“Una serie di storie straordinarie”. Intervista a Linda Fava

di Silvia Costantino

Tyreke White (Flickr)
Tyreke White (Flickr)

Nel 2010, negli Stati Uniti, l’ennesimo suicidio di un ragazzino omosessuale ha profondamente scosso Dan Savage, spingendolo a voler fare qualcosa di concreto e diretto per raggiungere e rassicurare i giovani in pericolo. Coinvolgendo anche il marito Terry Miller, crea un video in cui raccontano la loro giovinezza e finiscono col dire che it gets better, che le cose che li hanno fatti stare male da adolescenti sono svanite proprio grazie al passare del tempo, all’accumularsi delle esperienze.
Il video, caricato su YouTube, ha avuto una portata virale incredibile, e le risposte sono arrivate quasi immediatamente. Di qui la decisione di creare un contenitore per tutte le testimonianze, http://www.itgetsbetter.org/, e un libro che ne raccogliesse la trascrizione – se non di tutte, della maggior parte. Al progetto americano hanno aderito Barack Obama e Hillary Clinton, ma anche Michael Cunningham e David Sedaris, insieme a molti altri politici, scrittori, fumettisti, cassieri di supermercato, grafici della Pixar, impiegati e via dicendo.

Isbn edizioni ha quest’anno pubblicato, insieme a La ventisettesima ora, la versione italiana del libro, chiamandola Le cose cambiano. Di più: Isbn ha creato un’associazione di promozione sociale, Girls&boys. Di più: Isbn e La ventisettesima ora hanno messo su anche la versione italiana di Itgetsbetter.org, www.lecosecambiano.it, che ha raccolto e raccoglie le testimonianze delle persone LGBT italiane.
Il libro, Le cose cambiano, che raccoglie una selezione delle testimonianze americane e la integra con numerosi testi di autori italiani, ha più di un merito: all’intento morale e politico si aggiunge infatti una grande attenzione formale, la trasformazione delle testimonianze in veri e propri testi narrativi, con un alto valore letterario ad affiancare l’urgenza della comunicazione di un messaggio. Il ricavato delle copie vendute (7,90 € oppure 4,49 in ebook) va interamente all’associazione Girls&Boys, alimentando un circolo virtuoso di buona editoria e promozione sociale.

Ho incontrato Linda Fava (meglio: ho girato per ore con fare sospetto intorno allo stand di Isbn per incontrare Linda Fava), editor di Isbn e curatrice del progetto italiano, a Roma, durante Più Libri Più Liberi. Lei era lì per presentare il libro insieme a Cristiana Alicata, Matteo B. Bianchi e Francesca Vecchioni. Ha accettato l’intervista, e abbiamo passato un po’ di tempo fuori dal caldo torrido del Palazzo dei congressi, tra una sigaretta e l’altra, a parlare più o meno a ruota libera.
Quello che ne è venuto fuori è una conversazione lunga, che non sempre mantiene il punto sul libro, ma che sicuramente mette in luce, attraverso le parole di Linda, cosa significhi fare editoria credendo in un progetto e aderendovi con tutti sé stessi.

Un’ultima cosa.
Numerosi tentativi di sensibilizzazione per la causa omosessuale, negli anni (e soprattutto in questi ultimi, in cui i suicidi dovuti all’omofobia sono in crescente aumento e in cui il bullismo o semplicemente l’ignoranza e la non accettazione rimangono capisaldi della nostra cultura, almeno sulla carta) sono stati fatti in Italia, rimanendo purtroppo quasi sempre circoscritti: basti pensare al caso di Ingrid e Lorenza, il progetto “Lei disse sì”, oppure a quello – parallelo ma molto più famoso in virtù di una partecipazione a Sanremo – del video a cartelloni di Federico e Stefano. Per chi segue e promuove la causa dei diritti per tutti, queste iniziative sono note, ma per molti altri rimangono voci più o meno oscure di un fenomeno abbastanza circoscritto che, di fatto, non tocca realmente le questioni del “Paese reale” (prima la famiglia, insomma). Ecco perché alcune delle mie domande possono sembrare di un’ingenuità quasi imbarazzante: tuttavia, molte di queste nascono da conversazioni avute con persone, eterosessuali o omosessuali, assolutamente degne di stima e rispetto, che hanno posto certe obiezioni o avanzato certe perplessità, o che, semplicemente, hanno paura. È a loro che è rivolta questa intervista.
Perché le cose cambiano, ma mai da sole.

***

Vorrei partire dal colore della copertina, che immagino non sia un’alternativa casuale a una copertina arcobaleno.

Noi siamo la versione italiana di It gets better, progetto partito in moltissimi paesi (ormai sono più di dieci i paesi che hanno fatto partire un progetto simile, ispirato a IGB). E la scelta del viola e del giallo in copertina non è casuale: sono prima di tutto i colori del progetto americano; e poi il viola è un colore storicamente legato all’identità gay. La bandiera arcobaleno è nata come simbolo del Gay Pride, di un movimento di liberazione. Qui si tratta di identità e accettazione, del passo precedente.

Come mai avete deciso di seguire questo progetto? Quali sono le motivazioni alla base? Una scelta in base ai recenti avvenimenti italiani, un’adesione a prescindere…

In realtà noi, come casa editrice e prima di tutto come persone, a prescindere dagli eventi e dai suicidi recenti, sapevamo per esperienza – diretta e indiretta – che crescere come ragazzi omosessuali e transessuali in Italia non è facile. Quindi quando abbiamo visto il progetto americano e la viralità che aveva avuto, abbiamo deciso di salire a bordo. Però in realtà la motivazione che fa sì che siamo noi come casa editrice a volerci occupare di questa cosa e non come associazione o come gruppo di persone gay, è che sappiamo che dalla nostra parte abbiamo la capacità di fare un mestiere.
Il nostro mestiere è quello di pubblicare: nel vero senso della parola, rendere pubbliche le storie. E sappiamo che attraverso le storie è possibile veicolare dei messaggi che possono arrivare a un determinato destinatario. Crediamo che la narrazione abbia un forte potenziale sociale e un forte potere di aiutare le persone ad emanciparsi. Non crediamo che la narrazione sia un atto fine a sé stesso, ma che abbia anche un potenziale pratico, pensiamo che raccontare storie e ascoltarle possa aiutare a formare l’identità di una persona.

La creazione di un mondo e di un immaginario condivisi…

Esatto: immedesimandosi si superano anche difficoltà si hanno in comune con la persona che scrive. E quindi abbiamo unito il fascino per questo progetto americano, che ci aveva colpiti molto, a ciò che sappiamo fare: trovare storie e renderle pubbliche.

A proposito di immaginario. Mi ha molto colpita il racconto, così seccamente diretto e politico, di Walter Siti. Hai cercato tu gli autori o hai trovato subito volontari? 

Per la raccolta dei testi italiani ho lavorato così: prima di tutto ho cercato di coinvolgere gli scrittori che fanno parte della comunità LGBT. Non solo, effettivamente però soprattutto gay, lesbiche, transessuali, perché credo che la cosa più forte del libro possa essere il potenziale di immedesimazione. Abbiamo tirato a bordo anche alcuni autori eterosessuali, ma io credo che chi ci è passato e sa di cosa sta parlando, possa raccontare meglio, possa dare un contributo molto prezioso per chi si trova in quella stessa situazione. E quindi ho scelto gli autori LGBT che leggevo, che più mi piacevano, e che nei loro romanzi o racconti avevano affrontato l’argomento dell’identità omosessuale o transessuale.
Sono partita da quello, e poi però era molto importante per me mettere nel libro anche storie di persone comuni, di personaggi non televisivi, non autori di libri, non vip. E in questo è stato fondamentale il sito, lecosecambiano.org. Attraverso il sito abbiamo potuto raccogliere le testimonianze delle persone non famose. Abbiamo raccolto, per ora, circa duecento video: una serie di storie straordinarie; io e Chiara, la mia collega che si occupa del sito, abbiamo scelto quelle che ci sembravano più belle, più interessanti, più utili… le persone che si sono raccontate di più in prima persona, e che mi sembrava potessero essere capaci di trasformare il loro video in un buon testo.

Infatti. Le testimonianze spesso sono immediate, senza filtri. Nel libro si vede invece, anche nei racconti dei non scrittori, una grande attenzione alla forma.

È vero: rispetto alla versione americana, la nostra antologia ha forse una connotazione più narrativa. Noi abbiamo richiesto testi scritti ad hoc, con un preciso intento narrativo. Alcuni sono dei veri e propri racconti, altre sono testimonianze, però ampliate e riflettute.
Il video ha di buono, e di fondamentale, la caratteristica che ci si mette la faccia, quindi ci si mette in gioco tantissimo, in prima persona, è una sorta di gigantesco coming out digitale, pubblicare un video su Le Cose Cambiano. Però, nella loro immediatezza, i video non hanno il potenziale di un racconto scritto. In un racconto ogni parola è soppesata, ragionata, invece magari un video è  più l’esternazione del momento.

E per quanto riguarda il rischio dello stereotipo: c’è stata, per quanto riguarda la scelta delle storie, l’attenzione a rappresentazioni non caratterizzate nel modo in cui gay e lesbiche sono rappresentate nell’immaginario collettivo…

Sì. C’è stata, in parte, questa ricerca, ma in realtà io credo che chi è gay o lesbica e racconta la propria storia non rappresenti mai uno stereotipo. Lo stereotipo è una cosa che si applica generalmente dall’esterno. Quindi ci sono storie di persone che viste dall’esterno potrebbero forse rappresentare uno stereotipo, ma raccontate attraverso l’autorappresentazione non lasciano spazio al rischio di riprodurlo. Anche perché le storie vanno molto a fondo. Sarebbe stato semplice, se avessi chiesto agli autori del libro di descriversi in cinque righe, magari, incappare in stereotipi. Però queste sono storie vere, e questo per definizione fa sì che non ci sia spazio per lo stereotipo.

Julie Maroh, Il blu è un colore caldo, Rizzoli Lizard 2013
Julie Maroh, Il blu è un colore caldo, Rizzoli Lizard 2013
(click per ingrandire)

E poi è importante rielaborare gli stereotipi, scherzarci su, e in fondo rendersi conto di incarnarne uno può essere anche divertente… e va bene così, non è che ora noi ci dobbiamo preoccupare di incarnare lo stereotipo. In realtà secondo me capita anche che accada il contrario, ad alcuni ragazzi gay, e soprattutto ragazze lesbiche: perché la cultura LGBT, in particolare la cultura lesbica – non adesso, perché sta cambiando – però fino a qualche generazione fa era vista in modo talmente stereotipato che la lesbica stessa, se non si ritrovava vicina a quel tipo di look, quel tipo di atteggiamento, quel tipo di visione del mondo, si sentiva quasi esclusa. C’era la tendenza a “ricostruire” una rappresentazione di sé che rispecchiasse lo stereotipo, insomma, il modo in cui si presentava la maggior parte degli esponenti della categoria. Questo sta cambiando. Gli stereotipi sono molto meno diffusi, c’è una molteplicità di identità, una molteplicità di rappresentazioni… e questo crea la frammentazione in categorie – ormai esistono quaranta categorie di lesbiche, e quando sono quaranta non sono nemmeno più stereotipi. Però è divertente anche cercare di identificarsi, di capire “cosa” si è, cosa non si è… io sono butch, io sono femme, io sono lipstick

Chapstick

Chapstick! Bello!

Ecco, una potenziale critica che ho sentito e che potrebbero fare anche al libro, come spesso si fa a qualsiasi iniziativa di stampo prettamente LGBT, Pride in prima fila, è proprio il fatto che l’esibizione così forte di sé, lo stesso coming out a volte, sia un’autoghettizzazione – sia dire “io mi sto escludendo dalla parte normale della società perché in questa maniera rivendico il fatto che sono diverso, e così facendo mi pongo in un piano ulteriore, altro rispetto alla realtà”. Ora, già il fatto che la sigla della comunità sia così lungo (LGBTQI*) e che continuino ad aggiungersi pezzi di acronimo significa proprio che in realtà c’è una riflessione profonda, che si cercano di rappresentare tutte le categorie possibili, in una fluidità costante che contraddice l’idea stessa di sigla o etichetta… l’asterisco in fondo è fondamentale – insomma, come rispondereste a una critica del genere?

Io risponderei: può anche darsi che questo rischio ci sia – per quanto questo progetto abbia un respiro più narrativo che politico – però credo che in questo momento sia ancora molto importante esporsi. E se esporsi implica rientrare in un’antologia dove sono contenuti soprattutto scritti di persone gay, lesbiche e transessuali, pazienza. Credo che il rischio di “autoghettizzarsi” sia molto minore rispetto alla potenzialità di arrivare a quelle persone che potrebbero avere paura di rientrare in quella categoria e potrebbero non accettarsi, farsi del male… credo insomma che sia ancora il momento di esporsi, con il rischio semmai di parlarsi sempre tra di noi e inserirsi anche un po’ a forza in una categoria. Ma credo che sia ancora il momento di dire: eccoci, ci siamo, anche io faccio parte di quel gruppo.

Sto per farti una domanda retorica.

Sì.

Secondo te questo libro è una lettura utile per i genitori?

Assolutamente sì. Il target principale sono i ragazzi, però poi, costruendo il libro, vedendone l’esito, mi sono resa conto che subito dopo i ragazzi, ma anche a pari merito, vengono gli adulti: in primo luogo i genitori, gli insegnanti. Abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte dei genitori. Intanto è diventato comune che i lettori LGBT regalino questo libro ai loro genitori, perché effettivamente può essere uno strumento utilissimo per un genitore, che non ha strumenti, non ha categorie mentali, ancora, oggi, in Italia, per comprendere l’identità del proprio figlio. E per non ingigantirla, non farla diventare una questione di massimi sistemi è fondamentale avere dei punti di riferimento, e il punto di riferimento più utile sono proprio le storie, le storie di persone gay che dicono “per noi le cose sono cambiate”. Spesso infatti ciò che impedisce l’accettazione, o che comunque penalizza il rapporto tra genitore e figlio al momento in cui il figlio fa coming out, è—

La paura. 

La paura del genitore, l’istinto di protezione che gli fa dire “ho paura per te, ho paura che il mondo fuori non sia pronto” eccetera; e la realtà spesso è che al ragazzo non interessa poi tanto del mondo di fuori, quello che gli interessa è essere compreso dalla propria famiglia, che è il mondo di dentro. E quindi in realtà, quella che è una reazione protettiva del genitore, spesso è proprio quella che al figlio fa più male, e non sempre il genitore lo capisce.

Suona come un respingimento, un vincolo, un limite…

Esatto. La verità è che se non vieni accettato, se non vieni compreso proprio nell’ambiente in cui sei nato e cresciuto, è quella la cosa veramente difficile, molto più che se vieni preso in giro a lavoro o se una volta ti capita di essere insultato per strada, che chiaramente non è piacevole, però se ti insulta o comunque se non ti capisce tua madre, ti entra molto più dentro.

Ho notato, durante la presentazione una frase di Cristiana Alicata che mi ha dato da pensare: «diciamo così, le lesbiche», tra mille virgolette. C’è sempre un po’ di paura a nominarla, questa parola, ne è stato fatto un documentario… è impressionante il timore, presentissimo in Italia, di definirsi lesbica, di usare una parola che, essendo l’unica in Italia per definire questa cosa è—

Sia una definizione che un insulto.
Io mi sorprendo sempre che ci sia questa doppia accezione della parola lesbica e che ci sia il timore di usarla. È un aggettivo che descrive l’identità di una persona. Io non la percepisco nemmeno come una parola connotata in modo offensivo, anzi la rivendico come la categoria a cui appartengo e come la categoria che rappresenta chi ne fa parte.

A proposito, e tornando alle collaborazioni, sono stata molto felice del coinvolgimento di LezPop. E proprio nel loro testo mi è sembrato di cogliere una differenza molto grande rispetto agli altri racconti. È una scrittura, una visione, appunto pop, più leggera…

…ed è anche molto positiva, e giovane. Ci ho tenuto molto che loro ci fossero, perché le conoscevo personalmente e poi soprattutto perché anche io seguo il blog e mi sembra che  Milena e la redazione di Lezpop facciano una cosa che nessun altro, o pochi altri, stanno facendo in questo momento per quanto riguarda l’identità e il mondo lesbico, mentre magari per il pubblico gay ci sono più siti di quel tipo: riportare l’identità a un livello di cultura pop. Anche molto leggero, sì: raccontare l’identità lesbica attraverso ciò che piace alle lesbiche, anche il gossip, le serie tv, i personaggi televisivi…
Insomma, effettivamente il fatto che loro diano una testimonianza un po’ diversa dagli altri ha una ragione anche generazionale. Marta e Silvia sono tra le autrici più giovani del libro, hanno più o meno venticinque anni, hanno avuto esperienze positive e la loro visione dell’identità gay è di tipo assolutamente non vittimista. Volevo che ci fosse una voce – volevo che ci fossero molte voci all’interno del libro – che dicessero: “guardate che non è poi chissà cosa, essere gay”… o che dicessero quello che scrive Silvia nella sua testimonianza: «Quando si parla a o di una persona gay si suppone una buona dose di sofferenza che non sempre c’è: io per esempio l’ho saltata a piè pari». Alcuni dei racconti di autori giovani dicono una cosa importante: è vero che le cose devono cambiare, è vero che le cose,  per voi che state affrontando un momento difficile, miglioreranno, ma è anche vero che non per forza passerete attraverso un momento difficile!

Poi loro portano avanti questa battaglia divertentissima contro la “sindrome della poiana, che in realtà è una cosa molto vera e molto importante, di cui si è parlato anche prima, durante la presentazione: e cioè che comunque, quando si parla di omosessualità, quando si pubblicano libri sull’omosessualità, bisogna o andare a naso per capire se un libro ha a che fare con quella tematica – che non viene nemmeno sfiorata nelle quarte di copertina – o no oppure – e questa è la sindrome della poiana –, ruota tutto attorno a quello e le storie sono allora estremamente tragiche, estremamente forti, estremamente dolorose; invece una via per l’accettazione, per il miglioramento delle cose, è proprio il “lasciare andare” la questione tragica e mettere più l’accento sul fatto che… ci si diverte.

Ci si diverte, è una figata, non è né più né meno che essere eterosessuali.

In copertina c’è scritto: «storie di coming out, conflitti, amori e amicizie che salvano la vita». Il coming out è al primo posto: è sempre la cosa più importante.

Importante e necessaria. “Coming out” vuol dire tante cose, il coming out non è un momento, non è un rito, ma è un flusso, un percorso anche molto lungo, attraverso il quale bisogna necessariamente passare. E poi insomma, la vita è costellata di coming out, ed è un atto in parte privato e in parte pubblico. Uno può anche decidere di saltare alcuni pezzetti di coming out, – non tutti sentono il bisogno di ribadire continuamente e pubblicamente la propria omosessualità. Però credo che chi – come noi, come gli autori presenti in questo libro – sceglie di farlo sempre compia un gesto politico, ed è una scelta che davvero non ha niente a che vedere con l’autoghettizzarsi.

One Comment Add yours

  1. Dark0 ha detto:

    Brava Linda. Come al solito quando si parla con te la prima cosa che esce fuori è la schiettezza,la sincerità, e la sincerità. Continua così. =)

    D’

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