Quasi ad Est – Racconto di tre giorni a Kiev

di Marco Mongelli e Erika Stragapede

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Quello che segue è un racconto di viaggio a quattro mani, o meglio a due voci. Una maschile ed eurocentrica, l’altra femminile e russofila. Il risultato è composito, l’integrazione di due sguardi, e quindi nessuna frase o aggettivo può essere ricondotto a uno dei due.
A dispetto dei tempi dittatoriali delle immagini, le testimonianze fotografiche sono state ottenute con una macchinetta digitale da poco.
Enjoy!

Appena arrivati all’aeroporto Boryspil’ di Kiev (o Kyiv, come la nuova traslitterazione ufficiale impone) più che il freddo come temevamo, sono i tassisti ad assalirci. Due omoni ci accerchiano parlando in russo fino a quando quello alla nostra sinistra con uno strano atto di bon ton riconosce che l’altro è arrivato prima e ci lascia alla sua mercé. Contrattiamo il prezzo – 280 grivnie, ovvero circa 25 euro, per una corsa abbastanza lunga ci sembrano ragionevoli, e di sicuro è più comodo che sbatterci con i pullman –, lasciamo che su suo invito sia lui a portare i trolley e ci avviamo verso la macchina. Non vediamo nessun segno distintivo di un servizio taxi, è una macchina comune guidata da un privato. Durante il viaggio scopriamo tre cose che capiremo poi a fondo: che la guida di tutti è, se non spericolata, quantomeno allegra, che le strade del centro a Kiev sono larghe, incredibilmente larghe, e illuminate a giorno, e che, soprattutto, in questa città, in questo paese, sono fuori di testa per la musica italiana. E così, mentre la radio suona le note sbiadite di Felicità di Albano&Romina, tra brusche frenate e qualche sorpasso a destra, riusciamo a strappare dai finestrini appannati i primi scorci di una maestosa Kiev. Un continuo saliscendi tra larghi viali, palazzi imponenti e svettanti cupole dorate, ci conduce al nostro ostello, Dream House, collocato ai piedi (ahinoi!) della Andriyivskyy Uzviv, una delle strade più celebri della capitale. L’ostello ha un rating di 9.2 e commenti entusiastici su booking.com. Il prezzo è nella media europea, quindi decisamente alto per l’Ucraina, ma l’insieme è davvero eccellente.

Prima di partire avevamo fatto un rapido giro su en.wiki – la pagina italiana è troppo scarna – per informarci alla meglio sui monumenti da visitare, i luoghi da frequentare, le cose da non perdere in quei tre giorni e quattro notti in cui saremmo stati nella capitale dell’Ucraina (l’accento va sulla “i”), la capitale dell’antica Rus’.
È sera, piove e i tre gradi si fanno sentire. Davanti a noi si snoda la sopracitata discesa di Sant’Andrea che invece, relativamente alla nostra posizione, ha i tratti di un’irta e sinuosa salita.
La strada è pressoché deserta, la luce calda e tenue dei lampioni si riflette sul ciottolato bagnato che a sua volta si arrampica invadente su ambo i lati, fino a trasformarsi in due marciapiedi dalla scivolosa pavimentazione. Proseguiamo e costeggiamo palazzi dai colori pastello, pub e ristoranti per la maggior parte interrati e dalle insegne piccole e poco illuminate.
Saliamo ancora, sfidando l’affanno e la fame, e a nostro dispetto scorgiamo nella penombra un Bulgakov comodamente seduto sulla panchina del suo giardinetto, con le braccia conserte e un’aria alquanto mesta: che temesse anche lui, come il povero Berlioz, la magia nera del terribile Woland?

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Noi, invece, siamo innocui forestieri e così, dopo aver dato un’occhiata esterna alla casa dello scrittore, proseguiamo e ci rifugiamo in uno dei tanti ristoranti interrati. In ogni ristorantino ucraino che si rispetti, la musica italiana sembra essere una costante: la televisione trasmette il concerto di un Toto Cutugno e un Riccardo Fogli quarantenni, oppure lo stereo passa l’intero cd di Celentano o ancora, addirittura, laddove tv e stereo mancano, un’orchestrina improvvisa la Terra Promessa di Ramazzotti, alternandola a Oči čёrnye e altre canzoni popolari russe. Durante le varie sorprendenti riesumazioni musicali, ci dedichiamo alla degustazione di piatti ucraini: zuppe con carne e verdure varie come boršče solianka (quest’ultima anche con pancetta, olive nere e spicchi di arancia) varenyki (una sorta di ravioli a mezza luna) con patate, pel’meni (specie di tortellini) con la carne, insalata Olivier (ovvero la celebre insalata russa) e bliny (simili alle crêpes) con ricotta, tutti serviti rigorosamente con panna acida e smodate quantità di aneto e aglio.
Poi dessert, vodka al pepe e infine il conto, mai troppo salato, che i previdenti camerieri accompagnano sempre con un chewing gum, alla fragola nella maggior parte dei casi.

La Andriyivskyy Uzviv si snoda fino a confluire in una verde collinetta sulla quale si erge maestosa l’omonima chiesa. In stile barocco e dalle facciate bianco, oro e verde acqua, la chiesa di Sant’Andrea domina la scena anche se la fittissima nebbia ci impedisce di godere del lontano panorama del fiume Dnepr. Dopo una breve visita all’interno, meno ampio di quanto l’esterno faccia credere, prendiamo via Desyatynna con direzione centro. Tutto affoga nella foschia, sopravvivono solo delle cupole dorate che sembrano richiamarci da non molto lontano. Le seguiamo, si fanno via via più nitide, più grandi, più luminose e ci conducono alla Cattedrale di San Michele racchiusa all’interno di una recinzione in muratura. Qui, le facciate dell’edificio si tingono di un indaco intenso e vivace che spezza la monotonia del cielo plumbeo. L’interno, illuminato solo da poche candele, si sviluppa per lo più in larghezza; le pareti e i numerosi pilastri sono tappezzati di affreschi dai colori caldi e dai motivi bizantini che si contrappongono alla struttura dell’altare centrale in stile barocco. Camminando lentamente tra fedeli silenziosi e assorti ci avviamo all’uscita, lasciando quella calda e misteriosa calma per affrontare ancora il freddo. Dislocato di poco dalla chiesa, si trova il suo campanile, alto e robusto che, grazie ad un arco sottostante, consente di uscire dalla recinzione e di affacciarsi su un ampio spiazzale. Lasciamo dunque alle spalle l’intero complesso azzurro e imbocchiamo un viale che porta dritto alla vicinissima Cattedrale di Santa Sofia.
Esternamente speculare alla struttura della Cattedrale di San Michele, anche qui troviamo uno spiazzale, una bassa recinzione in muratura e un campanile (questa volta più slanciato) con un arco d’ingresso sottostante. Tuttavia, in questo caso, siamo di fronte a un complesso molto più grande, caratterizzato da facciate bianche e da un moltiplicarsi di cupole verdi e dorate. L’interno della Cattedrale si sviluppa su due piani riccamente decorati da affreschi bizantini. La luce soffusa proveniente dalla cupola centrale crea incantevoli giochi d’ombra; camminiamo tra i corridoi semioscuri e il silenzio assordante e l’odore di umido e incenso ci rapiscono completamente. Abbandoniamo quel caldo nido d’arte e ci dirigiamo al campanile per avere dall’alto una visione d’insieme del complesso e della città. Seguiamo una spirale di gradoni in pietra, alti e stretti che ci porta ai vari piani, ciascuno caratterizzato da ampie aperture e da una passerella circolare che consente di affacciarvisi e godere del panorama. Raggiungiamo l’ultimo piano, abitato da campane di varie misure, e, in balìa di forti correnti, cogliamo i diversi scorci della città che le aperture ci offrono sui quattro lati della struttura. Da ciascuno di essi ammiriamo la bellezza di una Kiev colorata in primo piano che via via sbiadisce, sfuma, fino a svanire nella nebbia.

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La sera, per il nostro primo giro in centro decidiamo di dirigerci verso il quartiere Kreščatyk, alla ricerca delle ampie vedute della città di cui avevamo goduto dal taxi. Risalendo dalla metro in Piazza dell’Indipendenza (Maidan Nezalezhnosti) scorgiamo attraverso la pioggerellina uno spazio larghissimo attraversato al centro da un vialone, il Boulevard Kreščatyk appunto, che si allunga da Piazza Bessarabskaya a Piazza Europeiskaya. Con una panoramica di 360° è possibile abbracciare tutta la piazza con i suoi imponenti edifici, le statue, le luci rese soffuse dal clima. Ma la cosa che ci sorprende immediatamente è la discreta folla che riempie la parte ovest della piazza, intenta ad ascoltare quello che a tutti gli effetti sembra un comizio. Urla e cori accompagnano lo sventolio di bandiere ucraine e di bandiere europee, mentre le forze dell’ordine, in presenza massiccia, stazionano a ogni angolo della piazza con i loro caratteristici impermeabili (non li avremmo visti che indosso a loro) e il manganello d’ordinanza. Fiancheggiando questa schiera di simil-robocop gettiamo un’occhiata alla composizione dei manifestanti scorgendoci molti giovani. Alcuni brevi attimi di tensione seguono lo scioglimento del comizio, ma nulla di che.
Avremmo scoperto poi che si trattava della manifestazione di protesta contro la decisione del governo ucraino di abbandonare le trattative per entrare nell’UE, su pressione di Putin. La manifestazione che si sarebbe tenuta due giorni dopo, la domenica, sarebbe stata ben più partecipata e conflittuale. Ora però sembra che anche questo momento si fonda con la placidezza circostante, non riuscendo a elettrizzare l’aria. Proseguiamo la nostra passeggiata risalendo e discendendo il viale prima da un lato poi dall’altro, sfilando sotto ricchi palazzi barocchi o grigi edifici neoclassici, e ci sembra che questi ultimi rappresentino sempre dei luoghi istituzionali, come ministeri o commissariati, in un’equivalenza ben sovietica tra autorità e pulizia estetica. L’estrema larghezza delle strade che incrociamo ci costringe ogni cinquanta metri a percorrere un sottopassaggio per sbucare dall’altro lato, ma non è così semplice. Questi luoghi sotterranei infatti, che spesso sono anche entrate metro, si allargano in mille cunicoli, a volte illuminati, a volte bui, trasformandosi in un bazar sotto lamiera. Negozietti di ogni risma stanno attaccati l’uno all’altro disvelando un campionario imperdibile di umanità ucraina. Si possono trovare calze, matrioske, fiori, fiori soprattutto: sia sopra che sotto la superficie si sprecano i fiorai e non è raro imbattersi in uomini e donne con un bel bouquet in mano. La galanteria e il romanticismo qui hanno ancora codici precisi, evidentemente.
Ritornando di giorno entreremo nel bellissimo mercato coperto di Besarabsky, dove gironzolando tra banconi di ogni ben di dio, strapperemo anche un assaggio di caviale nero.

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Kiev è una città trafficata che però non dà mai l’idea di congestionamento. Le macchine, i taxi, gli autobus e i tram scorrono in maniera piuttosto silenziosa ancorché frenetica. Sembrerebbe di essere in una qualsiasi altra grande città, se non fosse per le marshrutke, sorta di scatolette impazzite su quattro ruote. A metà tra piccoli autobus e taxi collettivi, questi mezzi molto tipici non prevedono un biglietto ma una quota da pagare a bordo facendo passare, pressati l’uno contro l’altro, i pochi centesimi di mano in mano fino alla cassetta posta in testa.
Ma è la metropolitana di Kiev a impressionare più di tutto. Dagli oscuri sottopassaggi si entra in una luce chiara e diffusa. Andando alla cassa per fare il biglietto si riceve, in cambio di sole 2 grivnie (circa 20 centesimi), un gettone in plastica blu come quelli delle giostre che messo nell’apposito foro farà scattare il tornello facendovi accedere al servizio. A questa stranezza si aggiunge quella della discesa verso i binari. Le scale mobili sono infatti lunghissime, ripidissime e molto più veloci di quello che ci si aspetta. La pendenza necessaria a colmare un dislivello di diverse decine di metri è tale che, se presa a salire, la scala sembra scorrere perpendicolare al terreno, dando una vertigine inconsueta.
Il traffico di gente in metropolitana ricorda quello della superficie: molto affollato, frenetico in quasi tutte le ore, eppure non chiassoso né ansiogeno. Abituati all’ordine parigino o alla follia romana, è strano vedere gente di ogni tipo entrare e uscire, accalcarsi e superarsi senza battere ciglio.
I binari sono posti ai lati di una piattaforma centrale unica, sovrastate da arcate laterali e frontali in pietra. Inaugurata nel 1960, consta di 3 linee (più una quarta in costruzione) ed è un significativo tassello della tarda architettura sovietica. Una delle stazioni, Zoloti Vorota (Porta D’oro), è addirittura una meta turistica per l’impressionante struttura e la bellezza degli affreschi e mosaici che si arrampicano sul marmo.
Appena usciti da questa fermata ci si imbatte appunto nel “Golden Gate”, il cancello dell’antica fortezza che ora serve da museo. Decidiamo di visitare dunque i resti della Pechersk Fortress. Ci avviamo verso la Lesi Ukrainki e scorgiamo l’Olimpiyskiy, lo stadio Olimpico, sede dei maggiori eventi sportivi nazionali.
Aggirandolo e continuando a lato di una specie di tangenziale arriviamo a un incrocio dove a destra vediamo un cancello e poi uno spiazzo. Le indicazioni sono confuse e i visitatori molto sporadici. Attraversiamo i resti delle mura e di un castello, vaghiamo senza meta, paghiamo per vedere un museo con foto e cocci commentati in ucraino e in polacco. Usciamo speranzosi e raggiungiamo la cima della collina dove, fra i cannoni d’ordinanza, ci sarà senz’altro un bellissimo panorama brumoso di Kiev. C’è anche un signore pensoso con sigaretta a contemplarlo. E invece no, c’è lo stadio, dall’alto!
Andiamo via, la delusione la smaltiremo a tavola.

La domenica mattina bisogna andare al Monastero delle Cave. La fermata metro più vicina sarebbe Arsenal’na, ma decidiamo di prolungarci sulla linea rossa verso l’isola Venetsianskiy e scendere alla successiva, Dnipro, praticamente sul ponte. Le città col fiume hanno tutt’un altro fascino, vuole il luogo comune, e qui è più vero del solito. Il fiume scorre infatti placido e larghissimo, gli argini sono bassi e alcuni pescatori in fila occupano metà della sponda sotto la metro, chissà se a lavorare o a passare la domenica.
Scesi ad Arsenal’na ci avviamo sul lungo Boulevard Lavrska verso il quartiere della Pecherski, tra un largo giardino di ippocastani (“It is said that one can walk from one end of Kiev to the other in the summertime without leaving the shade of its many trees” ricordiamo di aver letto su wikipedia) e le solite cupole dorate a fare capolino tra la nebbia. Entrando nel parco si staglia di fronte a noi una colonna che, raggiunta più da vicino, si rivela come il monumento ai caduti. Guardando intorno si può scoprire come il luogo sia stato adibito alla conservazione della memoria nazionale ucraina, civile e religiosa. Oltre a ricordare i morti delle varie guerre succedutesi in questa terra ai confini dell’Europa, il memoriale ha soprattutto il compito di ravvivare il ricordo di un evento ben più sconosciuto, e non meno drammatico: la carestia del 1929-33, l’Holodomor, come lo chiamano qui. Dopo la colonna ecco una candela gigante. Il museo sotterraneo a cui si può accedere da due lati diversi introduce lo spettatore all’interno di uno spazio scarsamente illuminato, che induce lo stato d’animo del lutto e del raccoglimento. I pannelli esplicativi e i vari documenti che si snodano all’interno del museo hanno la funzione di rivelare al mondo gli orrori dell’occupazione sovietica, che aveva ridotto alla fame un intero popolo uccidendo milioni di persone. La presenza di una grossa campana contribuisce a donare all’atmosfera un che di sacrale, quasi penitenziale. Il penitente è di fatto lo spettatore che deve fare ammenda della sua ignoranza precedente, e purgarsi in questo luogo della rivelazione. Non a caso l’unico luogo illuminato è una sala a parte in cui sono illustrate le leggi che in ogni parte del mondo riconoscono l’Holodomor come un genocidio, un crimine contro l’umanità. Lo straniero arrivato alla fine è pronto a lasciare questo luogo con un senso di soddisfazione per la marea di storie e dettagli che ha appreso e uno di pacificazione per un senso di colpa che non aveva. Usciti nuovamente alla fioca luce del giorno brumoso, siamo ancora in cerca del Monastero.

La visita alle due cattedrali ci aveva incantato per la bellezza architettonica, i colori e i particolari degli interni, il silenzio greve e magico che si respirava, ma a stregarci completamente, a dilatare il senso di spaesamento e impenetrabilità è il Pečerska Lavra. Situato sui pendii boscosi che costeggiano il Dnepr, il Monastero delle Grotte è un maestoso centro ecclesiastico che risale al 1051.
È pomeriggio, ma il cielo cupo e la nebbia particolarmente fitta oscurano e avvolgono tutto in un alone di mistero. Man mano che ci inoltriamo vediamo sbucare timidamente cupole, alberi, fedeli. Il gracchiare dei corvi riecheggia nitido nella foschia e accentua il senso di soggezione e curiosità. Si palesano ai nostri occhi numerose chiese dalle facciate barocche, altre dalla struttura bizantina, una sinfonia di cupole verdi e dorate ed eleganti edifici monastici che oggi sono diventati musei.
Intanto, mentre vaghiamo incerti, incontriamo spesso frecce sul cui legno sono intagliate le indicazioni per le tanto rinomate Cave. Le seguiamo, attraversiamo piccoli mercatini, dove tra vari articoli religiosi, spiccano i platok, foulard dai colori vivaci ai quali non resisto. Dopo l’acquisto proseguiamo e imbocchiamo una galleria che ci conduce ad un altro complesso architettonico, simile per struttura e colori al precedente, dove sorgono altre chiese, altri edifici monastici. Avendo smarrito le frecce, entriamo a caso in uno di questi; sembra essere un semplice punto vendita, quando sulla destra scorgiamo inaspettatamente l’ingresso alle cave. Accesso riservato ai credenti e obbligo di copricapo per le donne, vi è scritto. Esplodendo dalla curiosità decidiamo di avventurarci, d’altronde l’acquisto del platok al mercatino si rivela perfetto per l’occasione. Così ci avviamo all’ingresso, nessuno ci chiede nulla, via libera.
Una ripida scalinata in pietra lievemente illuminata conduce a un altro ingresso sotterraneo. Qui, nella penombra, siede un monaco che distribuisce candele. Aspettiamo il nostro turno, prendiamo la candela, la accendiamo e ci addentriamo in questo buio labirinto sotterraneo. Il silenzio sovrano, le ombre dei fedeli che si arrampicano sulla pietra e le spoglie mummificate dei monaci creano non poca suggestione. Ad ogni reliquia i credenti si fermano, chiudono gli occhi e recitano preghiere muovendo silenziosamente le labbra. Li superiamo e, lentamente, sconvolti dalla mistica atmosfera, raggiungiamo la fine del primo corridoio dove ci aspetta un bivio. Un forte senso di non appartenenza a quel luogo così misterioso, ma così Altro, ci spinge a proseguire verso l’uscita senza continuare il cammino. Così, con i volti e gli spiriti in subbuglio usciamo all’aria aperta dove il freddo e il chiacchiericcio ci riportano alla realtà.

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Quest’ultimo intenso attraversamento culturale e religioso racchiude bene il senso di tutto il viaggio. L’esperienza con l’Ucraina, i suoi luoghi e la sua gente è stata unica perché mai sperimentata prima. Si riconosce molto ma non tutto, qualcosa sfugge e lascia disorientati: questo scivolamento continuo e impercettibile dai codici occidentali a quelli orientali è la causa maggiore del fascino di questa città.

Il lunedì mattina c’è ancora tempo per vedere la bellissima stazione centrale e confermarci l’idea di una Kiev imponente ed elegante, che del progetto sovietico incarna il sogno di grandezza più che il funzionalismo di altri paesi satellite.
Vediamo l’alba dalla navetta che ci porta in aeroporto, un’altra visione di Kiev.
Quasi ad est, do svidanija Kiev!

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Franco Marzoli ha detto:

    Bello. Ben scritto. Interessante. Buona l’idea delle cronache di viaggio. Molti ragazzi si limitano ad andare a Berlino, Amsterdam,Londra, New York….rimanendo in realtà sempre nel medesimo luogo: l’occidente. Sarebbe ora di conoscere anche l’altra parte (maggioritaria) del mondo. India, Vietnam, Cina, Indonesia,Zambia, Congo, Sudan, Cile, Bolivia…vi aspettano.

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