Diario da Atene – capitolo 6

di Anna Giulia della Puppa

Greek-police
Grecia, Polizia.

[Anna Giulia Della Puppa è nata a Trieste nel 1987. Si è laureata in Filologia romanza a Bologna, ha frequentato alcuni corsi presso la Scuola Holden, è laureanda in antropologia sociale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente si occupa soprattutto di antropologia dello spazio, dei disastri e del conflitto urbano. Al momento si trova ad Atene per svolgere ricerche sulle conseguenze socio-culturali della crisi economica in Grecia. Da ottobre 2012 404- File Not Found sta pubblicando alcune pagine tratte dal suo diario di campo. Potete leggere qui il prologo e i capitoli 1, 2, 3, 4, 5.]

Nell’estate del 2012 il governo greco ha dato il via all’operazione Xenios Zeus. Un vero e proprio rastrellamento di migranti irregolari nelle strade della capitale. Il ministro della giustizia Dendias ha dichiarato: «La nazione sta sparendo. È dai tempi delle invasioni doriche, 4000 anni fa, che il paese non affronta un’invasione di queste dimensioni. Questa è una bomba alle fondamenta della società e dello stato». Nel giugno di quest’anno Human Right Watch ha condannato la polizia greca ed il suo operato. Nonostante ciò l’atteggiamento delle forze dell’ordine nei confronti dei migrati non è diventato meno persecutorio.

21 ottobre 2013

Sotto il partenone. Proprio così. Sembra retorica invece è stato proprio così.
Tornavamo da un concerto a Petralona. La notte era dolce e tiepida, e abbiamo deciso di fare la strada fino a Exarchia a piedi. L’idea era di mangiare qualcosa, un souvlaki, e andare ad una festa a Gizi, nella vecchia casa di Lydia dove adesso stanno alcune sue amiche, o a bere qualcosa in quartiere.
Per tornare verso il centro da Petralona a piedi si deve superare Gazi, che ovviamente il sabato sera, verso le 23.00 è strapiena di gente, e percorrere il bel pezzo pedonale di odos Ermou che, buio, per far meglio risaltare le luci del partenone che la sovrastano, arriva fino alla stazione dell’ Elektriko di Thissio. Lì, dove comincia il traffico di Ermou, e dove si incrociano odos Adrianou, le strade che portano verso odos Pireos e quelle che si intricano dentro a Psirri, c’è una specie di piazzetta, che a quando mi risulta non ha nome, dove venditori ambulanti, migranti, vendono ogni tipo di cianfrusaglia, oltre che le classiche scarpe e borse false.
Arrivando da Gazi quella sera abbiamo visto molte luci azzurre da lontano e avvicinandoci oggetti vari abbandonati sul selciato. Proseguendo di qualche passo, abbiamo capito di trovarci in mezzo ad un’operazione di polizia.

Molte moto di deltades in passamontagna, diversi poliziotti in borghese e un continuo andirivieni di autopattuglie. I delta e altri poliziotti comuni trattenevano (fisicamente) i migranti, che mi sono parsi afghani e romanì per lo più, a gruppi di tre, e li facevano salire nelle autopattuglie a mano a mano che arrivavano. Ipotizzo che facessero avanti e indietro dalla centrale di odos Ralli, dove c’è il centro di identificazione e detenzione temporanea prima del carcere o del C.I.E. vero e proprio.
I poliziotti, soprattutto i delta, erano sovraeccitati.

Ci siamo fermati a guardare, all’angolo tra Ermou e Agion Asomaton.
Un gruppo di ragazzi sui 16/18 anni vicino a noi faceva battute idiote e interloquiva con la polizia in borghese.
Mi hanno colpita perché erano evidentemente colpiti anche loro da quello che stavano vedendo, ma sembravano essere più agitati dal folto schieramento di polizia che da quello che stava succedendo. Come se le persone lì, circondate, tenute per le braccia dai poliziotti mentre aspettavano di essere caricate nelle volanti che, poi, sarebbero sfrecciate via a sirena spiegata, non ci fossero. Fossero parte del decoro urbano.

Non mi è venuto da piangere. Ho provato quanto di più simile all’odio possa esistere, piuttosto. Ricordo una sensazione di calore che usciva dagli occhi. Le mascelle che si serravano per un fastidio diffuso, non collocabile nel corpo, né fuori.
Mi sono stretta molto forte al braccio di un amico.

Dopo qualche minuto è arrivato quello che aveva tutta l’aria di essere un dirigente. Camicia azzurra, cravatta sobria, giacca grigio scuro. Brizzolato sulla quarantacinquina. Ricetrasmittente in mano.
«Ragazzi, non avete di meglio da fare di sabato sera? Andate via e lasciateci lavorare.»
Alcuni agenti da lontano ci guardavano, pronti ad intervenire qualora non avessimo obbedito.

Quel «lasciateci lavorare» ce l’ho ancora in testa. La dice tutta sulla nostra società.  Una società in cui ‘lavorare’ è anche questa cosa qui.

Siamo andati via con una grande sensazione di impotenza. Siamo tornati a casa senza dire una parola.

Sui giornali, il giorno dopo, neppure una parola.

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