Il passato non muore mai /1. Alcune rappresentazioni dei non morti nelle serie tv contemporanee

Parte I. Gli Erranti

di Chiara Impellizzeri

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The Walking Dead, 1×01

Dalla notte dei tempi leggende e racconti fantastici dell’orrore propongono figure ‘archetipiche’ che danno corpo a fobie e ossessioni di un ‘inconscio collettivo’. Attraverso varianti più o meno significative ritroviamo figure quali demoni, streghe, spettri, all’interno di culture molto distanti tra di loro nel tempo e nello spazio. Generalmente l’orrore è ciò che scaturisce dal rovesciamento di una norma sociale o scientifico-razionale: le deformità, le malattie, la violenza, il paranormale, sono le forme attraverso le quali si declina il terrore per ciò che eccede e minaccia la razionalità, la quotidianità e il patto sociale.
Tra tutti, il mito ripreso forse con maggiore successo nella cultura pop contemporanea è quello del morto vivente, che ritroviamo copiosamente in letteratura, al cinema, nei fumetti, nei videogames.

In occidente i morti viventi sono stati consacrati dalla tetralogia capolavoro di G. A. Romero, il cui secondo film, Dawn of the Dead, venne diffuso internazionalmente con il titolo Zombi; una traduzione che ha contribuito a creare una certa confusione tra due declinazioni differenti dello stesso motivo.
Il termine ‘zombie’ infatti sembra appartenere alla ritualità vuduista ed è stato introdotto nella cultura popolare anglosassone dal libro The magic island di W. B. Seabrook (1929), reporter e ‘occultista’ di dubbia credibilità. Secondo Seabrook, gli sciamani di Haiti avevano il potere di rubare una parte dell’anima delle persone, riducendoli in uno stato di letargia e abulia, per poi risvegliarli da morti e controllarli come schiavi. Pochi sono i film che hanno rappresentato questa versione del mito del non morto, uno dei primi fu White Zombie (1932) di Victor Halperin con Bela Lugosi. Nel film, ambientato ad Haiti, un ricco proprietario terriero rapisce la donna amata al suo legittimo sposo e la tramuta in zombie con l’aiuto di uno stregone locale, per scoprire tuttavia che la nuova creatura servente non possiede nulla della vitalità che l’aveva fatto innamorare di lei.

I living deads del cinema di Romero, che pur cita il vuduismo, sembrano però afferire a una tradizione culturale più prossima. Senza cercare qui di ricostruire seriamente una filologia delle creazioni romeriane, possiamo comunque notare che essi mostrano delle vicinanze piuttosto con il Wiedergänger o il Dragur (figure della mitologia tedesca e norrena a metà tra il morto vivente e il fantasma, il cui nome significa letteralmente “colui che cammina di nuovo”), ma soprattutto con il gouhl, un demone della cultura araba, di cui H. P. Lovecraft rimaneggiò la leggenda, facendone un equivalente del contemporaneo non morto cannibale. Tuttavia l’originalità di Romero rispetto ai suoi predecessori cinematografici risiede nella scelta di privare il mito della sua patina di esotismo e inserirlo all’interno della cultura moderna e della religione cristiana occidentale. Il mondo post-apocalittico infestato da morti viventi infatti è il mondo contemporaneo delle grandi masse di individui, fatto di metropoli o cittadine provinciali, in una rappresentazione ironica e maledetta della profezia cristiana sulla resurrezione dei corpi: «Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra».

In questo modo il morto vivente condensa una simbologia complessa. Se principalmente  la sua figura rappresenta il sovvertimento abominevole del ciclo della vita e di conseguenza si fa immagine del passato che torna a tormentare il presente, al contempo rappresenta anche l’orrore dell’uomo ridotto all’unico egoistico scopo della cieca sopravvivenza, diventando il simbolo di una certa sfiducia contemporanea verso le narrazioni consolatorie della religione e una critica dell’abbrutimento umano nella società di massa. Romero stesso ne fa uno strumento di satira sociale (tra tutte ricordiamo la famosissima scena dell’attacco al centro commerciale) paragonando i comportamenti degli zombie ai gesti instupiditi del consumatore compulsivo. Una serie recente, Dead Set, diretta da Charlie Brooker, rielabora questa intuizione satirica, inscenando un’apocalisse zombie nella quale gli ultimi sopravvissuti sono i membri della casa del Grande Fratello.

Alcune serie contemporanee tuttavia sembra abbiano cominciato a discostarsi dalla rappresentazione tradizionale del ‘morto vivente’, reinventandone il mito e ‘quotidianizzandolo’, incentrando così il discorso, oltre che sulla critica sociale, sul complesso rapporto dell’uomo con la memoria risorgente del passato. Questa mia prima analisi prende di mira proprio questo aspetto simbolico della reinvenzione della figura del non morto e le sue declinazioni nel contesto tecnologico e culturale contemporaneo.

Per farlo ho scelto quattro esempi rappresentativi, molto diversi tra di loro tanto nella declinazione del tema quanto nella forma seriale: Walking Dead, serie americana targata AMC, arrivata adesso alla quarta stagione; Les revenants, serie francese di Canal+ ancora alla prima stagione; Be right back, la prima puntata della seconda stagione di Black Mirror, miniserie britannica ad episodi autoconclusivi; In the flesh, serie britannica al momento ferma ad una prima stagione di tre episodi. Si tratta in ogni caso di prodotti televisivi di livello medio-alto, in grado di riscuotere un discreto successo di pubblico. Uso Walking Dead come pietra di paragone di ciò che è una narrazione estremamente tradizionale sul tema e che proprio per questo si pone, nella riflessione sulla memoria del passato, a difesa di una necessaria elaborazione del lutto quando non di una vera e propria rimozione. Gli altri tre casi invece reinventano la figura del non morto e riescono quindi a rovesciare il discorso tra attualità e memoria: Les Revenants pone una situazione che rende sostanzialmente inservibili le categorie tradizionali di lutto e melancolia, Be right back tratta una forma di melancolia propria del nostro tempo, e In the flesh inserisce infine scandalosamente il discorso dell’Altro, ponendo come protagonista un non morto tormentato dai ricordi traumatici del suo passato.

The Walking Dead (2010- in corso) è una popolarissima serie tv della AMC scritta da Frank Darabont, regista hollywoodiano di enorme successo, già avvezzo ai temi del perturbante (tra le altre cose, ha diretto Le ali della libertà, Il miglio verde, e The mist tratti dai romanzi di Stephen King). La serie è basata sull’omonimo fumetto di Robert Kirkman, Tony Moore e Charlie Adlar. All’interno del genere delle zombie stories The Walking Dead presenta una narrazione molto tradizionale, riprendendo coscientemente numerosi motivi narrativi; ragione per la quale le considerazioni sulla figura dei non morti in rapporto a questo telefilm sono più o meno le stesse che si potrebbero sostenere per numerosissime altre serie tv o lungometraggi del genere.

La trama ha per protagonista Rick Grimes vicesceriffo di una cittadina americana che, risvegliatosi miracolosamente illeso da un coma durato mesi, si ritrova in un mondo post apocalittico nel quale un virus non meglio identificato ha trasformato la maggior parte dell’umanità in zombie. Con l’aiuto provvidenziale di un altro umano riuscirà a salvarsi e partire alla ricerca della sua famiglia, diventando il leader di una piccola comunità di sopravvissuti solidali nella resistenza ai non morti.

L’America di The Walking Dead è innanzitutto un’America nella quale non sono mai esistite narrazioni sugli zombie. I termini stessi ‘zombie’ o living dead’, che potrebbero strizzare l’occhio a quella cultura, non vengono mai usati, anzi, la serie costruisce una vera e propria enciclopedia di nomi alternativi e inediti, tra i quali i più usati sono appunto «walkers» o «roamers», gli Erranti. Il nome  identifica subito la loro qualità principale, ovvero quello di essere, come i Wiedergänger, morti che camminano di nuovo: come da tradizione, il virus che li ha uccisi ha risvegliato in loro solo le funzioni primarie e i loro corpi si trascinano alla cieca in cerca di nutrizione. Nel loro vagare senza meta è condensata l’assenza di qualunque progettualità umana che non sia la ripetizione dell’unica funzione rimasta. Gli Erranti si nutrono della carne dei viventi, soprattutto se umani, e il loro morso trasmette l’infezione: rappresentano quindi un passato che ‘non vuole finire’ e mortifica la vita per sopravvivere parassitariamente ai suoi danni.

Tuttavia, se pensiamo ai vampiri, che posseggono un’analoga carica simbolica, la differenza tra le due forme di ‘non morto’ è sostanziale. I vampiri infatti sono spesso, soprattutto nella filmografia contemporanea, associati a un tratto erotico-seduttivo molto marcato: sono esteticamente affascinanti, quando non bellissimi, e usano questa qualità per attrarre le loro vittime. Il momento del morso al collo è carico di una fortissima tensione erotica che culmina in uno svenimento sensuale sconfinante con l’abbandono dell’orgasmo. Nel mondo dei vampiri il desiderio, il sesso e perfino l’amore -seppure trasgressivo, libertino e stigmatizzato come demoniaco- sono possibili, ed è possibile il racconto di un essere umano che voglia trasformarsi in vampiro: l’esempio recente di più grande successo commerciale è la saga di Twilight. Il vampiro possiede ancora intelligenza e sentimenti e permette la costituzione di una struttura sociale, seppure precaria. Si pensi a un telefilm come Buffy, o ancora ai vampiri ‘vegetariani’ di True Blood, seppure l’antesignano del genere è forse il romanzo di Matheson, Io sono leggenda. Nei vampiri il carattere perturbante, l’Unheimlich, è più forte perché più forte il legame con l’elemento ancora umano: l’eterno binomio di eros e thanatos, attrazione e repulsioni inscindibilmente legati.

Al contrario l’orrore dei morti viventi è totalmente esteriorizzato. Il loro aspetto è deforme e ripugnante, ne è mostrata la carne in brandelli o in cancrena; il loro morso, tutt’altro che erotico, è fonte di scene splatter piene di urla scomposte, grugniti e fiumi di sangue. Si materializza in loro l’osceno, ovvero ciò che letteralmente deve trovarsi fuori dalla vista umana, coperto in questo caso dal rivestimento del corpo o del sepolcro; sono specchio della decadenza materiale che nessun umano può desiderare ma alla quale è destinato dopo la morte. Paragonati ai vampiri, che sono un possibile oggetto di desiderio, i non morti di The Walking Dead sono- riutilizzando una categoria di J. Kristeva- l’abietto, cioè l’oggetto di un totale rifiuto da parte del soggetto:

Dell’oggetto l’abietto ha una sola qualità: si oppone a io. Ma se l’oggetto opponendosi mi equilibra nella fragile trama di un desiderio di senso che di fatto mi omologa a sé indefinitamente, infinitamente, l’abietto invece oggetto caduto è radicalmente un escluso e mi trae dove il senso sprofonda.

(J. Kristeva, Poteri dell’orrore: Saggio sull’abiezione, Milano, Spirali, 1981, pp. 4-5)

Detto in altri termini non è possibile- almeno non al momento in una serie tv concepita per un grande pubblico- la storia di un umano talmente sadomasochista da desiderare di unirsi alla massa dei non morti.  Qualora ciò accadesse questo rappresenterebbe per lo spettatore un orrore assolutamente insensato verso il quale è impossibile provare una proiezione empatica.

I walkers rappresentano quindi, come i living deads di Romero, la paura umana per l’impulso primordiale assolutamente individualista. In assenza di quella vita affettiva o del solo desiderio erotico che muoverebbe le dinamiche relazionali basilari, essi costituiscono l’anti-civiltà per antonomasia. Per questo da sempre i non morti sono uno stratagemma narrativo utile per descrivere un mondo sprofondato nel caos, nel quale per salvare l’umanità è necessario ricreare un elemento sociale e civile, o al contrario nel quale gli esseri umani sopravvissuti si comportano con crudeltà analoga a quella degli zombi.

Proprio perché in The walking Dead il carattere assolutamente repulsivo degli zombie contiene implicitamente un giudizio di valore, è possibile la costituzione di una netta dicotomia etica tra umani e non morti, tra civiltà giusta e disordine individualista: «In questo mondo non ci sono più neri o bianchi: ci siamo solo noi e loro», dice nella prima puntata Rick allo pseudo-nazi Merle. Appunto la straordinarietà della situazione permette la gestione di un personaggio eroico sostanzialmente positivo come Rick Grimes. Lo sceriffo si pone da subito come detentore dell’ordine etico morale ed è significativo che seppur attraversi momenti di crisi dopo una perdita dolorosa (come del resto avviene per qualunque ‘supereroe’ della tradizione americana) diventando perfino arrogante e aggressivo, finirà con il redimersi e accettare il lutto grazie all’esempio di civiltà datogli dalla morte di un altro personaggio. Allo stesso modo nella serie non mancano soggetti umani portatori di valori ‘negativi’, prevaricatori e individualisti, ma questi vengono sempre stigmatizzati e sconfitti (Merle, il governatore di Woodbury) oppure velocemente riscattati (Daryl Nixon). Tra Romero e Lost, molta parte di The Walking Dead, soprattutto verso la terza stagione, mostra sempre meno i morti viventi e pone l’attenzione sullo scontro con il tirannico governatore di Woodbury e sui tentativi del gruppo di Rick di sopravvivere all’anarchia o ai soprusi, ricreando una sorta di tribù civile con cacciatori, ricognitori, cuoche, lavandaie, insegnanti, soldati, in bilico tra la tecnologia contemporanea e la vita selvaggia.

Non vi è mai dunque un rapporto davvero ambiguo e sospeso con il male, il nemico interno è minimizzato e comunque a lungo andare sconfitto. In questo bisogna dire che la serie appare molto più convenzionale e ‘idealista’ rispetto al fumetto: basti pensare al racconto della perdita di innocenza di Carl, il giovanissimo figlio di Rick, che nel fumetto si trova costretto a uccidere per la prima volta un essere umano che gli è molto caro per poter difendere il padre, mentre nella serie ciò avviene quando l’umano è già morto e ritornato in vita come zombie.

L’esempio di Carl è perfetto per vedere come quanto detto si colleghi al problema della colpa: proprio perché in The Walking Dead nel non morto non c’è alcuna traccia di umanità, ucciderlo non comporta alcun senso di colpa, ed è totalmente diverso dall’uccidere un essere umano. Quando un prossimo diventa zombie, lo si sopprime sparandogli alla testa (per distruggere l’ultimo centro neuronale rimasto in vita). Compiendo questo gesto, i personaggi provano a volte dolore per quella che appare come una profanazione del corpo, ma questo dolore è simbolicamente catartico, poiché il gesto dell’uccisione del non morto segna l’attraversamento di una soglia e l’accettazione del lutto. Infatti, come da tradizione narrativa, chi resta schiacciato dal ricordo del vivo e non riesce per pietà a premere il grilletto, finisce con il lasciarsi sbranare dall’Errante.

Insomma, se i non morti sono l’archetipo di un passato esplicitamente minaccioso che non permette alla vita di continuare, i walkers raffigurano l’attaccamento a un oggetto del desiderio posto nel passato come qualcosa di assolutamente negativo, che è giusto e necessario sconfiggere. Mettono in scena la necessità di dimenticare, rimuovendo quanto prima il senso di colpa del sopravvissuto: altrimenti, potere della letteralizzazione della metafora, ‘il morto ci mangerà vivi’.

4 Comments Add yours

  1. ornitorinconano ha detto:

    Interessantissimo! Complimenti!

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