Trieste Science+Fiction festival, terza giornata: Returnados, Europa Report, Painless e The strange color of your body’s tears

di Alessandro Squizzato

trieste science fiction 2013-3

 [Dal 30 ottobre al 3 novembre si è tenuto a Trieste il festival della fantascienza. Alessandro Squizzato ne ha scritto per Il CorsaroVi riproponiamo il suo reportage della terza giornata]

Terza giornata supermassiva al Trieste Science+Fiction  2013, dalla mattina con i primi “Incontri di futurologia” che nel vero spirito della fantascienza discutono di futuri possibili dal download e l’industria musicale fino alle nuove frontiere delle stampanti in 3D.

Il programma filmico si appesantisce e inizia con Returnados (The returned), spinto dalla forza della serie di REC con cui condivide la squadra e Manuel Carballo, produttore della saga zombesca e regista dell’opera in visione. Ancora zombi? Beh, intanto non è educato usare la parola con la zeta…
I morti che camminano sono stati raramente di moda come oggi, sparsi un po’ ovunque nelle forme più disparate, dagli horror alle grandi produzioni con Brad Pitt, fino alla televisione. Manuel Carballo, presente in sala, sfrutta evidentemente il filone e soprattutto l’evidente opportunità di poter dire “dai creatori di REC”… ma sposta l’attenzione su altro.

Insomma, viviamo in una società avanzata, la scienza fa miracoli, e se l’epidemia zombie si riuscisse a tenere sotto controllo? Se con un vaccino giornaliero gli infetti potessero essere persone normali?
I problemi rimarrebbero. La cura costa, le risorse sono limite, bisogna ridurre la spesa pubblica…non costerebbe meno confinarli in aree “protette”, recintate… E comunque sono infetti, siamo sicuri che non è contagioso?
Il regista mette le mani avanti: “non aspettatevi il film di zombie splatter”.  E conviene prenderlo in parola. Returnados è un bel dramma dove sì, “i veri mostri sono gli altri esseri umani” e questa ormai l’abbiamo imparata, ma anche pieno di curati approfondimenti sulle relazioni sentimentali, sull’egoismo che esplode anche dai sentimenti più nobilitati. E in ultima istanza, come spiega Carballo in coda alla proiezione, una denuncia del cinismo economico ai tempi della crisi, con riferimenti a fatti e cose reali della sanità spagnola per nulla casuali.

La narrazione scorre un po’ piatta, l’occhio si sposta  forse poco dai protagonisti per  poterci raccontare un po’ di più dell’interessante contesto, ma non perde mai il favore della sala grazie all’intensità e alla bontà di dialoghi e reazioni umane. “Al posto di zombie si poteva dire dissidente politico, sieropositivo, lebbroso, non sarebbe cambiato niente”, vero, come per buona parte degli altri buoni film di zombie.

Europa Report (USA, Sebastiàn Cordero) ci porta finalmente nello spazio. Film di tema classico, la frontiera, la scoperta.  Il budget è ristretto ma al regista – crediamoci – piace così,  perché “quando giri un film e devi farci i conti, a mio avviso queste circostanza ti costringono a definire uno stile personale”. E niente da dire, mi trova in linea.

Painless (Spagna, Francia, Juan Carlos Medina). 1931, Spagna franchista: nei Pirenei i bambini nascono con una malattia strana, non sentono il dolore e sviluppano una percezione dei valori umani. Sospendiamo l’incredulità per goderci il film e facciamo finta che sia una cosa negativa.
Spagna, 2000: un incidente d’auto collega David a questo inquietante passato.
Un film sul valore formativo della sofferenza, con alle spalle anche un po’ di ricerca medica. Il pubblico apprezza e non è escluso che se la giochi per il primo premio.

22.30: la temperatura nella hall è accessibile solo ad alcuni batteri che vivono nella lava fusa, si cerca refrigerio in sala ed è lì che scatta la trappola. The strange color of your body’s tears. Premio della rivista cinematografica Nocturno di quest’anno, della coppia francese Hélene Cattet e Bruno Forzani (già autore del piuttosto rinomato Amer). Presentato dal produttore come un omaggio al cinema giallo italiano degli anni ’70 ma soprattutto come un film sensoriale.
Trattasi, signori e signore in sala, di filmone surrealista, sfacciatamente ermetico. Questa era la premessa che andava fatta alla sala Tripcovich gremita e piena di aspettative.
The strange color inizia subito unendo un sonoro aggressivo, di rumori quasi distorti dagli alti sparati a palla e inquadrature furibonde, contorte. Le citazioni al giallo ci sono, le nota anche un conoscitore sommario come il sottoscritto, belle, concettuali. Ma il film ignora la caratteristica più importante di quei film: l’essere commerciali. Quello di Bava, Argento, Fulci, Margheriti era un genere che doveva portare la gente in sala e farle venire voglia di tornare. Raccontavano storie bizzarre, malate, con mezzi personali e creativi ma comprensibili, provocatorie ma divertenti. Il film vuole fare altro. Inquadrature stupende per colori e simmetrie, scene capaci di comunicare letteralmente sensazioni fisiche vengono montate in modo caotico, a volte in loop ripetitivi avulse dall’avanzamento della trama, con flasback e flashforward impossibili da decifrare se non molti minuti dopo. Voluto? Credo fino ad un certo punto. La trama c’è, riprende molti stilemi del genere classico (la casa, l’assassino senza volto che uccide per motivi ancestrali, i personaggi grotteschi), volendo essere precisi è anche un po’ farraginosa per un giallo, quindi l’intento di raccontare una storia in partenza c’era.  Gli spiegoni, interpolati alle lunghissime parti in cui la trama ristagna sotto le esplosioni di colore, sono chiaramente delle concessioni per riportare al passo lo spettatore, ma falliscono. Troppe sono le cose che sfuggono. Troppa la confusione sui personaggi. Troppi i dubbi se ciò che hai appena visto era successo, era una interpretazione surreale di una cosa successa o era un incubo.
Mi ricordo (ho avuto molto tempo per pensare durante la proiezione…) cosa scriveva  Italo Calvino nelle Lezioni americane sull’importanza della leggerezza che doveva condizionare la densità di significati dell’arte. Questo film è pesante in senso calviniano. Mi chiedo, con serissime sopracciglia aggrottate, se la sperimentazione artistica sia sempre giusta, anche quando non viene capita. Oppure se esiste un limite tra l’essere ermetici e il mettersi a parlare da soli che rappresenta oggettivamente un fallimento nel far parlare la propria arte al pubblico.
La sala del TS+F è certo più avvezza ai cinema d’essai che ai pop corn, è un pubblico maturo, curioso e la risposta che ha mi aiuta a sciogliere qualche nodo. Una risposta cacofonica almeno quanto il comparto sonoro del film: bisbiglii di frustrazione, bisbiglii di ragionamenti (che mi ricordavano i calcoli a voce alta che si sentivano in classe al liceo durante la decifrazione delle derivate), almeno un paio di sconfitti caduti a russare. Qualche fischio e un plateale rifiuto dell’applauso di almeno metà dei sopravvissuti. Ad un film che, ripeto, in un’installazione alla Biennale di Venezia, scomposto in 30 videoclip musicali, in quadri e fotografie artistiche tanti quanti i fotogrammi da cui è composto, non avrebbe mai fallito nel lasciare chiunque a bocca aperta.
Ma un film di 102 minuti è un media con delle regole. Le regole sono uno strumento democratico, che  aiuta gli uomini a comprendersi nel contesto sociale, indispensabili anche alla libertà. C’entra? Mah, lasciamolo all’interpretazione.

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