Il disagio di essere Adèle

di Lorenzo Mecozzi

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Che La vie d’Adèle (ultimo film di Abdellatif Kechiche) abbia vinto a Cannes per motivi extrartistici, ossia per le tematiche trattate e per il modo in cui ha scelto di trattarle, piuttosto che per le qualità intrinseche del film, è possibile se non addirittura probabile. Eppure si tratta di un film di cui vale la pena parlare.

Probabilmente però una precisazione è d’obbligo: parlare di un film così incentrato sulle tematiche che ha scelto di trattare, l’amore omoerotico nella sua variante femminile, è difficile, perché l’argomento si presta facilmente a interpretazioni moralistiche o peggio autoritarie. Ed è tanto più difficile quando a parlarne è un uomo eterosessuale. Si tratta di una precisazione d’obbligo non tanto perché ritenga che a parlare delle condizioni delle varie minoranze debba essere chi quella condizione la vive ( non si sta dicendo quindi che debbano essere gli omosessuali a parlare di omosessualità, gli immigrati di immigrazione o ancora le donne a parlare del ruolo della donna nella nostra società, tanto più che in questo caso non si può neanche parlare di minoranza, se non in termini di rapporti di forza). è una precisazione d’obbligo perché appunto si percepisce il rischio di imporre un discorso altro ad una condizione che, se non la si vive o non la si studia approfonditamente, si rischia di non conoscere adeguatamente. Il pericolo è dunque quello di imporre d’autorità il discorso maschile e quello eterosessuale ad una condizione esistenziale che ne necessita altri per essere spiegata e conosciuta.

Detto questo si cercherà di evitare la trappola retorica appena descritta parlando del film con l’idea che il testo possa essere affrontato a partire dalla sua tematica specifica ma anche considerandolo come un film che tratta della tematica erotica tout court, e non solo quella specificamente omosessuale.

La sinossi del film è presto detta: come anticipato dal titolo l’opera racconta la vita di Adèle (Adèle Exarchopoulos); o meglio ne racconta una parte significativa, suddivisa in differenti momenti, che si sviluppano lungo un arco di tempo di circa sei o sette anni. Nella prima parte viene raccontato l’incontro e l’innamoramento di Adèle con Emma (Léa Seydoux), e quindi l’emergenza, nella protagonista, di un desiderio omoerotico che sarà progressivamente esplorato nelle parti successive del film. La seconda infatti narra, dopo la genesi, l’evoluzione e la trasformazione della relazione amorosa tra le due protagoniste, che nel frattempo hanno iniziato a convivere e che possono dunque stabilizzare la loro iniziale avventura clandestina attraverso la quotidianità della convivenza. Ma la seconda parte termina con un adulterio e con la fine della storia d’amore, permettendo al regista di concentrarsi, nell’ultima parte, sull’elaborazione della perdita e sul tentativo di superamento, da parte di Adèle, di una realtà che non c’è più. Tutto questo è raccontato focalizzando interamente l’attenzione sulla protagonista, e sulla sua interprete, tanto da rendere molto spesso inconsistenti, se non proprio stereotipati, i personaggi che la circondano – probabilmente anche il personaggio di Emma, a tutti gli effetti co-protagonista del film, esce indebolito dall’eccessiva enfasi con cui il regista decide di concentrarsi su Adèle. Ma si tratta di un’attenzione dedicata propriamente alla fisicità della protagonista e a come il corpo di Adèle reagisce alle pulsioni cui si trova sottoposto.

La tematica (omo)erotica è infatti in gran parte trattata a partire dalla sua dimensione sessuale e sensuale, sin dalle prime scene. Adèle inizia a frequentare un compagno di liceo, i due passano del tempo insieme, vanno al cinema, si baciano. Ad un tratto, però, come accade alla protagonista de La vie de Marianne di Marivaux (vera e propria mise en abyme della scena dell’innamoramento), Adèle incontra per strada una sconosciuta dai capelli blu (e Il blu è un colore caldo è il titolo del graphic novel da cui è tratto il film), e tutto cambia. Ma il cambiamento non sopraggiunge attraverso le riflessioni di Adèle su quant’è successo: la dimensione psicologica della protagonista, o almeno la resa verbale dei pensieri che la attraversano, ci è del tutto impenetrabile. È ancora una volta il corpo di Adèle a parlare, attraverso l’insoddisfazione (etero)sessuale provata nel rapporto con il suo coetaneo Thomas, ma soprattutto attraverso l’irruzione violenta del desiderio durante la notte: sognando un rapporto sessuale con la giovane sconosciuta, Adèle si ritrova a masturbarsi nel sonno senza la consapevolezza di cosa le stia accadendo. Il desiderio, dunque, emerge e sconvolge la relativa quiete della vita di Adèle. Successivamente, grazie ad un amico omosessuale che la porta con sé in un bar gay, nonostante Adèle non abbia rivelato a nessuno cosa le stia succedendo, avviene il secondo incontro con Emma, dal quale inizierà poi il loro rapporto. Inizialmente si tratta di un lento apprendistato amoroso: le due ragazze si frequentano amichevolmente, ma progressivamente Adèle si sente sempre più attratta da Emma, fino al punto da azzardare un bacio. Ancora una volta nulla ci viene detto di come l’attrazione venga percepita emotivamente dalla protagonista, e le uniche tracce che Kechiche lascia intravedere del progressivo innamoramento sono quelle della presenza e della vicinanza fisica tra le due ragazze.

Quando la relazione inizia, poi, il regista sembra concentrarsi quasi esclusivamente sulla dimensione sessuale. Tranne i due incontri delle ragazze con le rispettive famiglie (scene che servono soprattutto a tracciare sociologicamente i differenti milieux di provenienza: borghese, colto ed aperto, quello di Emma; più tradizionale quello di Adèle), la maggior parte della relazione amorosa, nella prima parte, è ripresa in camera da letto. Kechiche si intrattiene a lungo sui corpi delle due ragazze, sui loro gesti, sui loro amplessi, e per questo ha ricevuto la maggior parte delle critiche rivolte al film. Si è parlato molto di un atteggiamento voyeuristico da parte del regista, arrivando a mettere in discussione l’opportunità di dedicare tanto spazio (e tanti dettagli) ai rapporti sessuali. Eppure viene da pensare che simili critiche non sarebbero sorte se si fosse trattato di erotismo eterosessuale: ciò che si vede ne La vie d’Adèle dopotutto non si discosta molto da quanto si può vedere in una serie HBO, da quanto può aver mostrato Bertolucci in The dreamers o McQueen nel suo tutt’altro che vergognoso, ed anzi un po’ pruriginoso, Shame. E nel caso di Kechiche non si tratta, come pure è stato scritto, di democratizzare youporn: l’intento, piuttosto, credo fosse quello di dare corpo, ed immagine, ad una porzione di reale che non avrebbe avuto, altrimenti, testimonianza presso il grande pubblico. La sessualità omosessuale d’altronde è troppo spesso relegata in rappresentazioni che descrivono quasi esclusivamente i territori estremi del mondo gay. Troppo spesso, cioè, l’omosessualità è rappresentata, anche con intenti politici, nelle sue forme antiborghesi, promiscue e non normalizzate. Kechiche, invece, sceglie di fare l’opposto e subito abbandona i bar gay per concentrare l’attenzione su ciò che accade nella vita di una coppia, descrivendola soprattutto in quanto tale. Se solitamente l’omosessualità viene raccontata perché può rappresentare una movimento di fuga e di superamento della condizione borghese, ne La vie d’Adèle ci viene narrato il desiderio di costruire una relazione stabile, codificata, familiare. Così facendo Kechiche ci mostra come all’interno di una nuova famiglia omosessuale possano ricrearsi i medesimi ruoli che caratterizzano la maggior parte delle “famiglie tradizionali”. Tra Emma ed Adèle si instaurano rapporti di forza che danneggiano la felicità domestica. La prima, forte della propria apparente emancipazione, si ripropone nel ruolo maschile di guida di Adèle che, invece, vorrebbe semplicemente godere la pace di una vita tranquilla con la persona che ama. Così facendo, Emma, lungi dall’esaltarlo, mortifica il desiderio di Adèle, che vedeva nella semplice possibilità di vivere la loro relazione la condizione sufficiente per la felicità. Ma se ciò avviene è proprio a causa di quella mancanza di autocoscienza che pervade la protagonista e caratterizza le scelte registiche. Mancanza che è stata rimproverata a Kechiche ma che andrebbe invece, se solo avesse un senso farlo, rimproverata ad Adèle.

Adèle sembra non riflettere mai sul proprio cambiamento, sull’attraversamento che compie verso un mondo che sembra non appartenerle. In questo senso, la scelta di voler mostrare la vita di Adèle come una vita tra tante senza politicizzare eccessivamente il suo orientamento sessuale sembra essere smentita dallo sviluppo della storia, piuttosto che da una volontà autoriale espressa apertamente. Kechiche non problematizza l’omosessualità di Adèle perché è lo stesso modo in cui la protagonista gestisce la propria relazione che arriva a porre la questione. Adèle non è pronta, è sempre sola, anche quando è in compagnia dei suoi coetanei. Nessuno, né tra i suoi amici né nella sua famiglia viene a conoscenza di ciò che le accade. Ad un tratto resta davvero isolata nel nuovo mondo in cui si trova a vivere, il mondo di Emma, ma nulla sembra cambiare in lei. Si tratta di un ingenuo attaccamento alla vita e alle sue pulsioni che la conduce verso un’inevitabile crisi di fiducia. La solitudine in cui sprofonda la porta alla paranoia, alla gelosia. Inizia a sentirsi fuori posto, doppiamente: come ragazza e come compagna, e non è un caso, quindi, che tradirà Emma con un ragazzo che è anche un suo collega nella scuola in cui insegna. Respinta da un mondo che la tiene ai margini, Adèle ritorna nel mondo dal quale il suo desiderio cieco l’aveva scacciata. Ancora una volta è la sfera fisico-sessuale a farsi spia dello spaesamento di Adèle: in una delle scene finali, quando le due ragazze si rivedono a distanza di anni dalla fine della loro storia, Adèle domanda ad Emma se con la nuova compagna sia sessualmente appagata come lo era con lei.

Il film di Kechiche, dunque, lungi dal trattare neutralmente la tematica dell’omosessualità, rappresenta un’interessante problematizzazione del rapporto tra desiderio e sue possibilità di realizzazione. Adèle sembra cadere vittima di un’ossesione che eccede le sue possibilità di comprensione, e ne diviene vittima. Nell’apparente libertà con la quale si avvicina al mondo omosessuale si rileva in realtà il negativo dei limiti che ne impediscono un’adesione totale. Ed è forse questa ambiguità di fondo che rende interessante La vie d’Adèle: quest’abbandono totale al desiderio che si ritorcerà contro l’io desiderante, ricordando allo spettatore che io e desiderio sono sempre storicamente situati ed un’emancipazione piena non è mai possibile se non a partire da questa consapevolezza.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    interessante lettura, che dice qualcosina in più del tanto che già si è detto. però non capisco perché ritieni che il film abbia vinto non per le sue qualità estetiche ma per i temi trattati; e non sono d’accordo nel definire quella di Adèle un’ossessione: è amore e lo conosciamo tutti nelle stesse forme in cui lo vive lei. Ogni dramma amoroso eccede le capacità di comprensione di chi lo patisce, e il fatto che in gioco ci sia una scelta fra un uomo e una donna da amare mi sembra del tutto secondario nell’economia della storia e della narrazione. Per me la forza del film risulta dal racconto di una storia in certa misura universale e non storicamente situata. Il film ci piace perché ci riconosciamo in Adèle, banalmente.

  2. Emanuele, devo essermi spiegato male: non credo che il film abbia vinto solamente per le tematiche trattate; credo, però, che il tema abbia aiutato. Pur ritenendolo un buon film non sono sicuro che avrebbe vinto se avesse trattato la vita di un ragazzo eterosessuale (ed il genere forse conta non meno delle preferenze sessuali). Dobbiamo ammettere che a volte alcune scelte, pur artisticamente motivate, sono prese anche tenendo conto di motivi extrartistici. D’altronde l’ho detto: credo che il film meriti attenzione al di là di ciò di cui parla, e spero di averne parlato come, innanzitutto, si dovrebbe parlare di un film incentrato su una storia di amore. Riguardo l’ossessione: credo che tu legga nel mio uso della parola un giudizio negativo. Che ci può stare, ma non necessariamente, e non nel mio caso. Pensando a come rispondere mi è tornato in mente Gatsby, ed il suo amore “folle” per Daisy. Ora, purtroppo o per fortuna, non tutti gli innamorati si ossessionano cercando di far rivivere un passato che non può tornare. Tu dici che si tratta semplicemente d’amore, ma non sono del tutto d’accordo: pure Emma ama ed è innamorata, ma il suo finale è più “pacificato” di quello di Adèle. Per il resto sono d’accordissimo, il film piace perché la storia di Adèle non è una storia d’amore sui generis: è la storia d’amore di tanti di noi.
    Lorenzo

    1. Alice Gazzani ha detto:

      Non credo che la crisi tra le due donne avvenga “a causa di quella mancanza di autocoscienza che pervade la protagonista”. Avviene perché Emma è ossessionata dalla sua ambizione, che cerca di trasmettere ad Adèle assumendo nei suoi confronti quel ruolo di guida quasi paternalistica; non riesce ad accettare, quasi a concepire, che la felicità di Adèle si risolva nell’amore che prova per la sua compagna e nell’umile lavoro di maestra che svolge. Adèle percepisce questo progressivo allontanamento della donna che ama, percepisce lo scemare del desiderio sessuale e allora, giusto o sbagliato che sia, arriva al tradimento.
      Forse Adele non era pronta, non so; sicuramente è sola e traspare un certo disagio, ma non credo quest’ultimo sia dovuto alla mancanza di autocoscienza della sua omossessualità, che a mio parere Adèle ha accetato in modo autentico e naturale. Credo che il disagio della protagonista sia più dovuto a questa incapacità di comunicare la propria
      omosessulità agli amici, alla famiglia, ai suoi colleghi di lavoro, per paura di non essere accettata nello stesso modo in cui lei stessa ha colmato quella mancanza che il rapporto eterosessuale le provocava, cioè amando e lasciandosi amare da una
      donna. La scrittura, per sè, la aiuta e credo sia la prova della consapevolezza di Adèle nei confronti della realtà che vive.
      Adèle è semplice, è ingenuamente attacata alla vita, come giustamente hai scritto, e non è ambiziosa; ma non possiamo di certo rimproverarla per questo e da ciò suppore che si lasci trascinare inconsapevolmente dagli eventi.
      Questo è quello che ho percepito io.
      Nella scena finale del film, mentre Adèle si allontana di spalle allo spettatore, sarei voluta entrare nello schermo, raggiungerla, abbracciarla e dirle “Ecco la tua avventura. Non è né allegra né triste, è la vita”. Ma credo che sia
      la conclusione alla quale è arrivata anche Adele, consapevolmente

  3. Marcello ha detto:

    Film banalissimo e al tempo stesso pretenziosissimo: tre ore per raccontare ciò per cui ne sarebbe bastata una. Al solito, viene considerato un ottimo film solo perché tratta in maniera giusta un tema che è giusto trattare, ma, purtroppo (per fortuna!) non bastano gli intenti per fare un buon film. Senza poi contare tutti i problemi narrativi e di regia.

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