Il passato non muore mai /2. Alcune rappresentazioni dei non morti nelle serie tv contemporanee.

Parte II. Walkers VS Revenants

di Chiara Impellizzeri

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Les Revenants, 1×01, “Camille”.

[Questa è la seconda parte di una riflessione in quattro puntate sulla riscrittura del mito del non morto in alcune serie tv prodotte negli ultimi tre anni. Potete leggere qui la prima parte.]

Les Revenants è una serie francese scritta e diretta da Fabrice Gobert, prodotta da Canal+ nel 2012 e attualmente ferma alla prima stagione di soli 8 episodi. La serie ha avuto un grandissimo successo in Francia e ha richiamato l’attenzione americana nel 2013 vincendo gli International Emmy Awards come migliore serie drammatica. Se nelle ultime settimane di ottobre la serie è finalmente sbarcata negli U.S.A. e si vocifera addirittura di un possibile remake americano, restano comunque molte incertezze sulla seconda stagione, le cui riprese pare inizieranno solo nel 2014, dopo ben due anni di arresto. Bisogna quindi dire da subito che, ancor più che per The Walking Dead, qualunque tentativo di sintesi su questa serie è fortemente soggetto a errore, tanto più che, come temono moltissimi fan, è probabile che alcune linee narrative sviluppate nella prima stagione vengano mutate per venire incontro a difficoltà materiali della produzione (tra le varie, la crescita fisica di giovanissimi attori come Swann Nambotin e Yara Pilartz, che rischia di renderli non più credibili nel ruolo di non morti).

Les Revenants è un prodotto molto diverso dal più ‘hollywoodiano’ The Walking Dead, deciso a unire cultura pop ed elementi più “ricercati”: basato sul meno noto film del 2004 di Robin Campillo, il telefilm presenta alcune intuizioni inedite, un’ambientazione che strizza l’occhio a Twin Peaks e un’impronta autoriale più forte; si avvale inoltre della co-sceneggiatura di Emmanuel Carrère, ovvero uno degli scrittori francesi più famosi del momento, in grado di coniugare un vasto successo di pubblico con l’apprezzamento della critica ‘accademica’, e di una bellissima colonna sonora creata dai Mogwai. La cura dei personaggi, poi, è quasi maniacale: su ciascuno Gobert ha creato schede ricche di dettagli riguardanti la storia personale passata, da fornire agli attori per una migliore interpretazione, sebbene molti di questi dettagli non rientrino mai nella narrazione della prima stagione[1]. Canal+, infine, ha dedicato alla promozione della serie un accattivante sito interattivo nel quale lo spettatore può ricercare piccoli indizi che integrano la narrazione televisiva.

La serie è ambientata nel presente, in una piccola cittadina delle alpi francesi costruita sopra una diga nella quale, un giorno, i morti ritornano tra i vivi. La parola francese revenant, d’origine settecentesca, significa letteralmente “colui che ritorna” e indica, nella tradizione dei racconti fantastici ottocenteschi, il fantasma, lo spettro. Tuttavia i revenants di Gobert non sono esseri di puro spirito, ma si trovano realmente presenti nella loro fisicità, perfettamente identici a com’erano prima della scomparsa (se non per certe misteriose escoriazioni che appaiono solo sulla pelle di alcuni) e del tutto immemori del fatto d’essere, appunto, morti. Ogni episodio è dedicato alla storia di un personaggio particolare, sviluppando progressivamente gli intrecci delle singole vicende. L’unità di luogo e l’ambientazione provinciale permettono una narrazione molto densa, dal tono quotidiano e quasi banale, incentrata sul dramma psicologico dei personaggi; tanto dei vivi, che ritrovano i loro cari nel momento in cui sono prossimi ad elaborare il lutto, tanto dei morti, che capiscono il senso del loro ritorno e cercano dolorosamente di reinsierirsi in un mondo che li sta dimenticando. L’intento di Gobert è quello di permettere che lo spettatore possa empatizzare con ogni personaggio, in una sospensione totale delle classiche categorie di giudizio applicabili al genere.

Questa situazione non permette di guardare ai non morti con sentimenti unicamente repulsivi; al contrario, essi rappresentano effettivamente il sogno utopico di resurrezione ed eternità finalmente realizzato. Il ritorno, seppure inquietante e inspiegato, per i vivi è spesso l’esaudimento di un desiderio a lungo nutrito. Tuttavia, allo stesso tempo, il reinserimento improvviso dei revenants in una linea temporale che è andata avanti senza di loro, pone i vivi di fronte alle contraddizioni del proprio desiderio nostalgico.
Il senso di colpa del sopravvissuto diventa quindi centrale nella dinamica di ogni storia, non soltanto nelle relazioni tra vivi e revenants. Lo slogan della serie, «Il passato ha deciso di tornare a galla», ricorda che ogni personaggio, tanto tra i vivi come tra i non morti, ha una colpa nascosta che il ritorno spingerà ad dover affrontare. Ma lo scontro con il passato non riguarda solo la memoria individuale, ma sembra aprirsi ad un problema di memoria e responsabilità collettiva. La metafora infatti è letteralizzata nell’evento che fa da sfondo silenzioso alla prima stagione: il progressivo abbassamento del livello dell’acqua nella diga che riporta a galla la vecchia città, sommersa dal crollo dell’argine trentacinque anni prima.

A differenza di The Walking Dead, gli abitanti della cittadina francese vivono in un mondo che non è vergine di narrazioni e possiedono teoricamente dei quadri culturali di riferimento per poter interpretare l’evento: oltre alle storie convenzionali su spettri o mostri, essi ricordano la profezia cattolica dell’avvento. Il mondo de Les Revenants potrebbe essere interpretato quindi come un mondo pre-apocalittico, anche se questa apocalisse potrebbe rivelarsi tanto orrorifica quanto positivamente utopica. La perdita d’acqua nella diga, con la relativa perdita di elettricità, prospetta negli sviluppi futuri una città isolata e senza rifornimenti, caduta nel caos e nell’anarchia della lotta alla sopravvivenza e invasa dall’Orda di non morti. Ma Gobert si diverte a invalidare ogni possibile interpretazione, mantenendo ogni situazione indecidibile e incomprensibile.

La vendetta dei morti, infatti, motivo classico delle horror stories, seppur venga suggerita come possibile schema interpretativo, fino a questa prima stagione non sembra poter essere una spiegazione convincente del loro ritorno. I revenants del resto non appaiono come esseri vampireschi e mortiferi, ma al contrario sono descritti come affamatissimi di cibo e pieni di impulsi vitali. I casi di attacco ai viventi restano dubbi: quando ad esempio una misteriosa infezione ‘riapre una cicatrice’ sulla schiena di Lena, la ragazza, riutilizzando gli schemi delle storie horror («Non è così che fanno loro?»), accusa la gemella Camille di esserne la causa; e tuttavia nell’economia della storia la vicenda serve innanzitutto a portare alla luce un segreto di cui Lena è vittima, per non parlare del fatto che sarà un altro revenant a curare la ragazza con un tradizionale impacco di ortiche. Ancora, l’unico personaggio che potrebbe incarnare la figura del non morto cannibale, proprio al suo ritorno come revenant sembra guarire, attraverso il rapporto con un vivente, dalla malattia mentale che lo aveva spinto, in vita, a forme di antropofagia. Sono piuttosto i viventi ad essere portatori di sentimenti depressivi e non vitalistici: come Julie, ‘morta in vita’, incapace di trovare un posto tra gli altri e superare il proprio trauma, come Toni, schiacciato dal senso di colpa verso il fratello, o come Pierre, ambigua figura di ‘born again’, uno di quei convertiti esaltati che hanno abbandonato una vita di peccati per abbracciare entusiasticamente la religione e le opere di bene. Sono tutti personaggi che oscillano tra due forme di abuso della memoria, il ricordo ossessivo oppure la rimozione radicale, in ogni caso chiusi in se stessi e incapaci di fare i conti con il passato in modo maturo.

Proprio Pierre, cattolico esaltato e leader della comunità «La main tendue», sarebbe adatto a proporsi, al pari di un Rick Grames, nel ruolo di eroe idealista della serie, attorno al quale possa riunirsi la comunità. Lui stesso inoltre è colui che cerca di interpretare l’avvento dei revenants come promessa di gioia futura, secondo il paradigma della profezia giovannea che prospetta la risurrezione dei corpi e l’avvento di un mondo nuovo e giusto. Ma gli eventi metteranno in dubbio tanto l’onestà di Pierre che la sensatezza delle sue convinzioni.
Nessuna delle narrazioni canoniche si rivela adeguata per far fronte all’evento; il mondo de Les Revenants è il nostro stesso mondo laico, quotidiano, nel quale il miracolo localizzato del ritorno dei morti non riesce a trovare davvero un senso all’interno di un quadro più grande. Gli stessi revenants, come esseri umani sperduti, non sanno come definire la propria identità e il proprio scopo, e quando, come la piccola Camille, cercano di adeguarsi a un’ottica religiosa per dare adito alle teorie di Pierre, provocheranno ulteriore male, a causa in fondo dalla loro stessa umana ignoranza.

L’immagine migliore per descrivere l’atmosfera creata dalla prima stagione de Les Revenants è quella nebbia che avvolge la cittadina rendendo opache tutte le cose. L’effettiva compresenza di passato e presente rende questo luogo una sorta di isola sospesa in cui lo straordinario e il quotidiano sono inscindibilmente legati. Nessuna dicotomia etica è dunque possibile tra ‘vivi’ e ‘non morti’, nessuna filosofia superiore e nessuna legge morale trascendente sono applicabili. Di fronte all’effettivo ritorno dell’oggetto del proprio desiderio nel momento in cui l’individuo stava per liberarsene rendendolo puro ricordo, categorie tradizionali quali l’elaborazione del lutto o il rifiuto melancolico diventano sostianzialmente impraticabili.

Vorrei infine azzardare un’ultima riflessione, forse avventata visto che la cittadina anonima de Les Revenants è un luogo provinciale e isolato, nel quale le nuove tecnologie non sembrano esistere e che sembra collocarsi in un momento indefinito della storia recente. In questo luogo anonimo, abbiamo detto, il passato perde il suo carattere di ‘passeità’ e si fa invece pienamente presente fino a proiettarsi persino su un nuovo futuro. Allora questa sensazione di perenne indefinitezza e di continua riapertura dei possibili che la serie trasmette mi sembra intercetti indirettamente qualcosa di molto contemporaneo, qualcosa che riguarda forse la maggiore difficoltà, nell’epoca del collegamento perenne, nel considerare una relazione come totalmente chiusa e ormai appartente al passato. È un tema al quale sono stati dedicati articoli in rete, moltissimi tendenzialmente ironici; tra i vari, uno dei più analitici e interessanti che mi sia capitato di leggere s’intitola Why social media generation never really breaks up. Se si pensa ai triangoli amorosi tra vivi e ritornati in Les Revenants, alle telecamere che registrano ciò che accade nelle strade, all’ossessione voyeuristica con cui Thomas spia Adèle e Simon, si avverte una certa empatia e vicinanza. Sottraendo l’immagine del ritornato al campo del lutto e del conflitto intrapsichico, potremmo avvicinarlo metaforicamente a quelle ormai comunissime relazioni umane in cui l’altro, assente, torna a un tratto presente o viene ritrovato, attaverso la mediazione di un social network o di un servizio di instant messaging.
«E non si videro mai più»: una frase che Bolaño poteva scrivere a fine anni ’90 non ha lo stesso senso oggi, se ciascuno resta potenzialmente reperibile a distanza e può aggiornare, attraverso diversi media, il diario in pubblico della sua vita.


1. Lo ha dichiarato una delle attrici principali, Céline Salette, in un’intervista su France Info: http://www.franceinfo.fr/medias/info-medias/fabrice-gobert-dans-les-revenants-j-avais-envie-de-jouer-avec-les-codes-du-f-814537-2012-11-26.

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