Bonsai #30 – Ciro De Caro, “Spaghetti story”

di Carolina Iaquaniello

spaghetti

Solo per altri pochi, pochissimi giorni al Nuovo Cinema Aquila di Roma c’è un piccolo miracolo che si ripete tre volte al dì: Spaghetti Story.

È il casareccio e artigianale esordio cinematografico di Ciro de Caro, regista romano a lungo prestato alla pubblicità che con pochissimi soldi, buona lena e buona gente ha confezionato un film gradevole dall’inizio alla fine. Come racconta lui stesso scendendo in sala a fine proiezione per capacitarsi della reazione (e della presenza) del pubblico, 15000 euro in 11 giorni di lavorazione sono così pochi che Repubblica ha pensato di aver frainteso, aggiungendo qualche zero.

Un film piccino, nato per dimostrare che “si può fare”, che i soldi servono ma non sono il punto. Dopo tanta pubblicità, dopo aver raccontato per anni storie altrui, questa troupe di professionisti poco pagati da troppo tempo ha creato un film, nato e pensato con i piedi per terra. Talmente con i piedi per terra da non credere a questo successo d’incassi, di sale (sala) piene, tutte le sere, di gente che torna, che ne parla in giro, che manda amici di amici di amici. Così con i piedi per terra da venire ad accogliere gli spettatori, a ringraziarli di persona, a rimanere per un piccolo dibattito alla fine del film. E ti viene da stringergli la mano, da dare un ganascino al coprotagonista, da dirglielo forte che mettono allegria.

Spaghetti Story – un titolo riciclato da un corto di dieci anni fa, e che vuol rappresentare proprio la genesi di questo film, così simile al cacciar fuori un buon piatto di spaghetti da una dispensa vuota – racconta e incrocia le storie di Valerio, attore alla soglia dei trenta che alterna pochi provini all’animazione di feste per bambini; di sua sorella Giovanna, fisioterapista con la passione della cucina cinese; della sua ragazza Serena, dottoranda in attesa di qualcosa di più della conferma della borsa di studio; dell’amico Christian, piccolo imprenditore nel business della droga al dettaglio. Parla di Roma, parla di lavoro e dell’arrivo dei cinesi, parla di recitazione, televisione, borse di studio e soldi, parla di piccole soluzioni a grandi problemi. Lo fa – lo dice De Caro, lo confermano le recensioni, compresa questa – stravolgendo per una volta la rappresentazione del “precario che vive nel loft ben illuminato”, e anche quella di marginalità e povertà, che esistono, ma sono altra cosa. Lo fa rappresentando la romanità con piglio non volgare né stereotipato, lontano dai Parioli come dalla Garbatella à la “I Cesaroni” attorno cui si è costruita la narrazione, specialmente televisiva, della città. Lo fa, soprattutto, senza sbagliare, senza cadere in un regionalismo poco esportabile. E il risultato sembra confermarlo, tanto che da film senza distribuzione, da piccolo caso del Pigneto, comincia a circolare piano piano in altre sale, in altre città: attualmente Trieste, Milano e Agrigento, ma il distributore, anche lui intervenuto a fine proiezione, racconta di Ancona, Catania, e chissà. A Roma, invece, nessuno si capacita del fatto che il buon Ciro e la sua compagnia abbiano così tanti parenti da riempire un cinema per tre settimane di fila (saranno state le Feste…).

Spaghetti Story non è un capolavoro: piuttosto è una storia garbata che si prende in giro da sola, girata quasi senza prove per non perdere spontaneità, girata divertendosi per stupire e provocare, capovolgendo gli imprevisti in materiale su cui lavorare e non in insormontabili difficoltà. In un periodo di altisonanti lettere ai figli sul futuro del cinema, è un film precario che parla, al presente, di precariato.

È un film da andare a vedere, se lo trovate, finché lo trovate – a Roma fino al 15 gennaio! – per quello che cerca di dire oltre la storia che porta in scena, e per come ha deciso di dirlo.

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