I ragazzini non salveranno il mondo: recensione a Il capitale umano di Paolo Virzì

di Valerio Valentini

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Sicuramente ci sono state analisi ben più accurate, dal punto di vista scientifico, sulle cause della crisi economica italiana, eppure poche indagini sono risultate così efficaci nel rappresentarle come Il capitale umano di Paolo Virzì.

Ovviamente il film non spiega le dinamiche connesse alla finanza speculativa che hanno determinato il crollo dei mercati, l’attacco ai Btp e l’innalzamento dello spread: tutto ciò si limita a descriverlo soltanto di striscio. Quello che però il film fa – ed è forse una cosa molto più importante da capire, per farsi un’idea di quello che ci è successo negli ultimi anni – è mostrare come sia stato possibile che di quelle logiche astruse e pericolose che governano le borse di mezzo mondo si siano innamorate masse di sprovveduti, abbagliati dalla ricchezza “facile” dei pochi, pochissimi (“l’uno per cento”, è stato detto) che erano davvero in grado di reggere il gioco spietato del world of finance.

Se pensiamo ad un certo racconto che della crisi economica è stato fornito, un racconto fatto “da sinistra” (lo so, lo so…) o comunque improntato al classismo, pensiamo appunto alla fatidica – e forse un po’ semplicistica – opposizione tra il 99% che ha subito gli effetti della crisi e l’1% che della crisi, invece, ha beneficiato. Il merito di Virzì è quello di aver descritto entrambi questi ambienti senza cedere alle caratterizzazioni stereotipate ormai invalse: l’ingenua santità del popolo, della “gente”, e la disumana spietatezza di banchieri e finanzieri. I confini sono decisamente meno netti, il rapporto tra le due categorie, tra le loro culture, è osmotico molto più che conflittuale, e alla fine tutti – o quasi tutti – vengono risucchiati in un vortice di disumanità che non ammette facili distinzioni. E di tutto ciò è emblematico lo scambio di battute finali del film (che già mostra di essersi fossilizzato in massima proverbiale, come il  “Se vogliamo che tutto rimanga come è,  bisogna che tutto cambi” del Gattopardo): quando Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), la moglie dello spietato speculatore interpretato da Gifuni, dice a suo marito: “Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto”, Giovanni Bernaschi replica subito: “Abbiamo, cara”. Nessuna autoassoluzione è ammessa. E non solo, ovviamente, all’interno della famiglia Bernaschi.

Ora, se questo smascheramento del popolo, se questa accusa generalizzata di correità può apparire scontata, o quantomeno prevedibile, in uno come Virzì – che sin da Ferie d’agosto (1995!) ha sempre spernacchiato la rappresentazione dell’Italia berlusconiana in schieramenti opposti di buoni e cattivi –, quello che invece fa più riflettere è il fatto che anche l’altra parte, “l’uno per cento” dei ricchi ricchissimi è mostrata nella sua umanità: un’umanità delirante e meschina, certo, ma pur sempre umana. E questo è forse  un passo in avanti non irrilevante nell’analisi di “questi cazzo di anni zero”: capire che tutto quello che è avvenuto, sembra banale ribadirlo, ma spesso tendiamo a dimenticarcelo, è avvenuto per motivi umani.

E qui vale la pena accennare alle fonti di Virzì. Il soggetto de Il capitale umano è tratto dal romanzo omonimo dello statunitense Stephen Amidon (e a chi ha accusato Virzì di incoerenza, nel voler narrare l’Italia di oggi partendo da un libro americano, bisognerà forse ricordare che anche Ossessione di Visconti, uno dei film capostipiti del Neorealismo, ha avuto una genesi analoga); tuttavia, nell’adattare la vicenda alla situazione italiana, Virzì sembra aver attinto a molta letteratura, più o meno “clandestina”, che sostiene la tesi – mi si perdonerà la rozzezza della sintesi – secondo la quale quello nei confronti del mercato italiano è stato un assalto calcolato e non un incidente di percorso. Questo lo si capisce non solo dal film, ma soprattutto dalle dichiarazioni che il regista ha rilasciato nel corso della preparazione e della presentazione del suo lavoro ai media e ai suoi followers (Virzì è un twittatore incallito). A differenza, però, delle ricostruzioni accusate di “complottismo”  (anche questo è stato imputato al regista livornese) Virzì mostra appunto come non ci sia bisogno di pazzoidi spietati, di automi insensibili o di misteriosi incappucciati per mettere in atto delle strategie finanziarie simili: bastano uomini quasi qualunque, uomini come Giovanni Bernaschi e i suoi soci, o come Dino Ossola (un bravissimo Fabrizio Bentivoglio), piccolo agente immobiliare che si getta scriteriatamente nella speculazione finanziaria, finendone schiacciato. Insomma, da un lato Virzì stempera la tesi dell’ “assalto all’Italia” dai suoi eccessi e dai suoi parossismi, dall’altro costringe i detrattori di tale teoria a criticarla razionalmente, e a non liquidarla con sbrigatività, ridicolizzandone le (spesso fittizie) esagerazioni.

Per realizzare questo suo affresco trans-classista, Virzì sceglie una Brianza immaginaria (quella di Gadda, è vero, ma anche quella di Ivo Perego) e una narrazione divisa in quattro capitoli, dei quali i primi tre ruotano intorno a uno stesso evento, l’investimento di un ciclista da parte di un misterioso SUV, raccontato però da tre punti di vista diversi. Lo stratagemma è funzionale a creare una suspense da film noir, ma serve anche a mettere a nudo l’ipocrisia delle apparenze nelle relazioni dei vari protagonisti. Si crea cioè un curioso effetto di straniamento, dato che noi spettatori ne sappiamo sempre un po’ di più di ciascuno dei singoli personaggi su quanto gli altri pensano di lui e su quanto lui pensa degli altri (quasi mai cose edificanti, in generale) e proviamo così un misto di ilarità e disgusto rispetto all’artificiosità di tutte quelle buone maniere.

Ma la cosa interessante è che Virzì si serve di caratteri perennemente in bilico tra umanità e cinismo, tra sincerità e disperazione, che finiscono per risultare tutti (o quasi) inadeguati ancorché, da un certo punto di vista, tutti (o quasi) vincenti. Il personaggio in cui queste contraddizioni esplodono in maniera più paradossale, e in fondo pietosa, è proprio Carla Bernaschi. Donna indaffarata a far nulla, le cui giornate “complicatissime” si scoprono poi essere angustiate da dubbi amletici – seduta di manicure e massaggio shiatsu oppure puntatina al negozio di antiquariato indiano – ridesta una sua antica passione per il palcoscenico e convince suo marito a finanziare la ristrutturazione del cadente teatro cittadino, “l’unico rimasto in tutta la provincia”. Ma il suo è più un capriccio da donna frustrata che non un reale impegno (la scena dell’improbabile “consiglio d’amministrazione” della sua “fondazione” è un saggio dell’arte rara di Virzì di creare caricature tragicomiche, da vera Commedia all’italiana) e il tutto si rivelerà un fallimento, condito con un ridicolo ritorno di fiamma con un professore di critica teatrale, suo antico estimatore e aspirante romanziere, sceneggiatore, regista, direttore artistico…

Agli estremi opposti di Carla stanno da un lato suo marito Giovanni e dall’altro Roberta (Valeria Golino), psicologa e compagna di Dino, due personaggi appartenenti a due culture antitetiche che non riescono (ed è giusto così) a trovare una sintesi, e che infatti collidono in maniera emblematica quando si ritrovano seduti nello stesso tavolo, durante la serata del Premio Cottafava.

E poi c’è Dino, il più patetico di tutti i personaggi, quello che incarna la sbornia della media borghesia italiana per l’alta finanza e che non esita a fare carte false e mandare la famiglia sul lastrico pur di ottenere il suo “quaranta per cento annuo”. È l’immagine del piccolo imprenditore che si è convinto, dal momento che si ritrova a giocare a tennis nella stessa squadra del miliardario della città, che può sicuramente ottenere i suoi stessi guadagni. Sin dalla prima scena, Virzì ci mostra l’abbaglio di Dino per la ricchezza dei Bernaschi, proprio mentre – lo si capirà in seguito – sua figlia Serena lotta per rinunciare finalmente a tutto quel nauseabondo splendore di facciata.

Veniamo così ad un altro tema affrontato dal film, quello del rapporto tra padri e figli, che si caratterizza fin da subito come uno scontro generazionale abbastanza violento. Virzì è attento nel descrivere la ormai storica rinuncia, da parte dei genitori, a fare i genitori: per ironico contrasto, l’unica che assolve a questo compito in maniera adeguata – è il caso di Roberta nei confronti di Serena – è proprio colei che a tutti gli effetti non è un genitore. Dino considera infatti sua figlia nient’altro che un mezzo attraverso cui raggiungere i sui scopi, sfruttando a più riprese il fidanzamento tra Serena e Massimiliano, pargolo di casa Bernaschi, per ottenere dei vantaggi economici. Giovanni, invece, vorrebbe tanto che suo figlio certificasse la gloria della sua famiglia, sorta di cimelio da esporre in pubblico, attraverso la vittoria – mancata – del Premio Cottafava, “neanche fosse il premio Nobel”, ma poi non ha il minimo dubbio nel dover scegliere se curare prima i suoi affari o il futuro di suo figlio. Carla non fa altro che viziare il suo Massimiliano, ma dà per scontato (“tra vent’anni capirai perché si fanno certe cose”) che anche lui conoscerà gli stessi fallimenti che lei ha dovuto sopportare, non concedendogli neppure l’opportunità di un riscatto. Quella degli adolescenti sembra a tutti gli effetti una generazione condannata a scontare le colpe dei padri, il che si verificherà davvero, nel film, e in modo tutt’altro che metaforico, nelle figure di Luca e di suo zio.

Eppure, a differenza di quanto è stato scritto (ad esempio da Marco Belpoliti su Doppiozero) non sembra che i giovani descritti ne Il capitale umano siano destinati a porre un rimedio, o quantomeno un argine, allo sfacelo creato dai loro genitori. Virzì non pare ammettere una lettura così conciliante, un ottimismo così scontato. I ragazzini che dovrebbero salvare il mondo, be’, si fa fatica a scorgerli nelle masse di giovani frustrati (c’è l’imbarazzo della scelta), alcolizzati (vedi la festa a casa Crosetti), razzisti (vedi i giudizi contro la “negretta e il finocchio” protagonisti del Premio Cottafava) che popolano il film, e dalle quali Serena si distacca semmai come miracolosa eccezione, ma rimanendone comunque contaminata (non sfuggirà allo spettatore che essa sceglie di incolpare un innocente). Più che la Morante, allora, forse bisognerebbe pensare – ammesso che ci sia bisogno di pensare a un libro per commentare un film – al Calvino de Le città invisibili, al suo invito a “cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Forse ne Il capitale umano la speranza che questo accada proprio grazie agli adolescenti non è del tutto assente, ma appare piuttosto sotto forma di appello severo, di richiamo estremo. Non è detto che qualcuno risponda.

2 Comments Add yours

  1. lorenzo marchese ha detto:

    Personalmente, a chi scrive un articolo di cinema (o anche su qualsiasi altra forma d’arte) porrei un tremendo veto sulla citazione delle solite due frasi da Il gattopardo e da Le città invisibili. Non spiegano il film, in realtà, non spiegano molto in generale, e rischiano di degradare il pezzo a un colonnino di giornale in cui il lettore può ritrovarsi ma non trovare qualcosa sul Capitale umano. Eppure, il pezzo mi pare intelligente ed efficace, mi invoglia a discuterne le posizioni. Per esempio:

    Quello che però il film fa – ed è forse una cosa molto più importante da capire, per farsi un’idea di quello che ci è successo negli ultimi anni – è mostrare come sia stato possibile che di quelle logiche astruse e pericolose che governano le borse di mezzo mondo si siano innamorate masse di sprovveduti, abbagliati dalla ricchezza “facile” dei pochi, pochissimi (“l’uno per cento”, è stato detto) che erano davvero in grado di reggere il gioco spietato del world of finance.

    Il film mostra come è stato possibile l’innamoramento di “masse di sprovveduti” per il gioco spietato della finanza? Non mi pare che vi sia alcuna fascinazione al centro della storia. Siamo di fronte a un dramma familiare che vira spesso e volentieri verso la farsa: almeno in questo, Virzì è molto fedele a se stesso.
    Ho apprezzato molto le musiche. E anche il fatto che all’Inverno (di Vivaldi nonché atmosferico) non segua neanche musicalmente alcuna rinascita. Dopo il Natale, alla fine del film, ricominciano le feste, ma nessuna primavera è possibile sull’Italia. I vecchi, i genitori insomma, hanno vinto, per i giovani non c’è nessuna chance, il tempo si annoda su se stesso e mangia i suoi figli. Non c’è da stupirsi che la musica sia quella dell’Autunno, in soldoni.

  2. Giò ha detto:

    Grazie alla globalizzazione di disvalori, Virzì può facilmente delocalizzare la vicenda narrata da Stephen Amidon, dal Conneticut alla Brianza, specchio di un’Italia che ha ibernato l’aspirazione a diventare un paese civile.Metti che Scarpegrossecervellofino / Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio) riesca ad agganciare un Mida della finanza / Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni) e con sprovvedutezza investa ciò che non ha, ma con sfrontata sagace spregiudicatezza si salvi, svelando la tragica farsa di una società alla ricerca del facile benessere.

    Con tenacia e amara ironia Virzì zoomma sui parafernalia di ricchi e straricchi,ma anche no, compromessi in un incidente stradale, che viene ricostruito capitolo per capitolo con sorprendente meticolosità e suggestione noir, mentre sulla graticola dei mercati si bruciano capitali finanziari e umani.

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