Trieste Science+Fiction Festival. Ultima giornata: Rio 2096 e premiazioni

di Alessandro Squizzato

Trieste Science Fiction Festival 2013, Copyright Agnese Divo.
Trieste Science Fiction Festival 2013, Copyright Agnese Divo.

[Dal 30 ottobre al 3 novembre si è tenuto a Trieste il festival della fantascienza. Alessandro Squizzato ne ha scritto per Il CorsaroVi riproponiamo il suo reportage dell’ultima giornata, precedentemente uscito sul blog dell’autore]

A Trieste arriva l’autunno e il TS+F 2013 celebra l’ultima giornata con alcuni tra gli appuntamenti più attesi: la proiezione del film d’animazione Rio 2096,  l’arrivo di Gabriele  Salvatores al festival  e ovviamente l’assegnazione dei premi.

Rio 2096 – Uma historia de amor e furia  (Brasile, 2013) scritto e diretto da Luiz Bolognesi ha già vinto alcuni premi in festival di genere in giro per il mondo. È un film con una missione, lo si capisce subito e lo conferma Bolognesi: vuole essere la biografia non autorizzata del Brasile, descriverne il filo conduttore dall’arrivo degli europei nel 1500 fino ad un ipotetico futuro nel 2096.
Un guerriero indio ha la capacità di sopravvivere ai secoli nella forma di un passero e di tornare uomo ogni volta che nelle epoche rincontra la donna che ama. E in ogni epoca è in corso uno scontro tra uno spirito benigno e uno malvagio, tra il popolo sfruttato e chi lo sfrutta. Nel 1500 con la decimazione degli indios nelle battaglie tra Francia e Portogallo.  Nel 1800 con la schiavitù e le rivolte stroncate nel sangue. Negli anni ’70, nella lotta armata dei gruppi marxisti contro la dittatura e infine in un futuro distopico in cui l’acqua è divenuta l’oggetto centrale della speculazione economica e la lotta continua per restituirla alla popolazione. Una “favola cruda”, vagamente assonante a quelle di Gabriel Garcia Marquez, in cui non si risparmia la brutalità, non per spettacolo ma per non tradire la verità storica effettivamente brutale delle vicende rappresentate.
Sei anni di lavorazione, buona parte del lavoro è stato fatto “all’antica”, con disegni su carta e con un apporto marginale del computer.
Un racconto ispirato, sia nella sceneggiatura che nelle immagini, una storia che prende allo stomaco ed evoca un certo spirito epico, nella lotta che attraverso i secoli muove l’amore e la furia degli uomini liberi.
La sensazione è che davvero questa biografia riesca a rivoltare come un calzino l’immagine mediatica della nazione del calcio e del carnevale, restituendole il verso giusto che non dimentica il genocidio degli indios e che non nasconde il ribollire della lotta per la liberazione umana. Una lotta in cui i più deboli sembrano perdere sempre, senza scampo, predestinati dal soffiare di uno spirito maligno, ma che deve continuare perché “solo continuando a lottare potremo vincere” e soprattutto perché “chi non ricorda il passato vive nell’oscurità”.

Serata di premiazioni chiusa da Gabriele Salvatores, intervistato in sala  sul film di fantascienza italiano per eccellenza: Nirvana. Un film nato, come confessa fintamente imbarazzato, giocando con il Nintendo assieme ad Abatantuono: “Ma i personaggi dei videogiochi quando spegnamo dove vanno? Si fanno la doccia…hanno una moglie…”; e che poi si è caricato di significati fino ad una associazione di idee fondamentale, nel ’94 Kurt Cobain si era ucciso per “non partecipare più al gioco”. Uscire dal gioco. Nirvana. Tra  filosofia indiana e teoria del cinema Salvatores sintetizza: il film ha due anime, quella dei Lumière e quella di Méliès. Il realismo e il fantastico. Per lui il fantastico può descrivere anche quei livelli di realtà che non si vedono ad occhio nudo, e a lui piace fare quello. In lavorazione proprio qui in città il suo prossimo film Il ragazzo invisibile. Premio Urania alla carriera (consegnato da una valletta-robot che occuperà i sogni dei peggiori nerd della sala), applausi e arrivederci.

E chiudiamo definitivamente la rassegna con i premi.
Premio Méliès al miglior corto: Happy B-Day (Germania, Holger B. Frick), horror slasher ben fatto.
Premio del pubblico (assegnato dai voti degli spettatori in sala) Robot  & Frank (USA, Jake Schreier), di cui abbiamo già parlato. Il cesto di gattini vince sempre. Una commedia costruita per sciogliere il pubblico e far ridere, ma con una  certa intelligenza. La sala ovviamente apprezza.
Premio Méliès al miglior film (che andrà a giocarsi il premio europeo come miglior film fantastico): The strange color of your body’s tears (Francia, Helene Cattet – Bruno Forzani).  E anche di questo abbiamo parlato, non bene. La giuria sceglie l’unico film fischiato dal pubblico in tutto il festival e il pubblico chiarisce il concetto. Fischi e proteste, molto imbarazzo dagli organizzatori sul palco che inspiegabilmente non erano preparati. Premio ritirato dalla giuria e capitolo chiuso in fretta in modo piuttosto impacciato.
Per il primo anno viene assegnato, su iniziativa del maestro degli effetti speciali Sergio Stivaletti, che lo impone quasi “in corsa”, il premio ai migliori effetti speciali. La cosa curiosa è che contro ogni rivalità di parte tra effetti pratici e CGI, il premio va a Big Ass Spider (USA, Mike Mendez) interamente concentrato sulla computer grafica.
E infine il premio principale, l’Asteroide del festival che viene assegnato al film forse più a tema (in una rassegna che in barba al nome ha dedicato quasi tutto lo spazio al genere horror), ovvero Europa Report (USA, Sebastiàn Cordero). Film a basso budget che annulla il gap grazie alle tecniche di regia. Otto telecamere a riprendere le scene, un grosso lavoro di montaggio a sopperire alle inquadrature strette di buona parte del girato.  Ancora nel 2013 dal primo atterraggio sulla Luna di cartone del 1902 è lo Spazio a catturare fantasia ed emozioni.

Con una buona offerta complessiva di film e una densità di appuntamenti e side-show davvero apprezzabile, il festival si chiude nell’entusiasmo per il successo costante di pubblico che ha riempito sia la scena principale della sala Tripcovich (900 posti), sia il teatro Miela. Un risultato che pone basi solide di crescita per le edizioni future, che forse avranno l’opportunità di raccontare con passione e competenza il ritorno all’espansione di un genere che col tempo si è espanso e contratto, ha mutato forme, ma non ha mai perso lo scopo seminale di far fare un balzo avanti alla nostra fantasia e alle nostre ambizioni, che sia a spinta o che sia a calci.

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