C’era una volta il futuro

di Alessandro Squizzato

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Pubblichiamo oggi una riflessione complessiva sul Science+Fiction festival di Trieste. Per saperne di più trovate qui i reportage della prima, seconda, terza, quarta, e quinta giornata.

A un paio di settimane di distanza dal Science+Fiction festival di Trieste pensavo che avrei finalmente imparato a rispondere alla domanda “Come è andato?”. Invece devo ammettere che sto ancora facendo pratica.
Non ci sono risposte brevi per un festival molto bello, curato con passione per il genere – o meglio – per il cinema di genere. Perché nonostante il battage pubblicitario principale sia stato incentrato sulla fantascienza, al science+fiction la figura centrale nei film in concorso non era proprio quest’ultima. Con una massiccia presenza di horror e film “ibridi”, in cui i connotati si spostavano più sulla commedia (Robot & Frank) o il dramma (Returnados), oppure la sperimentazione – non riuscita a mio parere – di The strange color of your body’s tears.

Dipende molto ovviamente anche dalla produzione. Sono lontani i tempi della produzione di massa, delle riviste letterarie e fumettistiche statunitensi o delle meravigliose collane di Urania o dell’Editrice Nord.
Eppure rispetto a generi in coma profondo come il western quello fantascientifico (ibridato, mischiato, riletto) ha ancora una certa portabilità nelle grandi produzioni commerciali. Basti pensare il carico montante di film ispirati ai supereroi di Marvel e DC comics, con uscite annuali in programmazione fino al 2017.
Alla terza trilogia di Guerre Stellari che inizierà nel 2015. Alla ripresa del franchising di Stark Trek coi bei film di J.J.Abrams. Qualche adattamento letterario come il recente Ender’s Game, e in qualche modo la serie di Hunger Games. Per non parlare di Gravity, opera che passa sopra ogni debolezza di scrittura con una spettacolarità visiva di frontiera.

La selezione consapevole degli organizzatori del TS+F tuttavia ha privato la sala da questo tipo di film (che di sicuro non hanno bisogno dei festival per arrivare al pubblico) e ha rastrellato quella fascia mediana di produzioni indipendenti e semi-indipendenti, spuntate dalla passione per il fantastico di registi ai primi passi, oppure di altri già affermati come Neil Jordan, ma che hanno potuto lavorare con le mani libere sulla propria visione.
Film come il vincitore del premio Urania, Europa Report, con budget basso, che puntano tutto sulle idee di regia e sulla passione del fandom fantascientifico non saranno opere immortali ma grazie a questi appuntamenti hanno l’opportunità di girare, dire le proprie cose, mantenere viva la scena, potersi giocare quei tentativi di regia, di storia, o di trovate negli effetti scaturiti proprio dalla necessità di compensare le ristrettezze economiche ma che hanno la possibilità di inserire nuove idee nel sistema.
E una ulteriore prova di ciò è la bontà, veramente sorprendente, dei corti. Sia in termini di trama che di regia e spesso anche di effetti.

Nel caso di Europa Report la cosa più interessante è stata la nuova lettura della tecnica narrativa del “found footage”, con un gioco di incastri tra le inquadrature delle telecamere di bordo di un’astronave e una telecamera a mano degli astronauti.
Quest’anno è uscita la perla rara che resterà nella memoria collettiva? Lo dubito. Pur essendoci state delle pellicole veramente belle, alcune scritte e recitate in maniera stupenda come Robot & Frank, per motivi diversi forse non ne uscirà il film che occuperà da solo i cuori degli appassionati.
L’unico che aveva esplicitamente questa ambizione, The strange color of your body’s tears della coppia Hélene Cattet e Bruno Forzani è stato anche l’unico a prendersi i fischi del pubblico (e un premio – molto poco condivisibile – della critica).
Il mio personalissimo e non richiesto premio come miglior film va invece ad una pellicola non premiata, il lavoro di animazione Rio 2096, di un team brasiliano guidato da Louis Bolognesi. Una storia epica carica di classicità, cruda realtà e creatività espressiva, un film al servizio di una causa e carico di furore.

Questo TS+F 2013 insomma è stato un festival pieno di rispetto e coerenza per il cinema di genere e tutto ciò che vi è collegato. Una rassegna che sembra quasi riprendere lo spirito di quelle riviste alternative d’altri tempi come Heavy Metal, Weird Tales, che osavano, mettevano assieme e frullavano immaginari diversi, dalla fantascienza al fantasy, dal bizzarro al grottesco, scommettendo su giovani appassionati.
A volte fanno nascere un H.P.Lovercraft, a volte fanno semplicemente avanzare la produzione di genere. In ogni caso un lavoro che vale la pena supportare.

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