I margini e la giusta distanza. “Pastoral/Moscow Suburbs” di Alexander Gronsky

di Roberta Agnese

Una parte della serie Pastoral/Moscow Suburbs è attualmente esposta a Parigi presso Polka Galerie e sarà visibile fino al 1 marzo 2014. Il libro che contiene tutte le immagini della serie è stato appena pubblicato dalla casa editrice ContrastoIl sito che presenta i lavori di Gronsky è http://www.alexandergronsky.com. I credits delle immagini qui riprodotte vanno a: @Alexander Gronsky/INSTITUTE.

 Ho visto al pianto mio
risponder per pietate i sassi e l’onde,
e sospirar le fronde
ho visto al pianto mio […]
Aminta, Torquato Tasso

Guardando le fotografie di Alexander Gronsky (fotografo estone, classe 1980), cedo volentieri alla tentazione di ricondurre a qualcosa di noto queste immagini di luoghi lontani.

Mosca, Pargi e Roma viste dal satellite
Mosca, Parigi e Roma viste dal satellite (click per ingrandire)

Se è vero che le periferie si somigliano un po’ tutte, ad accomunarle è forse anche il modo in cui gli abitanti vivono e si adattano a questi spazi incerti, il modo in cui caratterizzano e popolano con abitudini e pratiche quotidiane le zone al margine delle grandi città, mentre queste sfumano più o meno progressivamente (e consapevolmente) nella campagna.

Con il progetto Pastoral. Moscow suburbs, Gronsky ci mostra la periferia di Mosca, declinando con tonalità suburbane il tema del paesaggio. Non si tratta però di un paesaggio abbandonato e tuttavia segnato dalle tracce lasciate dall’uomo, piuttosto di una zona intermedia, né città né campagna, né pienamente urbanizzata né completamente abbandonata, popolata secondo una specifica postura esistenziale che solo le periferie rendono possibile.

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Le fotografie di Pastoral – scattate nel corso di quattro anni di lavoro – sono tutte costruite secondo una estrema precisione tecnica e compositiva e quasi tutte si formano a partire da tre elementi principali: 1- l’uomo, silenzioso abitante-formica di immensi spazi periferici, colto nella banale e semplice attività dei giorni festivi, vive questi spazi occupando il tempo libero nel modo più disparato, come se nonostante tutto gli venisse ancora concesso qualcosa 2- la natura, apparentemente rigogliosa, in realtà selvaggia, trascurata e inquinata, ma ultima concessione ad una vita ai margini; 3- le cinte murarie costituite da grattacieli, centrali o fabbriche che scandiscono l’orizzonte e ci separano visivamente e esistenzialmente dal centro (qualsiasi centro), confinandoci all’interno di quei margini in cui nulla è più concesso. Questi tre elementi appaiono a volte così eterogenei da sembrare artificialmente sovrapposti, quasi si fatica a credere che alcune scene si siano veramente prodotte davanti all’obiettivo del fotografo.

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Ad essere particolarmente interessante nelle fotografie di Gronsky è proprio la relazione che si stabilisce tra questi tre elementi. Ciascuno di essi sembra perfettamente estraneo agli altri due e tuttavia tutti si confrontano reciprocamente tra loro; l’apice di questo confronto pare essere il tentativo dell’uomo, a tratti disperato, di trovare il suo posto nel mondo, di ristabilire l’idillio spezzato: i grattacieli sullo sfondo sembrano non ospitare e non poter ospitare nessuno, è solo una natura consumata, paradiso perduto e corrotto dalla presenza umana, ad offrire tuttavia un ristoro. Le immagini di Gronsky sono piuttosto crude e fredde, pienamente risolte nella loro perfezione tecnica. Una perfezione che resta funzionale allo svelamento dell’inganno del titolo, una rappresentazione estetica appagante che stride col contenuto rappresentato. Trovo inoltre che la scelta del punto di osservazione, della distanza che Gronsky decide di porre tra sé e il paesaggio e l’uomo che lo popola (in questa serie, ma anche in altre, escludendo però il recente – e deludente – lavoro a Sochi) contribuisca alla forza delle sue immagini. Una distanza emotiva e fisica che però documenta e narra, che è anzi necessaria sia per guardare attraverso la fotografia al mondo, senza cadere nell’esotismo delle facili rappresentazioni che per avviare una riflessione sulla complessità del rapporto tra uomo e paesaggio, evitando la drammatizzazione delle messe in scena reportagistiche o dei cliché più abusati. Gronsky ci propone dunque un percorso attorno alla città, un itinerario che lambisce i margini, senza oltrepassarli ma mettendoli in questione.

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Ma c’è anche altro. Come suggerisce Mikhail Iampolski nella sua introduzione al libro edito da Contrasto, questa zona intermedia rappresentata visivamente è anche una possibile metafora del rapporto tra fotografo e paesaggio, una zona di passaggio in cui la distanza è fatta di interdipendenza tra il fotografo e il soggetto fotografato.

In Gronsky’s cycle, however, this space between the photographer and the landscape is presented literally in the form of an intermediate zone of litter and indefiniteness, destroying the effect of the absolute autonomy of the visible. This is a place where the landscape has still not completely separate from the observer. The photographed object has still not crystallised into an aesthetic wholeness possessing form and is only in the process of its gradual autonomization and appearing to the viewer.

In questa distanza relata credo sia già in opera quel processo per cui gradualmente la fotografia come immagine finale acquista autonomia rispetto al soggetto che inizialmente era davanti all’obiettivo. Un’altra distanza entra allora in gioco, quella che riguarda noi che osserviamo le fotografie e i soggetti ritratti, e che ci impone lo statuto di spettatori attivi. Come suggerisce la fotografia che chiude la serie, in cui si vede un divano apparentemente abbandonato in un bosco, che sembra dirci prendete posto e guadagnate un nuovo punto di osservazione.

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