Bonsai #29 – Woody Allen, “Blue Jasmine”

di Flaminia Beneventano

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[N.B. Questo articolo contiene spoiler]

Dopo i recenti film ambientati in Europa (Vicky Christina Barcelona, 2008; Midnight in Paris, 2011; To Rome with love, 2012), Woody Allen torna a stupire pubblico e critica con una storia ambientata di nuovo nei ‘suoi’ Stati Uniti (tra New York e San Francisco) e con un ritorno all’introspezione e alla costruzione di caratteri e personaggi che da tempo non comparivano nelle sue pellicole.

Il film è incentrato sulla profonda analisi psicologica di due figure femminili, insieme con una lucida rappresentazione dei rispettivi ambienti sociali di riferimento. Due sorelle adottive, Jasmine (magistralmente interpretata da Cate Blanchett) e Ginger (Sally Hawkins), dopo anni di separazione e di distanza, si trovano catapultate in una situazione di incontro-scontro durante una improvvisa e forzata convivenza a San Francisco, dovuta al trasferimento di Jasmine a casa della sorella in seguito alla bancarotta e al suicidio del marito (Alec Baldwin). Il confronto tra le due donne parte dai loro background, dalle loro storie ed esperienze personali, dai loro caratteri, per poi estendersi e alimentare un vortice di incomprensioni e contrasti che coinvolge anche i mondi e i sistemi di valori a cui ciascuna delle due donne fa riferimento.

Jasmine è presentata fin dalla prima scena come tipica donna dell’alta borghesia newyorchese e indossa i capi di abbigliamento più costosi e distinti ai quali non rinuncia neanche una volta ridotta in povertà: “Cintura Chanel, borsa Hermès, scarpe Vivier”, dirà di lei Dwight (Peter Sarsgaard), l’affascinante uomo incontrato a una festa e attratto dal suo stile, che diventerà oggetto delle proiezioni di Jasmine e àncora alla quale sorreggersi in cerca di un riscatto dopo il naufragio della sua vita con il marito. Egli costituisce infatti, agli occhi della donna, una replica concreta e tangibile del mondo al quale era abituata e che si è vista sfuggire, piombando in una estranea e per lei innaturale miseria. A sancire la desolazione di Jasmine è la necessità di adattarsi allo stile di vita ben più modesto della sorella Ginger, che viene da lei rifiutato e tenuto a distanza tramite un constante atteggiamento di superiorità e disprezzo, malcelato dietro la superficiale gratitudine nei confronti della sorella e dell’ospitalità ricevuta. Jasmine deve adesso subire l’umiliazione di un quotidiano in cui le feste danzanti e i gioielli, che costellavano le sue giornate, lasciano il posto a lavori che ai suoi occhi costituiscono il colmo dell’understatement. Un quotidiano dove l’ombra del passato sfarzoso è tuttavia sempre viva e pronta a tornare, resa ancora più concreta dal sapiente gioco di flashback messo in atto da Woody Allen: scene trascorse si sovrappongono al presente, ricordi evocati proustianamente anche da una sola parola prendono corpo tanto da confondersi con il reale nella nebulosa ed instabile mente di Jasmine. Ne è un esempio il costante ripetersi di Blue Moon, motivo musicale sulle cui note Jasmine conobbe il marito e che – nel corso di tutto il film – continua a riproporsi tanto alla mente della protagonista quanto alle orecchie dello spettatore.

Lo scarto tra i due mondi vissuti da Jasmine è sottolineato e inasprito dalla presenza della sorella Ginger che – un po’ per rivalsa, un po’ per le maniere poco delicate e dirette che la caratterizzano – costantemente e ossessivamente ripete a Jasmine, come un leitmotiv, la disonestà e i furti che hanno condotto il marito al fallimento, insistendo sul prezzo che la donna, con la sua povertà, è ora costretta a pagare.
Woody Allen sembra dunque intrecciare l’analisi introspettiva dei personaggi alle complesse e difficili dinamiche familiari; il confronto tra sorelle, in questo caso adottive, può suggerire – sebbene in un contesto differente – quello già rappresentato dal regista in Hannah e le sue sorelle (1986). In entrambi i casi, Woody Allen mette in scena situazioni di scambio, confronto e contrasto che hanno la loro origine in situazioni di vicinanza imposte o forzate: in Blue Jasmine è il trasferimento a San Francisco che obbliga la protagonista al contatto con la sorella Ginger; in Hannah e le sue sorelle le occasioni di incontro sono le tradizionali cene del Thanksgiving, ricorrenze che costituiscono vere e proprie scansioni temporali della vicenda, e in coincidenza delle quali le tre sorelle protagoniste si trovano a fare in conti con la famiglia che le unisce e che le accomuna nonostante le rispettive vite, autonome e diverse.

Anche in Blue Jasmine il rapporto tra le due sorelle conosce un momento di vicinanza che, tuttavia, evoca l’empatia e la complicità femminile piuttosto che l’amore fraterno. Ad una festa, entrambe – Jasmine e Ginger – conoscono due uomini con cui hanno ciascuna una breve storia. Animate da intenti diversi (Jasmine in cerca di un riscatto, di una nuova vita all’altezza della precedente; Ginger lusingata dalle attenzioni del nuovo amante), sono entrambe destinate a rimanere deluse dai loro nuovi incontri: tuttavia, il momento della festa e l’immediato seguito costituiscono l’unico momento del film in cui i mondi delle due sorelle si avvicinano, quasi a toccarsi, in cui le due donne riescono quasi a sostenersi a vicenda prima di tornare alla loro realtà usuale. Fidanzato semplice e senza pretese, pizza a domicilio, birre e baseball in TV per Ginger; una prospettiva ancora più disillusa per Jasmine, vittima di una profonda solitudine e disperazione.
Le due donne non sono però due eroine passive vittime ognuna della propria sorte; al contrario, Woody Allen crea due figure che dimostrano di aver scelto, o quantomeno determinato, la condizione di vita alla quale sono approdate. Jasmine in particolare – rappresentata per gran parte del film come ignara ed ingenua beneficiaria degli illeciti del marito –  con un colpo di scena finale risulta invece essere l’artefice del loro destino: fu lei, in seguito alla scoperta del marito con una amante, a denunciarne i traffici illegali e a causarne il fallimento e l’arresto.

Blue Jasmine è un film dal sapore amaro, in cui è enfatizzata la necessità di una lucida presa di coscienza e di reazione da parte dei personaggi; in cui l’infelicità di Jasmine dimostra come sia indispensabile confrontarsi con la realtà e fare i conti essa, accettando soprattutto le conseguenze che le scelte possono generare. È un film di constrasti individuali interni, di contrasti tra presente e passato, di contrasti reciproci tra storie inconciliabili. È un film in cui Woody Allen torna a padroneggiare e a gestire sapientemente – reggendone i fili – gli squilibri e i frammenti di esistenze e storie discontinue che disorientano e tormentano i personaggi.

5 Comments Add yours

  1. Marcello ha detto:

    Secondo me il punto fondamentale del film è l’analisi spietata che fa di una certa classe sociale.
    Mi auto-cito:
    “È più cattivo di quello che sembra in superficie.
    Jasmine è un personaggio in tutto e per tutto negativo, dall’inizio alla fine, non fa nulla di positivo. E secondo me non è un caso che la sorella non lo sia di sangue, e che continui a ripetere “siamo diverse, è genetico”. È vero, è genetico. Jasmine è di natura malvagia e nulla potrà farla cambiare, tutto quello che le succede ribadisce quanto sia marcia dentro. La sorella no, è una persona ingenua ma buona, e infatti è “geneticamente” diversa, nel senso che tra loro due c’è un abisso incolmabile. Jasmine non ha speranze, è una ricca viziata e per questo è di natura stronza (eufemismo). E infatti non è un caso nemmeno che l’uomo che la sorella conosce grazie a Jasmine sia anche l’unico stronzo che lei frequenti. L’ex-marito e il futuro marito sono dei “perdenti” e pieni di difetti, ma entrambi l’hanno amata/la amano e sono onesti con lei (uno magari spacca anche il telefono, però a lei ci tiene sul serio ed è evidente che non le mentirebbe mai). È sempre questione di “genetica”.”

    1. Flaminia ha detto:

      Hai ragione: Jasmine – per usare il tuo stesso eufemismo – è una “stronza”, e non fa nulla per smettere di esserlo, nè lo desidera. Anzi, cerca tutti gli espedienti possibili per mantenere uno status che la autorizzi a tenere certi atteggiamenti altezzosi e sprezzanti.
      Io, però, trovo abbastanza aspro anche il ritratto di Ginger: dalla scena della borsetta di Fendi goffamente accopiata con la sacca da mare, alla sguaiatezza tipica dei comportamenti suoi, del fidanzato, del gruppo che frequenta. E’ ingenua, è terra terra, e su questo Woody calca la mano piuttosto decisamente. Inoltre, se Jasmine alla festa conosce il riccone odioso – tipico dell’ambiente in cui lei si trova a proprio agio, anche Ginger conosce un tipo adatto a lei a al suo stile: non lo vedo tanto come l’approfittatore di turno, ma prima di tutto come il burino, il cafone di cui lei però dal primo momento è entusiasta.
      Jasmine è la protagonista e Woody non la salva, hai ragione; ma non riesco a vedere una scala di valori che predilige lo stile di vita di Ginger. Sono due estremi, frutto del loro percorso e, più che della genetica, forse degli ambienti che ognuna delle due ha scelto di vivere e frequentare.

  2. Marcello ha detto:

    Beh, è ovvio che con “genetica” non intendo DAVVERO “genetica”, sarebbe un poco inquietante. Intendevo (intendeva) la natura di un individuo che si forma in un determinato contesto sociale ed economico.
    Detto questo, è ovvio che il contraltare di Jasmine non è il personaggio perfetto, un angelo che si oppone al demonio: Allen viene da Bergman, non da Capra. L’essere umano ha a priori dei “difetti”. Però, se da un lato c’è il male assoluto (inteso come negatività senza possibile salvezza), dall’altro, pur mancando il bianco, c’è un grigio molto candido, e che, ignorando quei difetti dei quali in quanto essere umano non può liberarsi, può essere visto comunque come candore. E l’illustrazione che ne fa Allen secondo me è questa: come dici tu sono goffi, sguaiati, ingenui, terra terra. Ma buoni. Secondo me su questo non c’è dubbio: certo, non c’è la semplificazione del “povero e semplice è bello”, ma credo che almeno il “povero e semplice è meglio” sia fuor di dubbio, nel film.

  3. Flaminia ha detto:

    Alla fine il richiamo alla ‘vera genetica’ è proprio quello che intende Ginger, nella sua ingenuità, quando ribadisce in continuazione che non sono sorelle di sangue. Ho capito invece ora quello che intendevi tu, e sono ovviamente d’accordo, come ho scritto, sull’importanza del tipo di milieu socio culturale dal quale ciascuna sorella è stata influenzata.
    Solo, continuo a non vederci la sfumatura di polemica anti-borghese che dici tu: proprio in quanto devoto estimatore di Bergman, Woody Allen più che una critica di classe e di status fa un’introspezione del carattere e della personalità. Questo studio delle mentalità, delle complessità e delle sfumature umane si attua attraverso un sondaggio che, a mio parere, non lascia spazio al giudizio di valore. Quella di Woody Allen non è una satira sociale (se non in rarissime occasioni, vedi il film-cartolina To Rome With Love), ma una lucida analisi delle diverse nature dei suoi personaggi.

  4. Marcello ha detto:

    Rispondo con colpevole ritardo, ma… l’analisi forse la si può considerare preponderante, ma che lo sia o meno, lascia comunque molto spazio alla critica.

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