Fuggire dalla Patria. Migrazione e identità tra gli italiani di oggi.

di Massimo Di Gioacchino

1060066_10152210665576812_2006625189_nIl 22 Gennaio scorso, sul sito de Il Fatto Quotidiano è stato pubblicato un articolo di Matteo Cavezzali intitolato “Italiani all’estero, ecco come passano realmente il loro tempo”. Il post ha attratto nel giro di poche ore moltissimi commenti: mentre prepariamo questa bozza ha superato quota 41.000 condivisioni su facebook, mentre i commenti sono quasi 1.800 – l’articolo precedente dello stesso autore era stato condiviso 26 volte, senza alcun commento. Massimo Di Gioacchino ha deciso di prenderlo sul serio, e ci ha inviato questo articolo.

Nonostante a qualcuno abbia dato molto più che fastidio, i meriti del breve articolo di Matteo Cavezzali su Il Fatto Quotidiano online sono molti. Prima di tutto Cavezzali ha saputo stimolare la pancia della nostra nuova condizione di emigranti, di chi è partito e di chi è restato, portando alla luce la sensibilità di una generazione che si sente chiamata a rileggere la propria fedeltà al territorio e che la esprime in varie forme, tra cui i social network1. Con un tono volutamente provocatorio e uno stile più che colloquiale, ha indicato alcune contraddizioni dell’opzione migratoria nell’Italia di oggi. Ambiguità però che non appartengono a pochi individui sprovveduti e ambiziosi ma alla condizione stessa dell’emigrante. La sua critica dissacrante ha come vero bersaglio la retorica anti-italiana degli italiani all’estero. Se la grande opportunità dell’emigrazione è quella di poter costruire su premesse diverse la propria esistenza, l’idea che un individuo possa negare la propria cultura e i propri riferimenti culturali è un abbaglio, tanto più nel caso dei contesti migratori. Quella che per molti appare una consolatoria rivalsa rispetto alle proprie legittime frustrazioni, o altresì una via di fuga da pesanti condizionamenti ambientali, resta un’illusione. L’etnicità sgorga fuori potente e irrazionale soprattutto nell’ambito migratorio, anche come forma di anti-italianità appunto.

Fuggire dalla Patria è psicologicamente impossibile, reinventarla e metterla in  discussione sì. Numerosi studi hanno posto la loro attenzione sulla doppia identità che si costruisce nei processi migratori, identità mai piene o pienamente sostituibili2. Negli Stati Uniti si fa riferimento al concetto di identità con il trattino (Italian-American, Irish-American, ecc…). La storia ci insegna che il traghettamento da una etnicità piena ad un’altra è compiuto nel giro di più generazioni, in genere almeno tre, e di fatto si presenta più come un involontario adattamento ambientale dei giovanissimi che come scelta autonoma e libera di chi compie “l’esodo”. Il fenomeno dei viaggi di ritorno è esemplificativo di questa inesplicabile contraddittorietà della migrazione:

«Le visite di ritorno rimettono in discussione il concetto stesso di insediamento, se per insediamento s’intende l’esclusiva identificazione con il paese di adozione. Infatti è possibile dimostrare che gli emigrati che ritornano spesso al paese non sentono di appartenere a un unico territorio, ma si sentono leali verso entrambi. Questo è un problema che non si può spiegare con i paradigmi degli studi classici sull’emigrazione, giacché fa parte di un discourse sulla ricerca di una identità, riconosciuta come un bisogno psicologico dell’individuo».3

Helen Barolini, scrittrice italoamericana e per lungo tempo corrispondente de La Stampa, ha descritto in prima persona i meccanismi identitari che si nascondono dietro i tentativi di negare o superare in toto il proprio retaggio culturale:

«Mi sembrava di potermi appropriare dell’Italia senza quei sentimenti di vergogna e di rifiuto che avevano segnato l’atteggiamento di mio padre verso il paese che suo padre si era lasciato alle spalle. Ma in quel momento ebbi anch’io un disturbo della memoria. Se noi italoamericani siamo andati più avanti dei nostri antenati, non espiamo la nostra colpa ricordando costantemente la loro storia e le loro tradizioni? E per quelli di noi che sono scrittori, quello di raccontare la storia delle loro vite, non rappresenta il fardello da espiare? Mi sembra che nei nostri materiali siamo stati eccessivamente legati ai padri, alla famiglia; che non ci siamo allontanati dalla casa; che il nostro immaginario artistico (o l’Acropoli, se volete) sia stata per noi come per Freud, un disordine».4

Possiamo ritrovare questo disordine “concettuale” nell’apparente incoerenza, derisa da Cavezzali, dei nostri connazionali che fuggono dall’Italia poi per ritrovarsi all’estero in piccoli gruppi di italiani, addirittura della stessa regione. Dovrebbe essere chiaro che l’anti-italianismo diventa all’estero, soprattutto oggi che disponiamo di numerosi modelli di riferimento diversi dal nostro, la chiave per ricostruire la propria identità/italianità. Fuggire dalla Patria è quindi forse utile e certamente possibile. Sia chiaro però che fuggiamo portando la Patria con noi, usandola più o meno consapevolmente all’interno del processo di ricostruzione identitaria e di riaggregazione sociale: Little Italy baby!

 Nonostante il cosiddetto approccio transnazionale oggi cerchi di ribaltare vecchi modelli e interpretazioni, sopratutto in ambito migratorio, è innegabile che le vecchie Little Italies erano un formidabile fortino in difesa del mondo ereditato. I nostri antenati temevano, pur con quella dose di fascino che accompagna ogni paura, i grattacieli e tutto ciò che era il “progresso”. Oggi le nostre enclave all’estero sono invece tentate dalla strategia opposta: l’ostentazione del  nuovo e insieme l’abbattimento delle vecchie mura domestiche. Al tempo stesso la doppia tensione di fascino e sdegno che accompagnava la nostra emigrazione tra Ottocento e Novecento è presente oggi. La presunta facilità di rielaborazione del sentimento nazionale di chi emigra desta scandalo in chi resta, perché mette in discussione la saldezza dei propri riferimenti antropologici: la Patria. Questa, lungi dall’identificarsi oggi con la Nazione, è più semplicemente l’insieme di tutti quegli elementi che gli anglosassoni chiamano home, termine che infatti viene spesso utilizzato negli studi culturali delle migrazioni, e che fa riferimento al nucleo centrante del rapporto identitario individuo-territorio. La fortissima mobilità che caratterizza la nostra società se da un lato sembra mettere in discussione il vecchio legame dell’individuo con il territorio, dall’altro fa riaffiorare conflitti territoriali, indipendentismi, razzismi. Più in generale sembra riaffermare l’esigenza di rimodulare, e quindi conservare, un centro fondante.

A conti fatti, davanti ai nostri giovani emigrati che oggi vogliono fuggire dalla Patria sembrerebbe profilarsi il destino di rincorrerla sempre; a chi resta, il peso di adattarla alle proprie esigenze, di combatterla, di viverla. In entrambi i casi la necessità, davanti ad una crisi epocale come quella che viviamo, di chiederci come cent’anni fa: chi sono, dove vado, dov’è la mia casa.

1 Sul tema identità e migrazioni si segnala: G. Bottomley, From Another Place: Migration and Politics of Culture, Cambridge 1992 ; B. Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Londra 1983 ; I. Ang, M. Symonds (a cura di), Communal/Plural: Home, Displacement, Belonging, Sidney 1997.

2 L. Baldassar, Visits Home: Ethnicity, Identity and Place in the Migration Process, Melbourne 2001.

3L. Baldassar, “Tornare al paese: territorio e identità nel processo migratorio” in Altreitalie, Luglio 2001, p. 54

4 H. Barolini, “Verso un’identità letteraria italoamericana” in Altreitalie, lugli0 1993, p. 98

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. jacopo galimberti ha detto:

    Non mi pare che chi e’ all’estero sia per principio anti-italiano ma, piuttosto, contro l’italia degli ultimi 20/35 anni (ognuno ha le proprie teorie).
    In 8 anni che non abito piu’ in Italia, di Italiani ne ho incontrati parecchi e mi pare che, nel bene o nel male, evitino di fare di tutta un erba un fascio. C’e’ del buono e del marcio ovunque, ma in Italia, “ultimamente”, di marcio ce n’e’ piu’ che altrove. Gli Italiani che sono partiti, e che sono via da qualche anno, sono spesso persone coraggiose, altre che quei cretini che descrive Cavezzali.

    forse vi puo’ interessare:

    http://www.alfabeta2.it/2012/03/13/limmigrante-linguistico/

    http://www.alfabeta2.it/2012/10/01/il-rimbalzo-dei-cervelli/

  2. jacopo galimberti ha detto:

    errata corrige: un’erba (naturalmente).

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