Trieste Science+Fiction Festival. Prima giornata: The man who fell on Earth e Byzantium

di Alessandro Squizzato

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[Dal 30 ottobre al 3 novembre si è tenuto a Trieste il festival della fantascienza. Alessandro Squizzato ne ha scritto per Il Corsaro. Vi riproponiamo il suo reportage della prima giornata]

Iniziamo la corrispondenza dal Trieste Science+Fiction festival, rassegna internazionale del cinema di fantascienza. Partiamo col report della prima giornata con The man who fell on Earth (Nicolas Roeg, 1976) e Byzantium (Neil Jordan, 2013).

Dall’atterraggio sulla luna di cartone di Le voyage dans la Lune nel 1902 alla contemporanea Sandra Bullock rotante di Gravity, lo spazio ha sempre creato, attirato immaginario filmico. Prima e dopo che la vera corsa allo spazio rappresentasse la frontiera per il nostro pianeta. Ma la fantascienza è esplosa in tante e tali diramazioni da diventare qualcosa di non semplice definizione, tenuto assieme e distinto forse da una generale inclinazione ‘positivista’, con la voglia di raccontare qualcosa che andasse oltre, anticipasse, spingesse in avanti l’attuale ricezione del genere umano.

Nel 1963 a Trieste, nell’importante cornice del castello di San Giusto nasceva il festival internazionale della fantascienza. Interrotto negli anni ’80  e ripreso nel 2000, quest’anno il TS+F (Trieste Science+Fiction festival) festeggia i 50 anni dalla fondazione.
Organizzata da “La cappella underground-Centro Ricerche e Sperimentazioni Cinematografiche e Audiovisive”, che ha la tana in una cappella sconsacrata in città, l’edizione 2013 è partita ieri, dopo un lungo prologo caratterizzato da I giorni dei mostri e delle astronavi. La mostra sui 50 anni di immaginario fantascientifico al Magazzino delle idee che resterà aperta fino al 24 novembre. Un buon posto per documentarsi su cosa, tra remake e ripp off, butterà fuori Hollywood nei prossimi 50 anni.
Oggi il festival non ha dimensioni sterminate ma pare ben supportato dagli ambiti istituzionali, associativi e scientifici. Ben curato e caratterizzato da una apprezzabile ‘densità’, che dimostra la passione per il genere: dalla locandina (e i vari elementi grafici) disegnati di Mario Alberti (Sergio Bonelli Editore, DC Comics) ai vari spot e intermezzi filmici. Il tutto racchiuso in prezzi assolutamente popolari, altro e non ultimo aspetto apprezzabile dell’organizzazione. Prima serata con pubblico da festival cinematografico, tendenzialmente giovane ma non giovanissimo, che riuniva allegri natanti nelle secche dei 30 anni con molti che quella boa l’hanno doppiata. Niente sfilate di ingegneri quarantenni vestiti da schiava del sesso di Orione, chi è nerd là dentro lo tiene per sé e porta la croce con garbo.

L’antipasto è stata una trovata non da poco, la versione ristrutturata in digitale (e integrale) di The man who fell on Earth (Nicolas Roeg, 1976). Primo film con David Bowie, con il suo corpo alieno ed androgino cucito sul protagonista. Un film diventato classico nel tempo, ma pensato come prodotto di genere. Uno di quei prodotti in cui si poteva rischiare, sperimentare. E in questo caso un esperimento di quelli pericolosi, da scienziato pazzo. L’uso della camera è un po’ (troppo) schizofrenico, in una varietà di registri che le prova tutte, da una soggettiva avanti di decenni a stili più classici. Tra una contorsione carnale e l’altra (rese con grande impatto, va detto) un continuo gioco di sovrapposizioni: nello spazio, nel tempo, di scene, col montaggio, con gli effetti sonori, di registri, metaforiche e sensoriali. Un lungo (circa due ore e venti…) divertimento con l’incrocio di sguardi sul genere umano, fotografato in modo naturalistico o al negativo, della visuale aliena. Una esperienza da fare che come film nel suo complesso forse paga il prezzo della briglia sciolta nella fluidità e nella coerenza generale. Fuori concorso, voto fuori scala.  Note a margine, il figlio di David Bowie, Duncan Jones, fa anch’egli una sortita nella fantascienza nel 2009 con il bellissimo Moon.

La vera anteprima della giornata però è stata Byzantium (Neil Jordan, 2013). Il regista di Intervista col vampiro torna sui vampiri, perché evidentemente gli sembrava fosse uscito poco sul tema negli ultimi anni.
Cosa c’entra con la fantascienza? Niente. Il festival non fa mistero di aprirsi ad altri sottogeneri, prendendo la categoria estesa di “fantastico” come suo limite. E infatti in programmazione sembra esserci anche molto horror. Vedremo alla fine se l’effetto sarà positivo o meno.  Byzantium sembra stare nel mondo dell’Intervista col vampiro, classicheggiante, innamorato del 1800, che innesta l’essere mitologico in forti e molto umane tensioni esistenziali. Eppure parla di vampiri diversi, quasi impotenti, capaci di pagare il tempo col sangue e attraversare i secoli, congelati nell’età della loro trasformazione, eppure non così superiori agli umani. Più zanzare che predatori. La regia è quella brevettata da Jordan. Solenne, cadenzata, piacevole ma non esattamente innovativa. E anche nel genere vampiresco non mi sembra sia stato aggiunto qualcosa di nuovo, né sia stata battuta qualche strada originale. L’approccio però non è banale, è una bella storia di vampiri che attraversa i secoli ma tiene i piedi in una crepuscolare Irlanda contemporanea. La storia è sentimentale, non indulge certo alle scene d’azione, ma il pubblico in sala era catturato e ha risposto puntualmente ai due-tre ammiccamenti emozionali distribuiti lungo il film. Chi ama il genere amerà, chi odia il genere si fidi di un collega.

Il festival inizia mettendo #inthemoodofsciencefiction, con la carica per le giornate successive, con qualche pellicola interessante, il passaggio con premiazione di Gabriele Salvatores (in questi giorni al porto vecchio di Trieste per le riprese del prossimo film) e gli incontro di futurologia. Tutte cose di cui parleremo.

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