Dal dimenticatoio dell’editoria: Erich Linder, agente letterario (parte 2)

di Silvia Costantino

Ben Shahn - For the sake of a single verse
Ben Shahn – For the sake of a single verse

Prosegue e si conclude la panoramica su una figura fondamentale e quasi rimossa dell’editoria italiana, l’agente letterario Erich Linder. La prima parte si trova qui.

IV.

Erich Linder sceglie il mestiere di agente letterario dopo un percorso iniziato con il desiderio di editore. Aveva ben presente, nel dopoguerra, quale fosse la situazione economica e culturale italiana. Ma per Linder era chiaro anche che non sarebbe stato sufficiente fare ripartire l’editoria italiana nella forma in cui era stata fino ad allora, un ibrido tra il mecenatismo e una certa ingenuità paternalistica che precludeva una grande fetta di mercato agli stessi editori.
Le questioni economiche, in editoria, sembravano essere costantemente messe da parte, e questo danneggiava tutte le parti del processo: l’editore, che non era in grado di formarsi un catalogo ordinato e aperto capace di seguire i gusti del pubblico e di crearsene uno; e l’autore, che spesso e volentieri non traeva il minimo profitto dal proprio lavoro.
Linder è consapevole del carattere anomalo dell’editoria, e pur auspicando una maggiore industrializzazione del sistema, si dice scettico riguardo un cambiamento radicale, anche perché – come dice nell’intervista a Enrico Romero – la maggior parte degli editori è nella condizione quasi schizofrenica di dover conciliare le proprie idiosincrasie letterarie con la necessità di sostenersi economicamente, e dunque di vendere.
La sintesi, molto chiara, delle perplessità e delle idee di Linder riguardo la struttura industriale italiana – ma anche internazionale – è nella risposta a questa domanda.

Per esempio, l’editore diventerà finalmente un industriale?

Le risponderò in altro modo: immagini di essere un consulente aziendale e che da lei venga un signore che le racconta di aver ereditato alcuni miliardi da una vecchia zia e che con questi miliardi ha intenzione di mettere in piedi un’industria che produrrà, diciamo, 200 prodotti diversi all’anno, tutti diversi, con unità di produzione media fra le 2000 e le 8000. Lei, consulente industriale, direbbe a questo signore di stare buono, gli offrirebbe un cognac, lo stenderebbe su un divano, chiamerebbe due robusti guardiani da una casa di cura e lo farebbe ricoverare.
Noi parliamo di industria editoriale, ma l’industria editoriale che produce una gran quantità di prodotti a un’unità di produzione necessariamente piccola è tutto il contrario dell’industria. Quindi possiamo dire che l’editoria probabilmente continuerà a cambiare, probabilmente adotterà un maggior numero di accorgimenti tipici dell’industria, ma un’industria è qualcosa che produce dieci prodotti all’anno in unità di un milione, e non un’industria che produce un milione di prodotti in unità di dieci.

Il principio fondamentale del mercato librario rimane la vendita, la collocazione di un libro nel posto migliore al momento più adatto: in questo senso allontana l’idea di uno snobismo culturale che vede nei best seller o nei romanzi di consumo (midcult, si direbbe forse adesso) qualcosa di sbagliato. Ciò che Linder stigmatizza dell’industria libraria, soprattutto nella fase ‘espansionistica’ (seguo la definizione e la cronologia di Gian Carlo Ferretti in Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Einaudi 2004) tra il ’68 e gli anni ’80, è la mancanza di organizzazione, di un’organizzazione analitica che permetta indagini di mercato e dunque previsioni, inesatte ma più realistiche di quella che a lui sembra ancora una mentalità ingenua:

Per ora, in attesa che queste indagini si facciano con cervello, gli editori continuano a produrre in modo anti-industriale, procedendo vuoi per tentativi, vuoi allacciandosi a filoni che ritengono di successo (un romanzo sui medici che abbia avuto fortuna se ne tirerà dietro una mezza dozzina che hanno, in comune col capostipite, soltanto i camici bianchi e dosi di sessualità alla penicillina). La speranza che le cose migliorino, almeno in termini ragionevoli, evitando sprechi peggiori, non è grande, anche se i mezzi per studiare il mercato non mancano: in settori come quelli delle edizioni cosiddette tascabili (usare il termine di edizioni “economiche” suonerebbe irrisione quando un libro “economico” si vende ormai in più di un caso a un prezzo di 30 lire la pagina) le tecniche di rilevazione del rapporto fra acquirente, collocazione del punto di vendita e qualità del prodotto sono tutt’altro che impossibili.

In una fase espansionistica del mercato, nel tentativo di vendere il più possibile, è necessario produrre una grande varietà di scritture: non necessariamente però alla varietà deve corrispondere una altissima quantità di tirature. Linder aveva un’idea precisa di come far funzionare il mercato librario, dall’abolizione della possibilità di resi all’ostilità nei confronti di una legge assistenzialista da parte dello stato, priva di incentivi reali per l’espansione e l’evoluzione, già di per sé limitata, dell’industria editoriale. Il meccanismo doveva funzionare perfettamente, dalla scelta degli autori – e ancora una volta è importante ribadire che non contava tanto il tasso di letterarietà, per Linder nella Ali, quanto la sua potenziale collocabilità e vendibilità: questo però non significava, nel pensiero di Linder, abbassare la qualità della letteratura nel tentativo di una vendibilità maggiore, anzi, riteneva che la «volgarizzazione merceologica del libro» fosse un’illusione, un errore che presto o tardi sarebbe stato pagato.

Bisogna infatti ricordare che Linder inizia a lavorare, e raggiunge l’apice della propria carriera, proprio in un periodo di crescente scolarizzazione e alfabetizzazione, che significa anche l’aumento del numero di lettori in Italia, e il consequenziale aumento della produzione. È Vittorio Spinazzola, in un’inchiesta condotta per «Catalogo generale 1958 – 1978», a porre a Linder le domande più dirette tra ruolo del lettore “di massa” e mutamenti dell’editoria. Si avverte, nelle domande di Spinazzola, un certo scetticismo riguardo alle possibilità del libro in un futuro in cui l’aspetto ludico è affidato sempre più ai canali di comunicazione di massa, oltre a una evidente diffidenza nei confronti di quella che lui definisce «la vecchia letteratura popolare» di pertinenza unica dei «ceti subalterni». Linder si oppone con forza a questo sistema ideologico: liquida rapidamente la domanda su una possibile funzione indottrinante dell’editoria, contrastandola fortemente e tornando ad affermare la necessità di una riorganizzazione del sistema editoriale; rifiuta completamente l’idea della scomparsa di una letteratura popolare e subalterna («se così fosse, dove collocheremmo Dickens, Thackeray, Trollope?») e afferma che esiste, e sempre esisterà, una narrativa di ampio consumo, di qualità maggiore o minore; e ribalta quasi completamente le basi della domanda di Spinazzola sul rapporto tra narrativa di intrattenimento e scritture di tipo tecnico, affermando che più probabilmente a estinguersi – non del tutto: la crescente scolarizzazione significa infatti un aumento della domanda di manualistica – sul versante cartaceo saranno queste ultime, in virtù di una maggiore fruibilità, mentre la produzione letteraria rimarrà fedele all’editoria tradizionale.

V.

Linder, concorde forse per l’unica volta con Spinazzola, lamenta la disinformazione del pubblico nei confronti del lavoro editoriale. Il ruolo dell’editore, in un’organizzazione industrialistica del mercato librario, ha un’importanza preminente tra i comparti del settore per quanto ne riguarda la modernizzazione, ma Linder non trascura il rilievo dell’altro principale motore di ogni mercato e ogni industria: il pubblico. In numerose interviste è stato toccato l’argomento; l’agente stesso, nella sua prefazione a La verità sull’editoria di Sir Stanley Unwin, rivolgendosi ai lettori ricorda loro che è auspicabile, se non necessario quando più addentro al lavoro editoriale, conoscere le dinamiche di un settore in continua evoluzione e in costante movimento: «è bene che il lettore sia in possesso del maggior numero di dati ed elementi per formarsi un proprio giudizio, e per intervenire egli stesso nel progresso editoriale […]. Un pubblico cosciente dei problemi editoriali può facilitare ed accelerare il progresso editoriale, che è sempre anche progresso culturale».

La parola ‘informazione’ assume per Linder un connotato ben definito quando si tratta dei rapporti con il pubblico: egli infatti nota ripetutamente, e stigmatizza, l’assenza pressoché totale di tentativi di avvicinamento del lettore da parte degli editori. Una carenza grave, che ha la sua origine in molti settori dell’ambiente editoriale: la mancanza di analisi di mercato specifiche che permettano di individuare obiettivi più precisi, l’assenza di campagne pubblicitarie ad hoc, che non si limitino alla pubblicazione di un catalogo generale o a saltuari trafiletti, la cattiva organizzazione delle librerie, la mancanza di comunicazione e cooperazione tra uffici stampa e editore. Linder suggerisce che i libri non debbano essere venduti e pubblicizzati solo nei luoghi deputati, ma che vadano diffusi anche negli ambienti in cui è plausibile che ci siano persone interessate alla lettura di un certo particolare volume:

Mi sono sempre chiesto con meraviglia perché un’opera, ad esempio, sulle Crociate non venga promossa specificamente nei confronti dei professori di storia, dei quali pure esistono elenchi abbastanza curati, o perché l’editore che pubblichi un libro sui Fiori Italiani non induca i fioristi ad esporre una locandina (sull’ipotesi, che mi auguro non del tutto sbagliata, che almeno alcuni di loro che acquistano fiori li considerino qualcosa di più che un mezzo di seduzione). Gli esempi sono, lo so, banali: ma in molti casi ci si augurerebbe che i venditori di libri e gli esperti pubblicitari che lavorano nell’editoria si elevino almeno ad un buon livello di banalità.

La maggiore osmosi (termine linderiano) fra editore e lettore è per Linder fondamentale perché permetterebbe previsioni più accurate per un piano editoriale, il che a sua volta significherebbe una minore dispersione nella produzione e dunque una produzione più ridotta ma più mirata, che permetterebbe un abbassamento dei costi del libro.
È dunque necessario qualificare il lavoro del libraio, rendendolo partecipe del lavoro editoriale. Linder auspica una formazione completa di ogni lavoratore dell’editoria, sostenendo che un bravo libraio può essere un bravo redattore e un bravo editore deve essere un bravo libraio: lo afferma sicuramente con cognizione di causa, avendo lui stesso lavorato alla libreria Einaudi di Milano prima di entrare in Ali.

Per quanto riguarda il rapporto del libraio con l’editore, inoltre, in un periodo particolare come il 1981, in piena stagnazione economica dopo il boom, gli accorgimenti per mantenere le vendite sono indicati in modo molto chiaro:

Quanto ai librai debbono rendersi conto che la facoltà di restituire i libri invenduti agli editori è un vantaggio illusorio: il costo dell’operazione è altissimo, e il libraio, accettando che l’editore gli riempia la libreria di titoli scelti dall’editore anziché dal libraio, squalifica la libreria e la trasforma in un anonimo deposito di libri. È nell’interesse dei librai opporsi a questo sistema, rinunciare alla facoltà di resa, e chiedere, in cambio, maggiori sconti. Tutti ne guadagnerebbero: le tirature degli editori riprenderebbero contatto con la realtà, le librerie tornerebbero ad essere librerie anziché depositi di novità editoriali, i prezzi dei libri non aumenterebbero (anzi, diminuirebbero), e i librai potrebbero trattare con gli editori condizioni più favorevoli d’acquisto.

L’ultimo aspetto da trattare, quello che per Linder forse era al di sopra persino dei suoi autori, è il valore della letteratura, della cultura in generale. È evidente anche dalle poche righe citate nel corso di questo saggio quanto per lui il valore dello studio e dell’informazione siano importanti: la letteratura, e in particolare la narrativa, per lui è forse il più importante dei pilastri su cui si basa la formazione di un individuo. Nell’intervista per La fiera letteraria, oltre alle domande sulla sopravvivenza dell’oggetto libro nell’era della comunicazione di massa, ce n’è una, l’ultima, in cui gli si chiede cosa ne pensi della crisi del romanzo. Questa è la sua risposta:

Il sabotaggio del romanzo operato da certi scrittori è una delle cose più idiote che conosca. È solo un sintomo di impotenza.

Con buona pace dello strutturalismo e probabilmente anche della neoavanguardia, il romanzo (inteso come narrativa tradizionale e popolare, di qualsiasi livello) non è affatto in crisi: una risposta che si potrebbe dare tranquillamente a tutti coloro che, ciclicamente, parlano di morte della letteratura, morte del romanzo, fine della storia.

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