Abitare il passato: un’intervista a Deborah Willis

 di Claudia Crocco e Francesca Lorenzoni

Margarida Paiva, Every Story is Imperfect (Untlited II)
Margarida Paiva, Every Story is Imperfect (Untlited II)

Qualche mese fa abbiamo incontrato la scrittrice canadese Deborah Willis (1982), autrice di Vanishing and other stories (Harper Perennial 2009; in italiano Svanire, Del Vecchio 2013, traduzione a cura di A.Baldini e  P. del Zoppo). Le abbiamo fatto alcune domande, e la ringraziamo per avere trovato il tempo per risponderci. Pubblichiamo anche la versione originale dell’intervista, che è stata fatta in inglese, per richiesta dell’autrice. Di Svanire abbiamo già parlato qui

Una delle cose che ci ha colpite di più, leggendo Vanishing and other stories, è la struttura dei racconti. In ogni storia c’è sempre qualcosa come un “punto zero”, e poi si va avanti e indietro nel tempo, e di nuovo avanti e indietro. Questo porta a risultati molto interessanti. Ci stavamo chiedendo se per questo tipo di scrittura ti sei ispirata ad altri modelli, cioè ad altri scrittori.

Credo di essere stata ispirata da Alice Munro, che mi ha accompagnata molto nel tempo, quasi sempre. Al momento della scrittura di alcuni racconti in particolare, è possibile che io sia stata influenzata da altre cose che stavo leggendo in quel periodo, ma è difficile ora ricordare e dire esattamente da cosa. Penso anche che ci sia qualcosa come un flusso continuo nel mio modo di scrivere. Mi risulta sempre molto difficile scrivere partendo da un inizio e arrivando alla conclusione; per questo di solito inizio a scrivere partendo da metà, e prendo solo appunti. E allora scrivo qualcosa, poi scrivo quello che viene dopo, poi torno a quello che succede prima, e così via.

Prima hai fatto riferimento ad una scuola di scrittura. Ci chiedevamo se aver frequentato un corso di scrittura creativa possa avere influito. Voglio dire, ti è stato insegnato a scrivere procedendo nel modo che hai descritto?

No, non mi è stato insegnato a scrivere così. La verità è che non si può realmente insegnare un modo di scrivere. Il processo di scrittura è qualcosa che decidi quando lo fai, e lo decidi da sola. Credo che il mio sia un po’ caotico. Costruisco storie mentalmente, mentre le scrivo, e poi vengono fuori, e a un certo punto mi sembra di sentire una struttura. Sì, è questo quello che faccio, piuttosto che scrivere dall’inizio alla fine.

Molti dei tuoi racconti sono ambientati nel passato. C’è un motivo particolare per cui hai fatto questa scelta?

In realtà qualcuna è più vicina a noi, temporalmente… Però sì, hai ragione, in larga parte è così. Effettivamente sorprende anche me, se ci penso ora. Penso che la maggior parte sia ambientata nel periodo in cui sono cresciuta.

Cioè negli anni Ottanta e Novanta?

Negli anni Novanta, sì.

Però almeno qualcuno (sto pensando a La fiancée) è chiaramente collocato in un periodo precedente. Credi sia possibile un’influenza di Alice Munro per la scelta della dimensione temporale?

È possibile che alcuni dei miei modelli abbiano influito, sì. E poi ero molto interessata al passato di mia madre, volevo scrivere del periodo in cui è cresciuta lei. Per questo un paio di storie riguardano quel periodo… Ad esempio la prima, e poi La fiancée. Ecco, quella non è esattamente su mia madre, ma è vero che lei ha viaggiato da Est a Ovest per insegnare francese. Credo di aver provato ad abitare il suo passato, almeno un po’. Capisci cosa intendo?

Sì, certo.
Quali sono stati altri autori che hai preso a modello, che hanno significato qualcosa per te? Anche non americani, voglio dire.

Ecco, c’è una scrittrice canadese che si chiama Mavis Gallant. Lei ha ispirato molto quel racconto, La Fiancée. Non so se sia stata tradotta in italiano, purtroppo.

Il tuo libro è intitolato Svanire (Vanishing in inglese). In realtà, leggendo, si ha l’impressione che le tue storie riguardino non tanto chi lascia un luogo, quanto piuttosto chi ci rimane. Sembra che il punto centrale sia come l’assenza è presente nelle nostre vite. Sei d’accordo? E stai ancora lavorando su questo?

Sì, è vero. Cerco di non lavorare più su questo, e in realtà poi finisco col farlo comunque. Ogni tanto mi chiedo perché, ma è difficile da dire. Ad ogni modo, sto cercando di spostarmi su qualcos’altro ora.

Tutti sanno cosa vuol dire vivere un’assenza: è qualcosa che riguarda tutti, per questo ci è piaciuto così tanto il tuo libro. Ognuno la sperimenta in modi diversi, ma la dinamica rimane costante: una scomparsa, poi un vuoto. Qualcuno o qualcosa smette di far parte della nostra vita, e noi proviamo dolore per questo.

Sì, è un tema universale. In realtà è successo che l’editore ha suggerito il tema, e io non mi ero accorta che, in effetti, stavo già scrivendo di quello. È stata una sorpresa. Da quando il libro è stato pubblicato, non ho smesso di stupirmi di come le persone lo leggono, di come si rapportano all’assenza. Mi piace, è molto bello sentire cose, interpretazioni come questa.

Leggendo Svanire, può sembrare che ci sia una sorta di compensazione dell’assenza attraverso l’azione di raccontare storie. Ad esempio, accade nel racconto intitolato Affidarsi. C’è una ragazza che fa ritorno, e probabilmente ha avuto un evento traumatico. Non vuole parlarne, però. Piuttosto, vuole che il padre le racconti del suo passato. Questo sembra rivelare una grande fiducia nel potere del racconto.

Stavo giusto parlando di questo con una persona. C’era questa scrittrice, a Verona, si chiama Susanna Bissoli. Lei mi ha raccontato di aver provato a sfruttare il potere del racconto, radunando molte donne insieme. Sono tutte donne che hanno avuto un trauma, ad esempio immigrate. Si riuniscono in una stanza, e raccontano storie. È fantastico, no? Devi empatizzare con le storie, non puoi giudicarle e basta, ne sei coinvolto. E penso che questo, cioè raccontare, porti le persone ad essere più vicine fra loro.

Durante la presentazione di Svanire, hai fatto riferimento alle tue poesie. Scrivevi anche in versi, dunque, molto tempo fa. Quei testi riguardavano lo stesso tema, cioè l’assenza?

Beh, ero così giovane, quando scrivevo poesie…

Quanto giovane?

Avevo diciannove o vent’anni, circa. Alcune poesie hanno decisamente lo stesso tema, sì, perché stavo iniziando a scrivere racconti in quello stesso periodo.

Cosa è venuto prima? Mi viene da dire la poesia, non so perché.

Sì, la poesia. Penso mi sia stato utile per scrivere racconti: quando ti esprimi in versi, devi essere molto precisa e sintetica nell’uso e nella scelta delle parole. Questo aiuta per la scrittura dei racconti: non dico che devi rendere la lingua il più essenziale e stringata possibile… ma ti aiuta a tenere solo quello che è necessario. Ma anche voi scrivete?

Qualcuno di noi, sì. Ma ora non scrivi più in versi?

Adesso no, non mi sento più del tutto a mio agio con quel tipo di scrittura.

Capisco. E ora ci sono i tuoi racconti. Quale sarà il tuo prossimo lavoro?

I miei prossimi racconti… Li sto scrivendo ora, spero siano finiti entro la fine dell’anno.

Hai già un accordo con una casa editrice?

Sì, più o meno. Ho quello che è chiamato “right of first refusal“, e spero che andrà tutto bene. Ma succederà, abbiamo un buon rapporto.

È un editore canadese?

Sì, è canadese. Si chiama Penguin (Canada).

E per quanto riguarda la pubblicazione negli USA?

Negli Stati Uniti ho un altro editore, certo (Harper Perennial). E, se tutto va bene… voglio dire, sarebbe bellissimo se mi ripubblicasse ancora quello con cui è uscito Svanire. Sì, spero succeda.

Capisco. Bene, ora vorrei chiederti qualcosa che – ne sono certa – ti è stato già chiesto moltissime volte: qual è il tuo libro preferito?

Il mio libro preferito? Oh, questa è una domanda difficile. Vediamo… Direi Il Grande Gatsby. Amo quel tipo di romanzo.

Recentemente è stato fatto un film basato su quel libro. Lo hai visto, lo vedrai?

Non l’ho ancora visto… Non so se ce la posso fare. Ma vedremo.

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One of the things we were most impressed by in Vanishing and other stories was the structure. In your stories there’s something like a “point zero”, and then you go back and forward, back and forward again. This may generate interesting results. We were wondering if you were inspired by someone – yes, I mean other writers.

I think I was inspired by Alice Munro, who plays around in time a lot. Individual stories were inspired by other things I was reading at that time, but it’s hard for me to remember exactly what it was. I also believe it comes from a sort of a flow in my way of writing: I find very difficult to write from beginning to end, so I usually try starting in the middle, and I just take notes. Then I write one thing, and than another one that comes before that.

You mentioned that you attended a school of creative writing. We were wondering if this is somehow connected to what you’ve just described. I mean, were you taught to write proceeding this way?

No I wasn’t taught to write that way something. The way you write can’t be really taught. The actual process of writing is something you decide on your own. I have a sort of chaotic process, I guess. And I build stories in my mind as I’m going and than it comes out and I think I feel like a structure. This is what I do, instead of writing straight from beginning to end.

Some of your stories take place in the past. Is there a reason why you made this choice?

Actually some of them are more contemporary. But you’re right, mostly.  This surprises me too, now, if I think about it. I think some of them take place in the period I grew up in.

That is in the eighties or nineties?

Nineties, yeah.

Some of them clearly take place in the past, though. Perhaps you were influenced by Alice Munro also for the chronological aspect…?

I think part of it was because of my models, yes. And I was really kind of interested in writing about my mum’s past, that is to say the period in which she grew up. A couple of stories – the first one and another one, The Fiancée – … well, it’s not about my mum, but she did travel from the East to the West to teach French and so I also tried to … inhabit her life a little bit. Do you see what I mean?

Yes, that makes sense. And would you mention any other writer who’s been a model to you, who represented something to look to? I mean, not only or not necessarily American authors.

Actually a Canadian writer named Mavis Gallant was really a model. She may not be translated here, I think. She inspired that story a lot (I mean The Fiancée) .

Your book is called Vanishing. Nonetheless, your stories are not really about people who leave, but more about those who remains. I would say the real issue is absence in our life, maybe. Do you agree? And are you still working on this, or do you think you’re done with it?

I’m trying not to work on it. And then, sometimes, I end up writing about it anyway. I kind of wonder why I keep going back to it, I’m not totally sure, but… yes,  I’m trying to move on.

We are all familiar with absence, that’s why we liked your book so much. Everybody knows absence in different ways, but it’s always the same: vanishing and then absence. Somebody or something disappears in our life and then we experience grief.

Yes, it’s a universal theme. Actually the editor suggested the theme and I hadn’t realised that I was writing about it. I was really surprised, and I’ve been surprised all the way along since the book was published how people really relate to it. It’s actually kind of amazing to hear things like that.

Reading Vanishing, one may have the impression that there is a kind of compensation for the absence throughout the act of storytelling. This happens in a story called Rely, for example. The girl who comes back probably had a trauma or something in her life. She doesn’t want to talk about it, though. She’d rather have her father tell her about his past. I see a great faith in the power of telling stories in this. Do you see what I mean?

I was just talking with someone about that. There was a writer in Verona, her name’s Susanna Bissoli. She told me she tries to make the storytelling healing, getting a group of women in a room. They’re all women who had a trauma, sometimes they are immigrates from other places for examples. They sit in a room and they tell stories. I mean, it’s amazing: you have to empathize with the stories, you can’t judge it anyway, you get involved in it. I think this brings people closer together, telling stories.

You said that you used to write poems as well, a long time ago. Do they have the same subject? I mean, are they focused on absence as well?

Well, I was so young when I was writing them ….

How young?

Like nineteen-twenty. Some of them have definitely the same theme, because I was starting to write stories at the same time.

What came first? Poetry, I’d say.

Yes, poetry. I think that was helpful for writing stories, because you have to be so concise, so precise in your language. This helps for writing stories: it makes you keep language not as short as possible…but only keeping what is necessary. But do you write as well?

Well… some of us do.  Anyway, you don’t do poetry anymore.

Poetry? No, I don’t feel comfortable with it anymore.

Yes, you mentioned that. Well, now there are your stories. What about your next work?

My next stories… I’m writing them now and hopefully I’ll be done, if I’ll manage, at the end of this year.

Do you have a publisher, a publishing house already?

I do, I sort of. I have what they call “right of first refusal“, and hopefully I will make that. We have a good relationship.

Is your publishing house Canadian or?

Yes, Canadian. It’s Penguin Canada.

What about the US?

I publish in the US with a different publisher, of course publisher (Harper Perennial),  and hopefully.. I mean, I would love if theyx publish me again, that would be really amazing.

I see. Well, now I would like to ask you something that I’m pretty sure you’ve been already asked a lot of times: what’s your favorite book?

My favorite book? Oh that’s a hard one! I think the Great Gatsby. I love that sort of novel.

Will you watch the movie?

I don’t know if I can do that… We’ll see.

 

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