Dieci dicembre

di Chiara Impellizzeri e Camilla Panichi

prova

In una intervista del 1996, alla domanda quali autori a lui contemporanei lo avessero maggiormente influenzato David Foster Wallace rispose: «C’è tutto il gruppo dei ‘grossi maschi bianchi’. Mi pare che siamo in cinque o sei sotto la quarantina, bianchi, alti un metro e ottanta o più e con gli occhiali», ma «lo scrittore con cui sono più fissato al momento è George Saunders». Nel 1996 era da poco uscita la prima raccolta di racconti CivilWarLand in Bad Decline. A distanza di quasi venti anni, la lettura dell’ultimo libro di Saunders ha prodotto lo stesso effetto di ‘fissazione’, quasi un esercizio di ipnosi.

Dieci dicembre (trad. Cristina Mennella, minimum fax 2013) comprende dieci racconti eterogenei per struttura e stile, in cui si alternano diverse voci narranti, talvolta nella stessa pagina, con il risultato di una esplosione di punti vista: dal malato terminale che tenta il suicidio, al ragazzino che assiste al quasi stupro dell’amica d’infanzia e attende a intervenire; dal ritorno in Patria di un militare con evidenti squilibri post-traumatici, ai medici di un laboratorio con cavie umane che cercano una cura per regolare gli eccessi dei sentimenti. Saunders riesce a dare atto di questo prospettivismo attraverso una scrittura fortemente dialogica e plurilinguistica, lasciando che la contraddizione si scateni dall’incontro e dalla sovrapposizione di voci diverse. Anche i racconti che prevedono una sola voce monologante mettono in scena un io scisso, che dialoga con molteplici sé e proiezioni dell’altro. Questo dialogismo è realizzato anche ponendo in contrasto storia narrata e stile, come nei racconti Le ragazze Semplica o Esortazione, nei quali un contenuto emotivo problematico è costretto in un linguaggio algido e burocratico, con un effetto comico straniante, ma anche commovente ogni qual volta l’elemento umano eccede la barriera linguistica creata:

Nota per generazioni future: a volte, nostri tempi, famiglie entrano periodo buio. Famiglia crede: siamo sfigati, sbagliamo sempre tutto. Genitori litigano tutto volume, si incolpano a vicenda situazione disastrosa. Papà tira calcio parete, buca parete accanto frigorifero, famiglia salta pranzo. Tensione troppo alta per sedere tutti a stessa tavola. Così insopportabile. Così uno (padre) dubita valore intera impresa, cioè, così padre (me) si chiede se esseri umani non vivrebbero meglio da soli, per conto loro, nei boschi, ognuno per cavoli suoi, senza volere bene nessuno. (p. 140)

Dinnanzi a queste realtà plurime in cui l’esperienza umana viene declinata a strappi, in situazioni spesso assurde, grottesche o futuristiche, seppur con una narrazione tendenzialmente realistica e mimetica, su cosa si fissa la nostra attenzione?

Vite dal sottosuolo

Le esistenze che Saunders propone come campionario dei possibili appartengono alla specie delle vite secondarie, rese tali da una duplice marginalità: psicologica e geografica. Impiantati in piccole città dell’America che non valgono neanche il nome proprio, i personaggi si confrontano con l’irrilevanza delle proprie esistenze di provincia alle prese con il desiderio di riconoscimento sociale, il senso di schiacciante inferiorità rispetto agli altri, vincenti, e la difficoltà di aderire a un atto di responsabilità. Quest’ultimo è il caso di Kyle Botte, in Giro d’onore; un ragazzino che, nella serenità di un pomeriggio libero della presenza dei genitori, si trova inaspettatamente a scegliere se conservare il proprio angolo di tranquillità o compiere un gesto più grande di lui, che lo sovrasta:

Avevano giocato con i salatini al posto delle monete. Costruito ponticelli con i sassi. Giù al ruscello. Quando erano piccoli. Oddio. Aveva fatto male a uscire fuori. Appena se ne andavano sarebbe tornato dentro, avrebbe fatto finta di non essere mai uscito, avrebbe costruito il plastico del paesino con la stazione, si sarebbe fatto trovare così da papà e mamma. E quando alla fine qualcuno gli avrebbe detto quello che era successo? Avrebbe fatto una certa faccia. Se la sentiva già in faccia la faccia che avrebbe fatto, della serie: Come? Alison? Violentata? Uccisa? Oddio. Violentata e uccisa mentre io costruivo innocentemente il mio plastico, seduto per terra a gambe incrociate, ignaro di tutto. (pp. 23-24)

La dialettica tra senso del dovere e conservazione personale è uno dei fili che tiene assieme questi racconti e che viene declinata in molteplici prospettive: quella di Kyle Botte è una coscienza scissa, come tante se ne incontrano in Dieci dicembre. Un esempio, forse il più vischioso e sotterraneo, è Al, protagonista eponimo del racconto Al Roosten. Come un dostoevskiano uomo del sottosuolo moderno, Al è un esempio di rabbia impotente alimentata della volontà di rivalsa sociale nei confronti di Larry Donfrey, suo coetaneo, che, a parte il ruolo di industriale del paese, con Al non condivide nulla. Ed è in questa mancanza di contatto che la coscienza si scinde e instaura un doppio legame. Da un lato si innesta una volontà di potenza e dall’altro il desiderio di essere incluso e riconosciuto: «Temo di averti sottovalutato, avrebbe detto Donfrey. Devi assolutamente venirci a trovare» (p. 93). Questo dialogo, ovviamente, non accade se non nella mente del protagonista: è una proiezione di un io risentito, frustrato, che incapace di fronteggiare i “simili” dirigerà il proprio rancore sui deboli – esseri umiliati dalla propria condizione sociale e perciò emarginati, come lui:

«Restò lì per un minuto, fece un respiro profondo.
Un vecchio coi vestiti luridi arrivò barcollando lungo la strada, trascinando un pezzo di cartone sui cui, poco ma sicuro, aveva dormito. Aveva i denti schifosi, gli occhi umidi e arrossati. Roosten immaginò di scendere al volo dalla macchina, sbatterlo a terra, riempirlo di calci e dargli, in quel modo, una preziosa lezione di comportamento.
L’uomo gli fece un debole sorriso e Roosten gli fece un debole sorriso» (p. 98)

Questo passo mostra con chiarezza il movimento di costante oscillazione tra aggressività e ripensamento, in cui la sopraffazione volge in auto-umiliazione. Come Al Roosten, molti altri personaggi di Saunders rappresentano un ego infantile e narcisista: vite ordinarie, eppure così rabbiosamente bisognose di percepirsi come straordinarie.

Speciali e ordinari

Se lo chiede già all’inizio Alison, la ragazzina che apre la raccolta, con il suo monologo:

Ma lei era speciale? Si riteneva speciale? Oh questa poi! non lo sapeva. Nella storia del mondo, tante erano state più speciali di lei. [….] Lei, Alison, mica poteva competere con certi personaggi. Non ancora, quantomeno! (p. 11)

Quello che rende incredibilmente vividi i personaggi di Saunders è l’abilità con la quale in essi sono raffigurati i modi in cui possono coesistere, creando conflitto, una personalità egocentrica, a tratti teneramente megalomane, e il riconoscimento empatico dell’altro. Non si tratta dunque di semplice individualismo, ma il necessario rapporto con l’altro, centrale in questa raccolta, è già inscritto nei caratteri che Saunders sceglie di descrivere: come il bambino, il narcisista è un soggetto fragile, necessita degli altri, dipende dalla loro stima e dalla loro accettazione. Per questo, spesso, alcuni personaggi sono mostrati mentre affrontano una svolta minima ma per essi determinante in quanto comporta una ferita narcisistica, uno scontro con la realtà che prevede una rivalutazione delle proprie aspettative sulla vita o su se stessi. Lo scarto può scaturire tanto da un evento potenzialmente traumatico (Giro d’onore, Dieci dicembre) quanto da un banale gesto quotidiano (Al Roosten, Fiasco cavalleresco, Casa) di cui sono lasciate intravedere le tragiche conseguenze. Tuttavia Saunders non lascia quasi mai che la violenza si manifesti esplicitamente sconvolgendo il flusso ordinario delle cose: essa esiste sempre nello sfondo, dietro ogni atto umano, sfiorando le vite dei personaggi come una rivelazione momentanea o una prova.
È a partire da questa frattura che Saunders sviluppa un discorso problematico sulla contraddizione esistente tra dimensione individuale ed empatia collettiva. Da un lato infatti è mostrata la fallacia di qualunque norma superegotica rigidamente introiettata, di qualunque visione del mondo personale che pretenda di stabilire categorie di valore universali nelle quali far rientrare gli individui (Kyle Boot in Giro d’onore, Marie ne Il cagnolino, Ted in Fiasco Cavalleresco). Dall’altro, invece, la possibilità, partendo proprio dalla stessa esperienza individuale,  di riconoscere il desiderio e il diritto dell’altro e trovare una imperfetta forma di solidarietà umana (Dieci dicembre, Fuga dall’Aracnotesta, o, in modo più problematico Le ragazze Semplica).

L’umano nell’uomo

A parte gli scherzi! La vita era bella o spaventosa? La gente era buona o cattiva? Da un lato avevi quel filmato coi corpi pallidi e scheletrici ammucchiati dalle ruspe davanti a certe tedescone che guardavano impassibili masticando chewing-gum. Dall’altro i contadini che rimanevano in piedi fino a tardi a riempire sacchetti di sabbia contro le inondazioni, anche se le loro case stavano in collina. (p. 13)

Si domanda, sempre Alison, nel primo racconto.
Questo interrogativo potremmo definirlo il leitmotiv della raccolta. E poco importa se a porlo è lo sguardo ingenuo dell’adolescente o quello navigato e disincantato dell’adulto. Più che le risposte, ciò che a Saunders sembra interessare sono la narrazione dei meccanismi del dubbio e le conseguenze che si ripercuotono nella psiche e nelle azioni dei personaggi. Così viene descritto un pezzo di umanità in una provincia qualsiasi d’America: esseri indifferenti o partecipi, rancorosi o incapaci di trovare un linguaggio condiviso, spietati o melancolici, ambiziosi o umili. Che siano calati nella dimensione fantascientifica o nella micro-fisica dei problemi quotidiani e ordinari, l’indifferenza e il rifiuto dell’altro, come l’accettazione, rappresentano in Saunders due forme ugualmente possibili, ugualmente umane. La stessa forma narrativa scelta da Saunders, che usi una focalizzazione interna o un effetto di straniamento, porta a sospendere un giudizio netto, a simpatizzare momentaneamente con la fragilità esibita di ogni personaggio.
Gli esseri umani sono imperfetti, difettosi come i sentimenti dei ragazzi-cavia del Microloboratorio 2 in cui si cerca di ‘aggiustarli’ attraverso iniezioni di flebo.
E forse la risposta consiste proprio nell’accettare questa imperfezione, questa ambigua debolezza che, in definitiva, rende necessaria la Cura dell’altro:

Perché non doveva dire o fare cose assurde, o essere strano o disgustoso? Perché non doveva sbrodolarsi le gambe di merda? Perché i suoi cari non dovevano sollevarlo e piegarlo e imboccarlo e pulirlo, se lui sarebbe stato ben contento di fare altrettanto per loro? Aveva avuto paura che sarebbe stata un’umiliazione farsi sollevare, piegare le gambe, imboccare e pulire e quella paura non gli era passata, ma adesso capiva che nel suo futuro potevano esserci ancora molte… molte gocce di bontà, così gli veniva da chiamarle – molte gocce di lieta… di buona fratellanza, e queste gocce di fratellanza lui non aveva il diritto – non lo aveva mai avuto – di negarle. (p. 220)

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