Se dici Novembre

di Rita Cantalino

16nov

[Riprendiamo oggi un articolo già apparso su Errecinque, il blog dell’autrice, all’indomani della manifestazione napoletana del movimento #fiumeinpiena che il sedici novembre ha percorso le strade della città protestando contro il biocidio e la devastazione ambientale dei territori. Sabato scorso ne avevamo già discusso qui.]

Se dici novembre poi tutte le altre parole non bastano. Diventa complessissimo dire tutto quello che ci sarebbe da dire, trovare parole, formule, frasi, uscire dalle retoriche dell’occasione, dare forma a qualcosa che nemmeno so se ho capito bene ancora o no.

Intanto, penso al biocidio. Come ogni volta che leggo da qualche parte, o qualcuno pronuncia, la parola “stop”, da due mesi a questa parte.

Questa parola è entrata nella mia vita in maniera irruenta e da allora niente è stato più come prima. Perché io non mi vergogno di dire che fino all’altro ieri su quella barricata non ci stavo e mo ci voglio stare. Perché non può essere motivo di vergogna riconoscere un errore, una superficialità, e porvi rimedio. Perché non può essere motivo di vergogna se accade in maniera naturale.

Ed in maniera naturale è accaduto, perché grazie al clamore mediatico sollevato dalle famose dichiarazioni di Schiavone ho capito cosa c’era al di là del mio naso e ho letto, studiato, cercato, ascoltato, e poi all’improvviso non parlavo d’altro, e non parlavo d’altro quel pomeriggio in cui mi volevano far parlare di difesa della Costituzione e gli ho detto che qua dobbiamo rilanciare, altro che difendere: che qua ci stanno ammazzando e se continuiamo a difendere le carte finisce che ci dimentichiamo come si attacca.

Non lo avrei immaginato, certo, che un intervento qualunque di una studentessa qualunque in un convegno qualunque l’avrebbe portata a quel tappeto di ombrelli che ancora ho davanti con gli occhi lucidi e che però ho visto solo in foto perché sono troppo bassa e ogni volta, per sapere della lunghezza dei cortei, mi devo fidare.
Però così è stato.

Un vortice: una proposta a linee molto larghe, l’ho accettata senza nemmeno dargli troppo peso. Quando fai quello che faccio io nella vita, e qualcuno viene a proporti una mobilitazione, prima accetti e poi capisci di che si parla. Questo sempre detto con le pinze, che qua i critici so’ assai e una frase del genere è tipo un invito a nozze.
Comunque, accettai e ora sto qua a cercare un modo per descrivere il fiume in piena che veramente ha travolto gli ultimi mesi della mia vita. E mi vengono in mente specifiche parole, e specifiche facce.

“Biocidio”, intanto. La battaglia delle battaglie, il mostro contro il quale ho combattuto in pubblico e in privato nell’ultimo mese, che è riuscito ad imporsi nella mia vita nella sfera intima e familiare ed in quella politica e pubblica contemporaneamente, ironia della sorte. Il biocidio che si combatte in tutte quelle assemblee e con tutte quelle discussioni e al secondo piano di quell’ospedale e con tutte quelle flebo. Biocidio che è elemento perverso di un sistema perverso, non degenerazione ma conseguenza diretta di quel sistema, e biocidio che è cosa fisica, materiale, davanti ad i miei occhi, fotografato su quella superficie scura. Biocidio del tasso tumorale e biocidio dopo quanti centimetri non puoi più combattere contro un tumore. Biocidio e mafie, biocidio e malapolitica, biocidio e imprenditoria di merda, biodicio e metastasi.

Poi “pioggia”. La pioggia della marcia dell’8 ottobre. Aversa – Giugliano. Non tanto il freddo, che non era ancora tanto, ma quella pioggia battente. Fin dentro le ossa. È lì che ho conosciuto molti nuovi compagni – che compagni lo sono pure se non lo sanno, addirittura Gianmaria! -, da lì tutto è iniziato. Abbiamo condiviso un’idea generica, un po’ di diffidenza reciproca e varia cioccolata. Dieci chilometri che te li sentivi tutti nei polpacci e in quei jeans gelidi incollati sulle gambe che sembravano pesare in maniera spropositata.
E la pioggia di ieri. Leggera, fina. Ma costante. Pioggia da spugnarti pure l’anima se uno ci crede, pioggia così costante che ad un certo punto te la scordavi, pioggia a bagnare, pioggia a benedire, pioggia ad ingrossare un fiume in piena che però non s’è fermato.

Se dici novembre, penso “munnezza”, ma non solo quella delle sacchette. Penso proprio alla munnezza della gente che trovi lungo la tua strada quando stai costruendo qualcosa di grande, e a quanto questa aumenti in maniera proporzionale alle dimensioni di quello che costruisci. Nomi non ne faccio, né accuse, né processi, anche se lo avevo promesso a un po’ di amici scherzandoci. Credo non ce ne sia la necessità perché quel serpentone infinito che da piazza Garibaldi allungava la testa a via Medina ha già preso abbondamente a schiaffi tutte le facce di cazzo del caso. Protagonisti, primedonne del microfono o dell’analisi, o dei contatti, o dell’organizzazione, o di qualunque altra cosa, signore del tua culpa, fini commentatori, gretti provocatori, duri e puri occasionali, storici rompipalle, fissati, confusi, repressi, frustrati, siamo sempre stati corretti e ci avete fatto solo ridere un sacco per quello che ogni giorno riuscivate ad inventarvi.

Se dici novembre penso “piattaforma”. Quanto sono fiera di quella piattaforma. Scritta di notte, nei ritagli di tempo, certo non da me ma da chi ha più capacità di farlo, ma nella maniera più democratica e aperta e condivisibile ed inclusiva che abbia mai visto. La piattaforma di cui nemmeno un articolo parla, nemmeno di striscio. Un documento che esprime in poche pagine la storia delle battaglie di una regione intera, di ogni centimetro di terra. Una piattaforma di tutti, le proposte di tutti, le idee di tutti. Penso a Raniero che si è messo in gioco in una maniera che non potrò mai smettere di invidiargli, alla sua capacità di avanzare dritto fino all’obiettivo che si è posto, che sia portare centomila persone in piazza, scrivere il documento che rappresenta quelle centomila persone o parlare sul palco a quelle centomila persone. Raniero e la telefonata mattutina delle nove. Poi quella delle dieci. Quella delle undici e così via. Raniero capace di mettermi l’ansia all’istante e all’istante farmene dimenticare, affogandola nelle risate con uscite che, per la volgarità gratuita, preferisco non riportare. Raniero del tabacco al centro del tavolo, Raniero “pigliamoci una birra”. Che ti ritrovi in cds, che ti ritrovi sempre tra i piedi, che “mo si mette a fare Link”.

Se dici novembre penso “critica”. E se penso critica penso a Gianmaria. Gianmaria e l’ultima parola. Gianmaria e il commento acido. Dalle sedie all’ex asilo Filangieri ai contatti con la stampa. Gianmaria che ti viene da ucciderlo ogni volta che apre bocca. Gianmaria e la pazienza della formica e la dolcezza dello yogurt scaduto. Gianmaria che non ascolta e polemizza ma poi alla fine ci pensa, capisce, però non te lo dice.

Se dici novembre penso “gente normale”. Alla soddisfazione di poter parlare con persone che non pensano necessariamente a come fregarti, a quale strategia c’è dietro alle tue proposte, ma piuttosto alla loro validità. E quando penso a questo penso ad Annarita. Annarita critica ma con calma, con un tono di voce sempre pacato, che fa le polemiche e non lo sa. Annarita che giustamente ti riporta sulla terra quando per abitudine segui ragionamenti che non si reggono se non su stereotipate convinzioni e convenzioni, un mos maiorum alternativo di cui giustamente la cosiddetta “gente normale” se ne frega.

Se dici novembre penso “diversità”: penso a Rosalinda. Penso di non aver mai conosciuto una persona che sia così distante dal mio modo di essere, e invece questa cosa ci ha messe a lavorare insieme, e questa è la cifra della grandezza della scommessa che abbiamo fatto.

Se dici novembre penso “frenesia”. Penso che non ci si può fermare mai quando fai la vita che facciamo noi, come la facciamo noi, e ogni tanto ti scoppia la testa, e ti pesano le braccia, e non riesci nemmeno a pensare dalla stanchezza ma tiri avanti perché si deve fare, e quando penso a questo penso all’instancabile Kenji. Kenji a cui devo forse delle scuse ma sicuramente un ringraziamento, perché ha capito e c’è stato, quando io non potevo.

Se dici novembre penso “costanza”, e penso a Vincenzo che ha dedicato la sua vita a questa terra, e che ha avuto la costanza di punzecchiarci fino a che non abbiamo ceduto e lo abbiamo ascoltato davvero e da allora non soltanto la nostra organizzazione, ma pure le nostre vite individuali sono cambiate per sempre.

Sicuramente da oggi in poi se dici novembre e io penso “organizzazione” inizierò a ridere e a pensare a Dylan e a un ruolo mai troppo chiaro, a deleghe incomprensibili e a corse contro il tempo e contro la logistica.

Se dici novembre penso “Terra dei Fuochi” e poi “Terra dei Fuchi”, e quindi ad Andrea e alle sue battute deficienti e alle sue osservazioni pungenti e ai suoi commenti sarcastici e alle sue considerazioni intelligenti. Ma pure alle sparizioni improvvise, alle defezioni non comunicate, al famoso evento dell’accampata. E al nuovo hobby favorito che è lanciargli cose.

Se dici novembre penso “Gaviscon”. Per i miei mal di stomaco di un’intensità direttamente proporzionale all’avvicinarsi di ieri, ma soprattutto per Egidio. Egidio del quale chi si doveva fidare? Egidio che invece è un compagno, e si porta addosso la storia di una battaglia che vive in prima persona ogni giorno, che ti trasmette la voglia, il senso, la rabbia. E l’ansia.

Se dici novembre penso a Mezzocannone, che mai o comunque poco c’avevo messo piede, e questo significa tante cose e queste tante cose mi fanno venire in mente Elly. Elly che non avevo più rivisto, con cui non avevo più parlato, che passate le fasi poi ci si allontana e ci si perde e ci si scorda pure. Elly che “l’ultima volta che ci siamo viste”, e pensare che ‘sta cosa in realtà a ‘sto punto potremo ridirla pure tra un anno. Elly che mi deve un posacenere.

Se dici novembre penso “confronto”. Esasperato, esaustivo, fino alla stanchezza fisica, parlare, spiegare, chiarire, capire, chiarirsi. E questo invece mi fa pensare a Leandro che non pare instancabile e che finché non ha capito perfettamente ogni virgola che hai in testa e finchè non hai capito perfettamente ogni virgola che hai in testa è sempre pronto a ricominciare da capo. Da zero. Come ieri sera.

Se dici novembre penso “smack, pellox!”. E tutti sappiamo di che sto parlando. Penso a Claudio (e Fujiko) che ci ha messi tutti insieme, e già solo per questo uno dovrebbe dirgli grazie.

Se dici novembre penso “contraddizione”. Penso “difficoltà”. Penso “complessità”. La necessità di trasmettere la necessità delle scelte, l’incapacità di farlo. Penso “intensità” e “distanza”. Penso a volontà di superare le distanze che però tante volte si tramuta in un atteggiamento del tutto antitetico, perché è così difficile comunicare le paure, le debolezze, i rischi, nonostante il tempo e tutto il resto. Penso a decisioni potenzialmente sconvolgenti e potenzialmente risolutive che poi invece non lo sono e che uno dovrebbe saperlo già e che tante volte prendere decisioni rivoluzionarie non vuol dire semplicemente cambiare tutto, ma anzi tutto può restare invariato cambiando se stessi, e forse io questa decisione l’ho presa proprio ora, e nonostante resti tanto di cui parlare e tanto da spiegare e tanto da condividere sento che forse sto uscendo dall’apnea. E forse questo è dovuto pure ad una improbabile accampata, che ogni tanto le follie d’amore le facciamo pure noi che siamo tosti.

Se dici novembre penso ad una cosa che mi ha detto la mia migliore amica quando ancora ci conoscevamo da poco. Parlavamo de La storia siamo noi e lei mi disse che da bambina le piaceva tanto perché diceva “siamo noi questo piatto di grano”. E se dici novembre io penso alla nostra terra e che noi ieri eravamo un immenso piatto di grano.

Se dici novembre, infine, penso “lacrime”. Le lacrime di rabbia, di dolore, di tristezza, quelle segrete e quelle urlate di quest’ultimo mese. Ma pure agli occhi lucidi di ieri alle 14.00. Alla paura. All’agitazione. All’ansia. Era una cosa che non mi capitava dal mio primo corteo da coordinatrice. Quando la piazza si riempì e quel corteo partì, piansi senza vergogna per quella vittoria e ieri, durante il corteo, di nascosto ho lasciato che qualche lacrima di soddisfazione ingrossasse quel fiume in piena. Ma se dici novembre penso pure alle lacrime di ieri della madre di Cristian D’Alessandro, lacrime riflesse negli occhi di Annarita, Roberta ed Emiliana. Penso al regalo che ha voluto fare quella donna coraggiosa, alle parole di Cristian che, senza saperlo, è intervenuto su un palco che lo avrebbe comunque accolto, in una comunità che ora lo aspetta e che ora lo rivuole anche se magari non l’ha mai conosciuto, e che lo accoglierà.

Se dici novembre penso ad una frase che ieri mi rimbombava nella testa, mentre guardavo il corteo su entrambe le corsie di Corso Umberto sbucare da entrambi i lati di Piazza Borsa, inondare l’intera via Medina: “Abbiamo occupato la città”. Era nostra, tutta nostra. Perché eravamo tutti lì.

Se dici novembre penso a così tante cose che potrei non fermarmi mai, ma preferisco smettere di scrivere e ricominciare a fare. Perché da domani teniamo un sacco di cose da fare.

Però, se penso a questo novembre, penso che non me lo scordo più.

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