che, nel tentativo di frammentare la protesta dall’interno, sguinzagliano i media locali e nazionali parlando di hooligans infiltrati nel movimento, ingigantendo in maniera spropositata i danni dell’incendio a una piccola parte degli Archivi nazionali di Sarajevo. E mentre Valentin Inzko, Alto Rappresentante per la BiH (figura istituita con gli Accordi di Dayton), dichiara: «If the situation escalades, we have to think about sending EU troops. But not yet», e la classe politica bosniaca, pervasa dalla paura dell’estensione e del rafforzamento della protesta (anche oltre i suoi confini nazionali) condanna e associa i tumulti alle scene di guerra del ’92, cercando disperatamente di appigliarsi alle divisioni e alla cantonizzazione etnica che ha tenuto la Bosnia sotto una calma apparente per 20 anni, i manifestanti bruciano le sedi dei partiti nazionalisti e ricoprono i muri delle loro città con «Smrt nacionalizmu» (Morte al nazionalismo!) intonando «Novo vrijeme dolazi» (Un nuovo tempo arriva).

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Un’amica bosniaca mi racconta di temere che la violenza delle proteste possa regalare a qualcuno la possibilità di parlare dei “soliti selvaggi balcanici”. Per anni abbiamo letto e sentito parlare di una guerra atavica narrata come la svolta prevedibile di una pace fittizia imposta a dei popoli rappresentati come naturalmente violenti. Ancora oggi, queste proteste faticano a trovare voce in un’Europa in cui i Balcani sono ancora considerati “il suo alter ego” lontano, oscuro ed orientale (Maria Todorova in Imagining Balkans, ha scritto straordinariamente bene a riguardo). Qualcosa di diverso, tuttavia, capovolge questa interpretazione essenzialista delle guerre in ex-Jugoslavia degli anni ’90: il rigetto delle politiche nazionaliste e il ritorno di una collaborazione tra movimenti di lotta contro la crisi che supera le frontiere territoriali, considerate per lungo tempo insormontabili. Bandiere di movimenti antifascisti e anticapitalisti sventolavano ieri a Belgrado in una piazza che urlava «Viva la lotta dei popoli dei Balcani» in sostegno alla BiH, mentre i croati annunciano manifestazioni nella settimana prossima.

Qualcosa di nuovo è germogliato in questi giorni. Le rivolte bosniache, nate da una protesta di 200 operai, meno di una settimana fa, esigono una liberazione dagli stereotipi dell’immaginazione balcanica, scrostano le immagini della guerra e impongono uno nuovo spostamento di sguardo verso l’Europa dell’Est non come un Far West da conquistare, ma come spazio di lotta a cui si allineno «Tahrir, Taksim, Konj» [1] nel paradigma di un’Europa senza frontiere che insorge nelle sue periferie e che può essere riscritta al di fuori dei palazzi del potere.

Ottime e ampie sintesi degli eventi di questi giorni in BiH le trovate qui: http://balkans.courriers.info/, qui: http://www.balkaninsight.com/en/page/all-balkans-home e qui: http://www.balcanicaucaso.org/

1. Striscione apparso ieri a Belgrado. Konj significa cavallo e il riferimento è alla piazza belgradese Trg Republike, luogo di ritrovo dei manifestanti, al cui centro sorge una statua con un cavallo.

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