Abitare lo spazio reale: Detropia e le apocalypse town

di Sara Marzullo

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Nelle settimane scorse abbiamo pubblicato parte di un progetto su Raymond Carver e Gianni Celati; in origine quel lavoro si concludeva con un confronto tra opere documentaristiche legate ai due scrittori: se per Gianni Celati si erano scelti i suoi lavori di “Cinema all’aperto”, per cui la selezione aveva ragioni immediatamente individuabili, per lo scrittore americano, in mancanza di lavori che portassero la sua firma, si erano scelte opere che ne conservassero almeno in parte la cifra stilistica e la poetica. Quella che racconta Raymond Carver è l’America del fallimento, molto prima del crollo dell’economia del 2008; la sua visione della realtà americana si pone in opposizione a quella dell’american dream reaganiano. Questo tema è motivo dominante e costante della narrativa carveriana: l’idea del fallimento è propria tanto dei suoi racconti e quanto della sua biografia. Ritengo dunque che sia interessante gettare uno sguardo su quella che oggi sarebbe forse l’America preferita di Carver, quella di cui bisogna raccontare le storie. Questo articolo fa riferimento alla situazione di Detroit prime del 18 Luglio 2013, giorno in cui è stata dichiarata bancarotta (“Chapter 9”). Da allora molte cose sono cambiate, ma nessuna soluzione sembra sia stata presa: liquidare, vendere asset, leasing del patrimonio cittadino, cosa fare? (per un recap veloce, qui). Alle recenti elezioni amministrative ha vinto Mike Duggan, il primo bianco eletto sindaco da 40 anni in una città a larghissima maggioranza nera. L’ex amministratore delegato del Detroit Medical Center, contro cui concorreva Benny Napoleon, nero, ex capo della polizia locale, lavorerà congiuntamente all’ emergency manager Kevyn Orr, un avvocato nominato dal Governatore del Michigan Rick Snyder per gestire la bancarotta.

Sabato 23 novembre Alessandro Coppola, autore del volume Apocalypse Town, sarà presente a Poggibonsi con Sara Marzullo nell’ambito dell’iniziativa “Open Spaces. Quaderni di città III“.

Dopo il 2008, all’interno di una più generalizzata recessione, alcune aree hanno visto acuirsi le già presenti difficoltà economiche – città intere che stanno lentamente morendo, collassando e disgregandosi: vengono chiamate le shrinking cities, e sono tradizionalmente città che hanno visto la prosperità grazie all’ industria pesante e che non hanno saputo riconvertirsi a un’economia post-industriale.
È un fenomeno che stanno conoscendo contemporaneamente i tre continenti più industrializzati, cioè Nord America, Asia e l’Europa; qui troviamo anche l’Italia (se ne contano molte nella pianura padana, ma possiamo anche nominare Taranto tanto per citare un altro esempio di crisi dell’industria[1]).
L’area americana più colpita è quella della ex Iron Belt (stati di New York, Pennsylviania, West Virgiania, Ohio, Indiana, Michigan fino al Wisconsin), adesso chiamata Rust belt: delle vecchie industrie resta ben poco, trasferite come sono nella Sun Belt (stati del Sud-Ovest) o in Cina e nei paesi della delocalizzazione; a loro resta solo la ruggine (rust) e gli stabilimenti chiusi in ricordo di un passato glorioso.

Due sono le città con la più alta decrescita registrata[2], Detroit (Michigan) e Youngstown (Ohio): entrambe ai massimi storici intorno al 1950, adesso subiscono una diminuzione nella popolazione che raggiunge, rispettivamente, il -61.4% e il -60.2%; sono proprio queste due città a essere protagoniste dei due lavori presi qui in esame, Detropia, di Heidi Ewing e Rachel Grady e Apocalypse Town di Alessandro Coppola.
Il Michigan, da solo, ha perso, negli ultimi 10 anni, il 50% dei lavori nel settore manifatturiero; nello stesso periodo 50 mila industrie hanno chiuso negli Stati Uniti e sei milioni di lavoratori hanno perso il loro lavoro. A Detroit il tasso di disoccupazione reale sale quasi al 50% e ben 100 mila[3] case e lotti sono abbandonati o vuoti: la città è deserta e dimezzata, pur mantenendo la stessa estensione.
È forse vero che tutto sta crollando sempre e in ogni luogo e che non lo percepiamo, ma qua si parla invece di crolli devastanti, evidenti, plateali: ce ne parla Alessandro Coppola e da qui parte Detropia della Ewing e Grady, da una demolizione che possiamo vedere in diretta. «Stiamo downsizing Detroit», dice il giornalista televisivo alla telecamera, «these houses are never coming back», si abbandona l’idea che quelle case potranno essere un giorno di nuovo abitate. Semplicemente, dopo un certo numero di anni di abbandono, sono diventate proprietà del comune che non ha altra alternativa alla demolizione. «Questa è solo una delle più di diecimila case che avranno lo stesso destino nei prossimi quattro anni», continua il servizio, mentre l’addetto alla demolizione conferma che sta facendo questo lavoro tutti i giorni, tutto il giorno.

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Documentario del 2012,che il New Yorker ha definito «il più commovente degli ultimi anni»[4], Detropia racconta la nuova realtà di questa città, della chiusura delle industrie e di chi decide di rimanere: dei blogger (Crystal Starr, videoblogger che dice di sentirsi più vecchia di quanto non sia – è una ragazza – perché può ancora ricordare cos’era la vecchia Detroit), degli attivisti (George McGregor, presidente UAW, United Auto Workers union), di chi vive in città (Tommy Stephens ex insegnante e ora proprietario del locale Raven Lounge); parla di cosa sia oggi Detroit e soprattutto di cosa potrebbe diventare, dei nuovi piani dell’ora ex-sindaco Dave Bing e degli urbanisti e di una possibile resurrezione, parziale certo, dell’economia.

Nello stesso anno di Detropia è uscito anche un intelligente saggio di Alessandro Coppola, Apocalypse Town[5], libro di cui ha parlato ottimamente Gianluca Didino[6]. «Leggi delle strade di Youngstown, Ohio, e ti viene in mente La strada di McCarthy» scrive nel suo articolo apparso su Il Mucchio, «È difficile non pensare di primo acchito che le città deserte, gli edifici abbandonati e i negozi chiusi non contengano da qualche parte del loro intimo un richiamo metaforico più alto della loro stessa materia in decomposizione. Ad aprire il libro di Coppola è appunto la morte per inedia di Youngstown, la città giovane o la città dei giovani. Quella che fino agli anni Ottanta era la Iron Belt, la cintura dell’acciaio (un arcipelago sconnesso disposto a cavallo tra il Nordest e il Midwest) è diventata sotto i colpi della deindustrializzazione la Rust Belt, la cintura della ruggine».
Il libro parte con l’altra fastest shrinking city[7] dopo Detroit, Youngstown, raccontandone il passato, le industrie, gli stabilimenti, le diverse fasi che la città ha attraversato fino al contemporaneo stato di crisi. Sempre Didino ne ci fornisce una rapida sintesi della sua parabola discendente, parlando di come la crisi inizi già alla fine degli anni Cinquanta, «il paradosso della crescita e del benessere economico è quello di portarsi dentro il germe della malattia» e la malattia corrisponde alla tendenza alla suburbanizzazione della middle-class, che dall’inner city si sposta nelle villette a schiera, tanto cinematograficamente note, della cintura urbana, negli sprawls. A questo l’addensamento nella città dei ghetti dove vivono le minoranze «sulle quali il vento riformatore degli anni Sessanta agirà come una scintilla in un barile di polvere da sparo (si veda ad esempio la rivolta nera di Newark in Pastorale americana di Philip Roth). La ghettizzazione e le rivolte sociali comportano la svalutazione delle aree cittadine interessate e quindi forniscono una spinta ancora maggiore alla suburbanizzazione, mentre l’avvento della società post-industriale negli anni Settanta e il neoliberismo reaganiano negli anni Ottanta ridisegnano le geografie di interi territori, chiudendo fabbriche, delocalizzando il lavoro, rimodellando la conformazione dello spazio sui nuovi miti immateriali della Rete e della finanza, della computerizzazione e della prospettiva globale»[8].

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Si tenga in considerazione quanto detto sulle inner cities (i cuori delle città): la great migration che spingerà milioni di afro-americani verso le città industriali, ci spiega Alessandro Coppola nel capitolo che chiama L’assassinio delle città, amplificherà di conseguenza il white flight, ossia la fuga dei bianchi verso le periferie. Le città industriali stanno già a questa altezza perdendo la loro centralità e la scommessa di convertirsi al post-industriale è, per quest’area, destinata a non essere vinta. Va aggiunto, perché non è sempre detto che il fatto che la suburbanizzazione sia fondamentalmente un fenomeno bianco deriva anche dal semplice fatto che solo a questa componente è permesso di accedere a mutui e prestiti per comprarsi una casa[9].

Il cambio di guardia, tra i bianchi in fuga verso il suburbio e gli afro-americani in arrivo dal Sud avrà come effetto una città majority-minority, in cui sono i bianchi a essere una minoranza; una situazione atipica che si trasformerà nella norma di esistenza di quasi tutte queste shrinking cities.
In pochi decenni si assiste a un processo di inversione, di successione razziale, tanto che la componente afro-americana passa dal 16% si passa al 81% a Detroit e dal 24% al 63% a Baltimore[10], non senza conseguenze dolorose per questi centri urbani. Nelle parole di Alessandro Coppola, «le grandi rivolte razziali, la distruzione incendiaria di molti vecchi quartieri urbani – realizzata a fini speculativi, come nel caso di Youngstown – e, infine, la crisi fiscale delle amministrazioni comunali faranno poi il resto, compromettendo definitivamente l’immagine delle vecchie città industriali. Il loro dissesto finanziario diventerà proverbiale […] soprattutto a partire dagli anni Settanta e Ottanta, quando prima le amministrazioni di Richard Nixon e ancor più quelle di Ronald Reagan dichiareranno guerra alle Inner City, cancellando programmi sociali e tagliano stanziamenti federali introdotti negli anni di Kennedy e Johnson»[11].
Sono città abitate praticamente solo da quelle che altrove sono minoranze: in Detropia gli unici uomini non di colore si trovano sul palco che ospita quel che sopravvive della Detroit Opera, a eccezione di alcuni ragazzi bianchi dei sobborghi che raccolgono scrap metal dalle case abbandonate per pochi dollari al giorno. Quello dello scrapper è un nuovo mestiere dell’economia della distruzione, in crescita nella Rust Belt, di cui parla anche Coppola a Flint, «fa incetta di qualsiasi artefatto – dai radiatori alle vasche da bagno – e materiale che sia ancora possibile immettere nei mercati locali del riciclo». Ad ogni modo la creazione dell’hyper-ghetto[12], porta a due conclusioni: la prima, che la middle class americana, mediamente bianca, mediamente istruita e impiegata, ha lasciato queste città da tempo (un’emorragia di denaro e abitanti che ha aggravato in parte la crisi) – anche se i bianchi per alcuni periodi continueranno a tenere una “linea del colore” con organizzazioni di quartiere certamente non aperte al multiculturalismo – e la seconda che questa composizione sociale ha inevitabilmente un peso quando è il momento di prendere decisioni sul futuro della città. Cosa si intende con questo? Che alle popolazioni di queste città sembra che da una parte che il potere, l’attenzione e i finanziamenti non si curino di loro, con un atteggiamento vagamente persecutorio e non ultimo, parola evidentemente pesantissima in questa particolare situazione, razzista; dall’altra sembra particolarmente invasivo il potere che il comune e lo stato si arrogano sul futuro dei propri cittadini: proporre un downsizing, decrescere abbattendo interi quartieri per portare i cittadini nelle poche aree dense della città (ridensificare, in ultima istanza) è possibile qui perché queste minoranze in quanto povere non hanno potere decisionale e peso politico?

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L’idea è quella di ripopolare alcuni quartieri, lasciando gli altri alla natura, sperando di potervi poi in futuro fare ritorno; ma come farlo? Nessuno degli youngstowner ha accettato il buon relocation package proposto. «Dietro alle difficoltà incontrate dal sindaco e dalla nuova amministrazione nel passaggio dalle parole ai fatti, si nascondono i tanti non detti di quella che potremmo definire come la “politica dello shrinkage – scrive Coppola – Una politica della quale non è possibile pronunciare il nome, perché tutta intrisa di quelle contraddizioni razziali e di classe che dominano l’America urbana»[13].
La componente bianca di Youngstown, favorevole al relocation, è di fatto già nei quartieri più popolosi, mentre è proprio quella afro-americana che dovrebbe spostarsi: il fatto è che le discriminazioni subite dalle fasce sociali più povere, lungi dall’essere scomparse di colpo tra l’altro, pesano ancora e continuano ad avere conseguenze che la politica non riesce a gestire, senza apparire parziale e persecutoria.

Non è diverso quello che vediamo in Detropia: Dave Bing, allora sindaco di Detroit, con gli urbanisti ritiene di dover far qualcosa prima di perdere la città; e dice proprio così, perderla: ci sono troppe aree dismesse intorno e dentro alla città, che aspettano di essere riconvertite – demolire e trasformare in orti urbani sembra la migliore soluzione per Detroit.
Si vedono scene notturne in Detropia, dove le uniche presenze per la strada sono giovani afroamericani e pattuglie di polizie, praticamente una scena qualsiasi della serie The Wire, ambientata in un’altra famosa – per ragioni tutt’altro che felici – e pericolosa Baltimore: essere una città in crisi significa anche dover tagliare su servizi essenziali – illuminazione, linee e trasporti urbani, polizia; facile capire come immediatamente queste città diventino più pericolose. E a proposito di serie televisive: oltre alle notevolissime The Corner e The Wire, da questo Agosto possiamo contarne anche una terza, proprio ambientata a Detroit, Lower Winter Sun (AMC), che offre un affresco della città non interessante come quello delle altre due serie, ma che tutto sommato ha senso citare, soprattutto quando si parla di abbandono della città alla criminalità, taglio dei finanziamenti alla polizia, corruzione.

Detropia

Tornando alla città reale: la reazione mostrata dagli abitanti di Detroit non è positiva, almeno in Detropia; si sentono presi in giro, un orto può davvero risolvere la crisi? Cosa fare se i colossi automobilistici (i big three: Ford, Chrysler, General Motors) tagliano i posti di lavoro? Se ad esempio l’American Axle ha spostato 2000 posti di lavoro in Messico e minaccia di chiudere (come farà poi) i suoi impianti a Detroit? È la sensazione di essere umiliati a pesare su questi uomini – e si torna al solito discorso, c’è una doppia discriminazione in atto.
Lo stesso avviene parlando dell’accesso ai servizi nelle zone degli sprawls e dei centri: paradossalmente vivere nel ghetto costa di più e ha una qualità minore – non ci sono supermercati, né grandi catene, ma solo piccoli negozi che non vendono prodotti freschi e fast food (alcuni dati riportati da Coppola: mezzo milione di persone risiede in quartieri privi di supermercati e 400mila in aree in cui l’equilibrio tra supermercati e fast food è in netto favore dei secondi), con conseguenze disastrose dal punto di vista sanitario e percentuali di obesità e diabete che non hanno pari all’interno della componente bianca; per fare un esempio, a Cleveland e Detroit più di un uomo su tre soffre di obesità e il 10% di diabete, altrove le percentuali sono del tutto diverse.
Tornare all’agricoltura urbana sembra la soluzione più semplice: già vi hanno ricorso New York, Chicago, Philadelphia e la stessa Detroit all’inizio del ‘900, i community gardens sono diventati comuni tra gli anni ’70 e ’80; posti in luoghi marginali, per lo meno al tempo, e deserti funzionavano da laboratorio sociale (latinos, afro-americani, bianchi liberal) e assicuravano una riserva fondamentale per supplire alle mancanze del welfare. Si deve tornare qua, accantonando i progetti dell’Urban renewal che non ha mai salvato le città dal declino, trasformandole piuttosto, in nome di una commodification universale, in centri tutti uguali senza interesse per le diversità regionali e limitandosi a importare simboli e stili per renderle appetibili dal punto di vista turistico, ma senza un piano studiato specificatamente.

Alessandro Coppola indica alcune possibili soluzioni (promosse dalle diverse città) da mettere in atto: fondamentalmente il piano è quello di rarefare la città, nei casi più estremi creando delle città-arcipelaghi, addensate intorno a dei punti maggiormente popolati e lasciando il resto alla natura, mantenendo i servizi essenziali in caso di una futura ri-espansione, o aumentando il terreno destinato agli urban e school gardens, magari provvedendo prima a una seria decontaminazione del suolo. Puntare sull’agricoltura, perché crea occupazione ed è sostenibile a livello ambientale, come pure una politica di decostruzione e riciclo, invece che di demolizione, per curare il ghetto che mangia male – come scrive Coppola – e perché da qui può partire una prima rivalutazione delle aree urbane.
Non si torna più indietro, ma si può provare a riciclare quello che già si possiede: sperimentare come fanno gli artisti, dato che i bassi costi, ci dice uno di loro, appena trasferitosi, in Detropia, attirano nuove forze, perché se anche si fallisce, non c’è niente da perdere.
Un po’ come i personaggi di Carver, che alla domanda «i suoi personaggi cercano di fare le cose che contano?», rispondeva «credo ci stiano provando[14]»; con la stessa umiltà e impegno i consigli cittadini, gli urban planners stanno provando a rilanciare quel che resta di un’America di cui si è smesso di parlare non appena il suo benessere si è appannato.

_________________________________________

1. Il manifesto tedesco delle shrinking cities conta ben 23 città italiane, dopo le 59 negli USA, le 27 del Regno Unito e le 26 tedesche. Qui: http://www.shrinkingcities.com/globaler_kontext.0.html

2. I dati sono confermati da tutti i documenti da me consultati, ma in questo caso le cifre sono state prese qua da http://www.utoledo.edu/llss/geography/pdfs/research/reid/ShrinkingCities.pdf . Sono calcolati come differenza tra il numero di abitanti massimo mai raggiunto e quello calcolato al momento dell’operazione.

3. Cifre e dati da Detropia, 2012

4. David Denby, Good fights, “It’s the most moving documentary I’ve seen in years”, The New Yorker, 10 Settembre 2012

5. Alessandro Coppola, Apocalypse Town – Cronaca della fine della civiltà urbana, LaTerza, 2012

6. Gianluca Didino, Into the wild – cronache dall’America nascosta, apparso su Mucchio Selvaggio, Settembre 2012

7. Detropia

8. Gianluca Didino, Into the wild, op.cit.

9. Nel “1965 il 98% delle case acquistate per mezzo di mutui agevolati […] erano proprietà di bianchi”, scrive Coppola. Oggi le difficoltà per diventare proprietari di un immobile sono state raccontate anche da Junot Diaz nel suo recente “È così che la perdi” (Mondadori, 2013), dal punto di vista della minoranza ispanica.

10. Dati forniti da Apocalypse Town

11. Alessandro Coppola, Apocalypse Town, op.cit.

12. Come lo chiamano i ricercatori più militanti – “una forma radicale di esclusione sociale e segregazione razziale allevata nel grembo urbano dell’America post-industriale”, Alessandro Coppola, ibidem

13. Ibidem

14. The Paris Review, Interviste Vol. III, Fandango, 2011

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