The Wolf of Wall Street: l’estasi cinematografica e il fascino perverso della ricchezza

di Valerio Valentini

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Si è spesso parlato della lentezza con la quale Hollywood tende a metabolizzare i traumi storici e a farne narrazione cinematografica. Se si pensa a Rossellini che gira i suoi capolavori in mezzo alle macerie di Roma o Napoli, coi carri armati che gli sfilano dietro le spalle, si rimane stupiti nel constatare come al Neorealismo bastarono poche settimane per reagire allo sfacelo della Seconda guerra mondiale, mentre il cinema americano impiegò dieci anni per raccontare le atrocità del Vietnam, e ancora oggi, a distanza di dodici anni, si sta ancora attendendo che Hollywood faccia davvero i conti con l’11 settembre. Anche a proposito di The Wolf of Wall Street, qualcuno ha criticato Martin Scorsese per esser arrivato in ritardo a descrivere le assurdità della finanza speculativa, denunciando le storture di un fenomeno quando era già arrivato al suo culmine, e aveva prodotto i suoi danni. Anche Scorsese, dunque, nella lista dei profeti arrivati in ritardo?

Direi di no. Innanzitutto perché il progetto originario di The Wolf of Wall Street risale a prima dell’inizio dei lavori per Shutter Island, cioè al 2007-2008, quando Lehman Brothers era ancora una solidissima società di servizi finanziari e chi metteva in guardia rispetto agli scricchiolii di Wall Street veniva guardato con diffidenza. Se Scorsese e Di Caprio – al quale si deve l’intuizione iniziale di trasformare l’autobiografia di Jordan Belfort in un film – hanno rimandato così a lungo la realizzazione del progetto, è stato per problemi economici e beghe con le major di Hollywood. In secondo luogo, scorrendo la filmografia di Scorsese, ci si accorge che non bisogna certo arrivare fino al 2013 per trovare una critica feroce al mondo delirante della New York degli anni ’80 (quello in cui nasce il fenomeno Belfort), fatto di yuppies, di uffici in cui telefoni e computer sembrano più umani degli impiegati che li utilizzano e di frustrati alla smaniosa ricerca di guadagno facile. Tutto questo Scorsese lo ha descritto in uno dei suoi film più sottovalutati, Fuori orario (1985), al quale, tra l’altro, The Wolf of Wall Street si richiama anche livello linguistico: le carrellate in mezzo alle scrivanie dell’open space, ad esempio, ma anche un inevitabile rinvio alla scena del tentativo di taglio di capelli di Paul Hackett attraverso quella, solo apparentemente meno cupa, dello scalpo della dipendente della Stratton Oakmont.

Oltre che una mera denuncia del delirio di Wall Street, allora, l’ultimo film di Scorsese può esser visto come una resa dei conti, un definitivo ripudio nei confronti della filosofia, affermatasi su scala mondiale negli ultimi trent’anni e spesso condannata dal cineasta italoamericano, secondo la quale l’intera esistenza di un uomo deve essere finalizzata alla ricchezza.

Per fare tutto ciò, Scorsese ha scelto uno stile narrativo che per svariati aspetti si riallaccia ai suoi due più celebri gangster-movie, Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995). E questo è già significativo: dovendo raccontare un fenomeno che per molti continua ad essere assolutamente normale, cioè la speculazione finanziaria e il capitalismo d’assalto, Scorsese sceglie il genere col quale aveva descritto la vita di mafiosi pluriomicidi. La differenza tra un Henry Hill e un Jordan Belfort, dunque, sta solo nella maggiore accettazione sociale che la figura del broker assume agli occhi delle persone rispetto a quella di un affiliato a Cosa Nostra. Ed ecco che dunque appaiono come tutt’altro che semplici esagerazioni da discorso motivazionale le parole che Belfort/Di Caprio utilizza per persuadere i suoi dipendenti a vendere le azioni del nuovo socio Steve Madden (qui la sequenza in lingua originale):

Vedete queste piccole scatole nere? Si chiamano telefoni. Vi metto a parte di un piccolo segreto a proposito dei telefoni: non sanno funzionare da soli. Ok? Senza di voi, sono soltanto attrezzi di plastica, come un M-16 carico senza un Marine che prema il grilletto. E nel caso del telefono, tocca a voi, a ognuno di voi, miei agguerritissimi Strattoniani, miei killer… I miei killer che non accetteranno mai un no come risposta… I miei fottuti guerrieri che non riagganceranno il telefono fino a quando il cliente o compra, o perdio, schiatta!!! […] Voglio che adesso vi sediate, e voglio che ficchiate le azioni di Steve Madden giù per la gola dei vostri clienti fino a che non ci si strozzano […]. Ecco quello che voglio: che siate feroci, che siate implacabili, che siate al telefono dei cazzo di terroristi.

Ma al di là delle numerose analogie (preponderanza della voce fuori campo, narrazione in prima persona, racconto della vita straordinaria di un personaggio come emblema di un determinato ambiente straordinario), mi sembra opportuno sottolineare alcune divergenze che separano The Wolf of Wall Street da Quei bravi ragazzi o Casinò, e attraverso le quali si possono forse comprendere meglio certe peculiarità dell’ultimo film di Scorsese. Il primo è l’atteggiamento del protagonista-narratore rispetto agli spettatori e alla macchina da presa. Di Caprio guarda continuamente nell’obiettivo, si rivolge direttamente al pubblico, estraniandosi, quasi, dal resto della scena. Un qualcosa che in precedenza solo di rado accadeva nei film di Scorsese: la sequenza finale di Quei bravi ragazzi (una citazione, tra l’altro, di The Great Train Robbery), oppure, nello stesso film, la scena in cui Henry presenta i componenti della banda (anche se lì sono questi ultimi, e non il narratore, a parlare in camera). Ma ovviamente si trattava di brevissime eccezioni, mentre in The Wolf of Wall Street la rottura della finzione cinematografica, da parte di Jordan Belfort, è una costante. Non solo: sin dalla sequenza d’apertura, con lo spot pubblicitario della Stratton Oakmont, con il fermo immagine sulla faccia del nano lanciato contro il bersaglio e poi su quella di Belfort, con il cambio di colore della Ferrari, con la presentazione di Naomi come vera e propria bambola che si rotola nel letto e ammicca alla camera da presa, tutto contribuisce a creare un effetto straniante nello spettatore. Per l’intera durata del film, Scorsese ci ricorda che quello che stiamo guardando è un qualcosa in cui non dobbiamo credere, che tutto quanto – benché basato su una storia verissima – si regge su un’illusione. E ce lo ripete fino alla scena finale, quando un Jordan Belfort parzialmente rinsavito viene presentato ad una conferenza che si tiene ad Auckland sulle strategie di vendita (e ad introdurlo alla platea è lo stesso Jordan Belfort, quello reale: un cammeo che rinnova il corto-circuito tra finzione e realtà), ed improvvisamente la macchina da presa volta le spalle a Di Caprio ed inquadra i tanti spettatori, che come noi stanno assistendo all’ennesimo show di Belfort, che come noi sono pronti a lasciarsi ipnotizzare, ancora una volta.

Alla luce di tutto ciò, si capisce anche l’infondatezza di un’altra critica rivolta a Scorsese, forse la più ricorrente nei vari commenti negativi al suo film: quella di aver rappresentato in maniera compiaciuta e indulgente il mondo allucinato di Belfort, mostrandolo nei suoi aspetti più esaltanti, senza dare il giusto risalto alla tragedia vissuta dalle persone frodate dalla Stratton Oakmont. È una critica che non di rado viene rivolta ai film che hanno come protagonisti criminali di ogni genere, e che spesso coglie nel segno: certe tipizzazioni di mafiosi e gangster, non solo ad opera del cinema americano, hanno davvero del ributtante. Ma in questo caso a Scorsese si imputa una colpa più specifica: quella di aver scelto, per descrivere la vicenda di Belfort, un genere che si richiama alla commedia. E far ridere raccontando la vita di uno che ha mandato sul lastrico migliaia di famiglie, rendere i suoi eccessi e le sue “stravaganze” esilaranti, questo a molti è sembrato inaccettabile. Del resto anche il senso di colpa che ha preso molti degli spettatori all’uscita dal cinema – di aver riso e di essersi entusiasmati sulla maggior parte delle scene del film – a cos’altro è dovuto se non all’idea che di fronte a certi drammi umani si debba sentire soltanto un senso di angoscia o di indignazione?

A me sembra che si ripeta lo stesso equivoco che per anni ha oppresso la Commedia all’italiana: il non comprendere che virare al comico aspetti che sono perlopiù drammatici, rendere grotteschi personaggi che non nascondono affatto la loro meschinità, è un modo per raccontare la tragedia, e non per camuffarla. E non è un caso che Scorsese, in questo film più che in altri, abbia recuperato l’insegnamento di Risi e Monicelli. Spettacolarizzandola e comicizzandola, Scorsese ha mostrato l’aspetto forse più pericoloso della filosofia edonistica ed autodistruttiva di Belfort, che ha corrotto milioni di persone in tutto il mondo: la capacità di sedurre. Il denaro, il sesso estremo, la droga, il lusso smodato… sono tutte tentazioni di cui sarebbe difficile negare la forza attrattiva. E difatti le prime due ore di film sono una vera e propria estasi, una successione strabiliante di scene pazzesche, legate da un montaggio frenetico e come sempre magistrale (non si sottolineerà mai abbastanza quanto, del successo di Scorsese, è dovuto all’arte di Thelma Schoonmaker) che concede la prima transizione in dissolvenza al nero dopo centoventisette minuti di pura apnea. In qualche modo, Scorsese ha cercato di rendere cinematograficamente l’effetto stupefacente prodotto dalle droghe che Belfort e soci assumono in quantità industriali (emblematica la scena della “riunione” dei dirigenti della Stratton Oakmont), trasportando lo spettatore all’interno del vortice allucinogeno che è la vita del protagonista, in una dimensione paranormale nella quale le tante vittime disseminate lungo il cammino – le migliaia di clienti frodati, ma anche amici e colleghi che non reggono il peso di una follia insostenibile e si suicidano o muoiono di infarto – vengono appena citate con assoluta noncuranza.

La nausea per quel mondo paradossale arriva solo nell’ultima mezz’ora del film, e magari rimane impressa all’uscita dalla sala di proiezione. A quel punto, dopo aver visto il finale, e man mano che l’estasi cinematografica evapora, lo spettatore si trova a ripercorrere a ritroso le sequenze del film e, anche in quelle che erano sembrate più esaltanti, soprattutto in quelle, trova un fondo di disgusto. È il caso, ad esempio, della geniale scena in cui Jordan e il suo braccio destro Donnie si aggrovigliano uno sull’altro, avvinghiati dal filo del telefono e in preda agli effetti del Quaaludes 714, rivelando perfettamente la loro totale inadeguatezza al mondo reale (significativo il parallelismo con Braccio di Ferro), e il loro considerare ogni cosa – compresa la loro stessa vita – subordinabile alla ricerca dello sballo più estremo. Ma è anche il caso della scena in cui Donnie si masturba davanti a decine di persone, eccitato dalla prima epifania di Naomi (anche lei irreale nella sua smodata foga di seduzione), di quella in cui Jordan sniffa cocaina – o almeno a me sembra che faccia proprio questo: ignoro se si tratti di una particolare tecnica di assunzione di stupefacenti – dall’ano di una prostituta, o dei tanti discorsi motivazionali che lo stesso Jordan urla ai suoi dipendenti, degli invasati che sfogano la loro euforia nelle forme più invereconde di sesso in ufficio. E anche alcune raffinatezze lessicali della voce fuori campo, che magari erano passate inosservate, svelano la massima cura dei particolari da parte di Scorsese e di Terence Winter (lo sceneggiatore dei Soprano, oltre che di Xena) nel raccontare l’aridità morale del protagonista: mentre snocciola tutte le sue ricchezze, Jordan Belfort afferma di “possedere, oltre a sua moglie e ai suoi figli”, soldi, ville, proprietà, yacht ed elicotteri.

La parabola di Jordan Belfort, in fondo, non è molto diversa da quella di altri celebri protagonisti dei film di Scorsese. E qui non mi riferisco soltanto all’Henry di Quei bravi ragazzi, il quale, proprio come Jordan, arriva all’apice del successo prima di crollare, di collaborare con la giustizia e di rassegnarsi a una vita normale, “come uno stronzo qualsiasi”. Penso anche al Travis di Taxi Driver, o al Paul del già citato Fuori orario. In tutti e tre i casi, seppur in modi diversi, la progressiva degenerazione dei protagonisti assume i caratteri di una de-umanizzazione: il robot-pistolero o la statua di cartapesta solo in apparenza sono creature più mostruose del fantoccio semi-paralitico in cui si riduce Jordan a seguito dell’assunzione di droghe. E anche nel ritrovare un suo equilibrio finale in una dimensione che non è così diversa da quella che era stata la sua esperienza passata, Jordan non si discosta molto dai suoi antecedenti: come Travis, che torna a guidare il taxi con una capigliatura di nuovo decente ma con lo stesso sguardo impazzito, e come Paul, rigettato, al termine di una notte da incubo kafkiano, nel suo ufficio, tanto accogliente quanto inquietante, così anche Jordan viene descritto, alla fine del film, nell’atto di fare ciò che ha sempre fatto: cercare di vendere qualsiasi cosa a qualsiasi persona, e insegnare ad altri a fare altrettanto.

E forse ancor più che altri protagonisti degenerati di Scorsese, Jordan dimostra una capacità diabolica di fagocitare nel suo mondo chiunque lo circondi. Di fatto, quelli che sono i tre contraltari di Belfort, le tre figure che mostrano una maggiore resistenza rispetto al suo modo di vivere (a parte l’agente dell’FBI, di cui dirò in seguito) sono anche quelle che restano maggiormente affascinate dalla sua figura, e che assimilano con un’inaspettata prontezza i suoi insegnamenti. Il primo caso è quello del padre, assunto da Jordan per far ordine nella sua azienda, ma che gradualmente diventa una figura contraddittoria, in bilico tra il mentore incorrotto (è l’unico, nella selva di indemoniati che è l’ufficio della Stratton Oakmont, a rammaricarsi del mancato abbandono dell’azienda da parte di Jordan, essendo consapevole che prima o poi “tutti i nodi vengono al pettine”) e il confidente attempato, che rimpiange di esser nato troppo presto quando il figlio gli racconta della nuova moda delle donne di depilarsi integralmente. Discorso analogo vale per le mogli di Belfort. Entrambe riescono a distaccarsi, sebbene con enorme fatica, dal suo abbraccio mortale, eppure per due volte sono proprio loro a rovesciare su Jordan, in due momenti piuttosto critici per lui, le sue stesse massime ciniche e spietate: che non esiste cattiva pubblicità a Wall Street, e che non esistono amici a Wall Street.

Come riesce, Scorsese, a descrivere questa dimensione folle, questo caleidoscopio di situazioni assolutamente assurde? In primo luogo – ed anche questo è un elemento di parziale rottura rispetto ai precedenti – rinunciando ad una narrazione lineare. Se in Quei bravi ragazzi, e ancor più in Casinò, la voce fuori campo serviva soprattutto a cucire i vari eventi nella loro successione temporale, in The Wolf of Wall Street il racconto del narratore è una sorta di ragnatela che tiene unite varie scene, le quali – non necessariamente legate da una successione cronologica, soprattutto nella parte centrale del film – concorrono piuttosto a formare l’affresco del mondo di Jordan Belfort. Significativamente, mi pare, in un’interessante intervista rilasciata al Nouvel Observateur, Scorsese ha espresso la sua avversione nei confronti della “dittatura dello storytelling”, e ha citato La dolce vita di Fellini come modello di narrazione senza una trama definitiva a cui sia lui sia Di Caprio vorrebbero approdare. The Wolf of Wall Street non è un film pienamente felliniano a livello narrativo, ma sicuramente lo è molto di più dei precedenti di Scorsese.

Anche nei dialoghi, The Wolf of Wall Street segna un’importante differenza rispetto ai suoi antecedenti, una differenza che può, certo, essere vista come una novità nella continuità. Sia in Quei bravi ragazzi, sia in Casinò, ma anche, ad esempio, in The Departed, i dialoghi più celebri contenevano un alto tasso di violenza, e anzi trovavano proprio nell’esasperazione della violenza la loro significatività. In The Wolf of Wall Street, invece, nel quale la violenza da mostrare non è quella della criminalità organizzata, ma quella della finanza scellerata, c’è una maggiore attenzione alla parola. In questo senso è straordinario il colloquio con cui Mark Hanna (un mostruoso Matthew McConaughey) inizia Jordan ai segreti di Wall Street: masturbazione assidua per sfogare la tensione, ricorso costante alla cocaina per mantenere la lucidità, e soprattutto imparare che bisogna illudere i clienti propinando loro una ricchezza assolutamente virtuale fatta di tassi di interesse e percentuali di guadagno, ma restare consapevoli che la vera ricchezza, quella a cui i broker devono puntare, è quella fisica fatta di soldi in contanti da portare a casa. Un altro importantissimo dialogo è quello in cui Jordan cerca di corrompere gli agenti dell’FBI che indagano su di lui, dopo averli invitati sulla sua barca e aver cercato di renderseli amici con aragoste e prostitute. Il rifiuto dell’agente Denham, la sua inflessibile, ancorché non indolore, refrattarietà alla tentazione del denaro, rappresentano, per Jordan, un dramma che va oltre la momentanea umiliazione: per la prima volta, il miliardario Jordan Belfort si trova costretto ad ammettere che c’è qualcuno che non si lascia calamitare dal fascino della sua ricchezza, con la quale aveva creduto, fino ad allora, di poter ottenere qualunque cosa.

E questo diventerà ancor più evidente nel finale del film, quando un Jordan Belfort in tuta da detenuto, mentre gioca a tennis con altri anonimi detenuti in un carcere del Nevada, arriva a dimenticare, seppure per un “breve, fuggevole minuto”, di vivere in un mondo “in cui tutto è in vendita”. Che sia possibile, dunque, anche per Jordan Belfort una redenzione? Non credo sia importante stabilirlo. E forse, a giudicare dalla scena con cui Scorsese ha voluto chiudere The Wolf of Wall Street, non è neanche l’interesse principale del regista, il quale sembra invece mettere in dubbio la possibilità di un’altra, ben più fondamentale, redenzione: quella di tutti noi che abbiamo appena finito di guardare il film.

3 Comments Add yours

  1. Benedetta Franzin ha detto:

    Vi ho trovati grazie alla pagina ufficiale di The Wolf of Wall Street: bellissimo blog e grandissimo pezzo! Se vi va passate anche da me :) Ciao!! http://oltreiconfinidelcinema.wordpress.com/

  2. breisen ha detto:

    L’ha ribloggato su Amolanoia.

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