Dal dimenticatoio dell’editoria: Erich Linder, agente letterario (parte 1)

di Silvia Costantino

Ben Shahn - Father Coughlin
Ben Shahn – Father Coughlin

Introduzione. Il dimenticatoio

Vedete com’è ingiusta la vita. O la morte, il suo rovescio. Erich Linder ha dominato per decenni il mercato librario italiano, è stato a lungo l’unico agente letterario con un autentico potere dalle nostre parti, quello che ha regolato le carriere di autori italiani e stranieri, che ha imposto norme di condotta, di reciproco rispetto agli editori, che, insomma, ha applicato la legge, la sua legge, in questo selvaggio West, e oggi, se avessi bisogno di sapere la sua data di nascita o qualsiasi altro suo dato, non saprei a quale fonte a portata di mano rivolgermi. Di Erich Linder, infatti, non fa parola l’Enciclopedia Universale Garzanti familiarmente detta Garzantina, non fa parola il Dizionario Bompiani degli autori di tutti i tempi e di tutte le letterature, e neppure fa parola il Dizionario bibliografico Einaudi degli autori italiani. Inutile sfogliare questi testi e altri consimili.

Pur gravitando attorno alla letteratura e all’editoria ormai da diversi anni, non avevo mai sentito parlare di Erich Linder fino al momento in cui mi è stato assegnato il saggio finale del corso per redattori editoriali che ho seguito l’anno scorso (e di cui questo è l’esito). Mi sono rapidamente convinta di quanto questa fosse una grave mancanza, e non solo mia: l’università tende a far passare la parte “industriale” della letteratura, ovvero la produzione di libri, come pura merceologia, come la parte marcia della cultura. Se già era un po’ di tempo che la pensavo diversamente, nell’ultimo anno ho avuto modo di ricredermi e lo studio su Linder è stato un grande peso sulla bilancia. È impressionante come personalità di rilievo fondamentale nella storia della produzione letteraria italiana passino del tutto in secondo piano rispetto a quelle di editore e di autore, anche quando il merito della pubblicazione o dell’acquisizione di un dato romanzo è frutto del lavoro di questi mediatori. Probabilmente il più importante tra i pochi personaggi del settore conosciuti dalla stampa è Erich Linder, sotto la cui direzione l’Ali, Agenzia Letteraria Internazionale, assunse dimensioni e importanza inaudite per l’epoca. La quantità di libri di successo pubblicati, la qualità della maggior parte dei romanzi selezionati, l’attenzione agli autori e l’introduzione massiccia della letteratura straniera sono innovazioni dovute principalmente a Linder, primo e autentico agente letterario italiano.
La figura di Linder è straordinaria sotto molti aspetti: la sua storia personale prima di tutto, avventurosa e decisamente romanzesca; il suo rigore nel gestire l’Agenzia e la totale consapevolezza del ruolo e del potere che aveva assunto con il passare del tempo; il carattere decisamente poco incline a mediare o a trovare soluzioni al ribasso, ciò che ha fatto sì che l’editoria italiana cambiasse, e non di poco, la propria struttura interna e trovasse una regolamentazione che non fosse basata sulla speculazione a danno dell’autore.

[per questo saggio sono state fondamentali le seguenti fonti: la monografia di Dario Biagi, Il dio di carta (Avagliano, 2007), le interviste messe a disposizione dall’Archivio Erich Linder della Fondazione Mondadori e, sempre a cura della Fondazione, il volume L’agente letterario da Erich Linder a oggi]

I.

Erich Linder (1924, Leopoli – 1983, Milano), figlio di padre ebreo rumeno e di madre polacca ashkenazita, nasce a Leopoli nel 1924. La famiglia di Erich si trasferisce nel 1934 a Milano, dove il ragazzo frequenterà la scuola ebraica di via Eupili. Lì incontra numerose persone, che ritroverà, o richiamerà a sé, nel corso della sua carriera. Costretto, a causa delle leggi razziali, a dover lavorare per contribuire al sostentamento della famiglia, appena quindicenne si fa assegnare lavori di traduzione dal tedesco. Le collaborazioni con Mondadori e successivamente con Corticelli lo avvicinano all’Ali, cui si rivolgeva per ottenere nuovi testi da tradurre: lì fa la conoscenza di Luciano Foà, che lo propone come redattore (insieme, tra gli altri, a Roberto Bazlen) per le Nuove Edizioni Ivrea di Adriano Olivetti. Passa un anno a Ivrea, assistendo al monumentale programma editoriale che andava compilando Bazlen, finché con l’armistizio dell’8 settembre, Olivetti in carcere e la compagine dispersa, cercherà di raggiungere la Svizzera, dove potrebbe ritenersi al sicuro dalla persecuzione antisemita.

Linder però non riesce a espatriare, e si trova ad attraversare territori nemici senza la minima garanzia di sopravvivenza. Probabilmente decide di tentare l’espatrio passando da sud, ma la strada che segue è determinata dalla ricerca di contatti con il mondo editoriale milanese, fiorentino e infine romano: sarà infatti la protezione di Bompiani a assicurargli un rifugio a Firenze, ospitato da Romano Bilenchi che racconterà con affetto e stupore di quel giovanissimo e determinato fuggiasco che riesce incredibilmente a procurarsi un lavoro al servizio della Gestapo. Nessuno riconosce il suo accento ebraico, così Linder avvia un pericoloso doppio gioco, passando informazioni all’intellighenzia antifascista fiorentina con Ranuccio Bianchi Bandinelli in prima fila. Riesce a fuggire a Roma prima dell’arrivo degli Alleati e anche a trafugare certi documenti che consegnerà agli americani per farsi, anche lì, assumere come intercettatore.

Nonostante gli innumerevoli problemi, testimonia Bilenchi, non smette mai di coltivare i propri interessi letterari e continua a stringere i contatti per raggiungere il suo obiettivo, lavorare nell’editoria, fornendo a Bompiani consulenze gratuite. Si procura lavoro alla Libreria Einaudi, ciò che lo avvicina a Foà e all’Ali, e dopo un impiego come direttore responsabile della Krachmalnicoff, nel 1948 – dopo la morte di Augusto Foà – gli viene proposta la gestione per procura dell’agenzia. Nel 1950 Luciano Foà gli regala un quarto dell’Ali, ponendolo così effettivamente a capo della gestione dell’agenzia. Nel 1961 il segretario generale di Einaudi fonda l’Adelphi e cede praticamente tutta la proprietà all’amico: inizia così l’epoca dorata di Erich Linder, «il Metternich dell’editoria», in un momento di sostanziale rinnovamento della struttura economica dell’industria libraria in Italia.

 

Nella sua rete, poco per volta, sono finiti tutti. La maggioranza vi è accorsa spontaneamente; chi vi è rimasto impigliato per caso non se n’è più andato. Nel ’42, quando, ancora in calzoni corti, Erich frequentava l’Ali in cerca di traduzioni, l’agenzia conta 62 voci in bilancio. Nel ’46 i fascicoli dei corrispondenti sono saliti a 346. Nel ’61 sono 855. Nel ’71, 1.256. Nel ’79, quasi duemila. Già nel ’58 Linder amministra settemila autori; nel ’79, circa diecimila. Sul suo tavolo si rovesciano mediamente duecento titoli nuovi la settimana, il suo occhio seleziona come uno scanner: una scorsa gli basta per separare il grano dal loglio. Difficile, quasi impossibile, quantificare il suo strapotere nel settore: ai concorrenti – cinque o sei – lascia comunque le briciole.

II.

Fino agli anni ’60 le pratiche per la traduzione e la pubblicazione di un libro straniero erano lunghissime, complicate, e lasciate in mano principalmente all’editore. Come spiega Gian Arturo Ferrari, non si sarebbe potuto parlare realmente di industria o, come dice lui, di business: tutta la trafila di acquisizione di un libro era lenta, macchinosa, e soprattutto priva di ogni garanzia, per entrambe le parti.

Il business editoriale di acquisizione consisteva nel venire a conoscenza del fatto che alcuni libri erano stati pubblicati su mercati, o paesi, come si diceva allora, che non fossero l’Italia; a quel punto si scriveva all’editore una lettera con cui si faceva richiesta di una copia del titolo e di un’opzione (parola che mi pare sia caduta completamente in disuso), dopo tre mesi arrivava la risposta con cui veniva concessa un’opzione di quattro mesi. Peccato che passati i quattro mesi generalmente non si aveva affatto letto il libro, per cui si chiedeva un’estensione dell’opzione, che veniva generalmente concessa, per altri sei mesi. Solo a questo punto si prendeva una decisione.

Anche l’Ali, prima dell’arrivo di Linder, si occupava principalmente di rappresentare gli autori di origine anglosassone presso gli editori italiani, mediando tra questi e l’agente del paese di origine dell’autore. Trattava qualche italiano, ma, racconta Linder, è solo nel 1955 circa che si presenta all’Ali Riccardo Bacchelli chiedendo di essere seguito anche nei rapporti con l’editore italiano e non solo con quelli esteri. A lui ne seguono molti altri, facendo sì che l’Ali, sotto l’egida di Erich Linder, diventi la prima vera e propria agenzia letteraria italiana, selezionando gli autori e trovando loro l’editore più adatto, facendosi garante del rispetto del lavoro dello scrittore. Il lavoro di Erich Linder in Italia rappresenta una radicale innovazione nell’ambito dell’editoria: le sue idee sul funzionamento economico del settore erano nette e lungimiranti. Il suo modo di gestire l’Ali e la sua, altrettanto chiara, concezione del proprio ruolo sono inestricabili da quelle convinzioni.

A Linder non piace parlare del suo lavoro come del lavoro di un ‘mediatore’, per quanto questa possa apparire la parola più adatta: nell’intervista radiofonica di Enrico Romero sottolinea con decisa chiarezza quanto sia autonomo e complesso il lavoro dell’agente, e quanto vada oltre la semplice mediazione tra due estremi.

Chi rappresenta un autore svolge veramente un’attività abbastanza autonoma, cioè deve crearsi un’idea di che cos’è il mondo editoriale nei riguardi di quell’autore, di quale può essere il pubblico e poi a un certo punto deve discutere di queste cose con l’autore. Quando quell’autore si è persuaso che il punto di vista che gli è stato presentato dal suo agente è un punto di vista ragionevole, a quel punto l’agente si identifica con l’autore nella trattativa. Non so se questo si possa chiamare “mediazione”.

Un agente ha il dovere di sostenere l’autore, conoscendone i diritti meglio del diretto interessato, e proteggerlo da contratti che potrebbero danneggiarlo molto più che favorirlo: se per un editore ogni libro è solo una parte di un potenziale guadagno che sta in tutto il catalogo, all’autore il fallimento di un romanzo potrebbe costare carissimo, minando la sua credibilità e il suo progressivo successo, soprattutto per quanto riguarda gli esordienti, afferma Linder, talmente desiderosi di pubblicare da non preoccuparsi nemmeno di leggere il contratto. Non che gli autori affermati fossero più tutelati: ne è la prova il numero di grandi nomi che si rivolge all’Ali linderiana nel corso degli anni. Non solo gli esordienti, ma molti scrittori già noti cercano la tutela degli agenti, ed è quasi una soddisfazione per Linder puntualizzare che ormai numerose sono le case editrici che, per evitare magagne e controversie, consigliano agli autori di farsi rappresentare da qualcuno, se già non lo fanno.

Linder aveva le proprie simpatie, le proprie idiosincrasie, i propri feticci; per alcuni dei suoi autori avrebbe fatto di tutto: Biagi racconta di Mario Soldati, di Elsa Morante, di Romano Bilenchi, di Niccolò Tucci e di molti altri autori, più o meno fortunati, per i quali il lavoro di Linder andava ben oltre la deontologia. Linder si relazionava agli autori con assoluta professionalità, anche quando, come nel caso di Bilenchi che l’aveva ospitato e protetto a Firenze, intercorrevano rapporti anche più profondi dell’amicizia. Le parole che più ricorrono nelle commemorazioni dopo la sua morte e in seguito, per l’inaugurazione dell’archivio Linder nella fondazione Mondadori, sono correttezza, onestà, rigore… Linder pare essere incapace di barare sulle leggi e sulla trasparenza dei rapporti. Ne è la prova l’aneddoto raccontato da Guido Davico Bonino sulla copertina del giovane Holden: dopo la dura lettera di Curtis Brown, agente americano di Salinger, che intimava la rimozione di ogni paratesto dal libro, Einaudi provò a nicchiare per un anno, continuando a mandare in vendita le copie stampate con il disegno di Ben Shahn. Linder ne era a conoscenza, sopportò per un anno e mezzo, comprendendo le difficoltà einaudiane. «La copertina era connaturata al libro, e c’erano anche delle ragioni economiche dietro: la copertina faceva anche vendere il libro – era proprio la pelle del libro». Passato quel tempo l’agente scrisse all’Einaudi per insistere sulla necessità di rispettare le esigenze dell’autore. «Viveva questa cosa come una colpa, era il suo rigore morale che mi colpiva, come a dire “io sono complice di una frode”. Che in effetti era tale, è inutile che ci giriamo intorno […]. E allora io finsi la più grande costernazione e dissi “Guardi, abbiamo fatto con Bollati una riunione, noi pensavamo a un piccolo disegno di Giacometti, sa… proprio una linea…” “no!” disse Linder “No! Ora basta!” E da allora Il giovane Holden è bianco, non ha assolutamente niente di figurativo in copertina».

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III. 

La corrispondenza e le testimonianze delle persone vicine a Erich Linder rivelano i rapporti di continua tensione (sia nel caso di persone a lui gradite, come Foà o Bompiani, sia nel caso di persone a lui invise, ad esempio Feltrinelli) con gli editori. La questione economica in questo aveva un grande peso: per il continuo negoziare sulle stipule dei contratti, sicuramente, ma anche per il rispetto dei termini di pagamento Linder doveva spesso alzare i toni. Davico Bonino, che ha lasciato una testimonianza molto vivida dell’agente nella già citata raccolta della Fondazione Mondadori, racconta dell’indignazione costante nel prendere atto continuamente dell’impossibilità di Einaudi di pagare anticipi e diritti. È di fatto Linder a condurre l’operazione di negoziato tra Mondadori e la casa editrice torinese, che nel 1955 si trovava a fronteggiare un drammatico tracollo. Arnoldo Mondadori, insieme ad altri finanziatori, la salva dal fallimento. Per sdebitarsi, Einaudi cederà buona parte del suo catalogo a Mondadori, che lo ripubblicherà nelle edizioni economiche Mondadori e Saggiatore: operazione che non solo consacra Linder nel suo ruolo di influente mediatore super partes, ma che produrrà il seme dei futuri Oscar Mondadori, probabilmente l’operazione commerciale più importante della moderna editoria italiana. Di qui l’epiteto di «Metternich della letteratura».

Linder, allora trentaquattrenne, era già potente quanto i due più grandi editori italiani, l’unico che avrebbe potuto condurre l’operazione. Ma se in questo caso il rispetto era tanto e reciproco, non sempre gli editori provavano i medesimi sentimenti nei confronti dell’agente: era facile avvertire il lavoro e le scelte di Linder come un abuso di potere. Palpabile ad esempio è il risentimento di Garzanti, che più di una volta si è visto negare libri ritenuti non adatti alla sua casa editrice.

Aveva stabilito i ruoli di ciascun editore, e li faceva rispettare. La Mondadori per i best seller di grande livello, come Gallimard in Francia; Rizzoli per la letteratura medio-bassa; Adelphi ed Einaudi per le cose più raffinate; Feltrinelli per le cose di sinistra.

Nonostante le simpatie e le antipatie personali, tuttavia, le scelte di Linder per una casa editrice o per un’altra erano tese non soltanto al bene dell’autore, ma anche a bilanciare una situazione che altrimenti sarebbe stata squilibrata. Non ricorre quasi mai alle aste, preferisce valutare lui stesso le possibilità di un titolo, e una volta collocato l’autore cerca di fare in modo che non si sposti, mediando – ancora una volta, nonostante tutto, questo è il verbo più adatto – di continuo tra le parti in causa. Linder nega fermamente l’esistenza di un suo monopolio, quando gliene viene fatta domanda, argomentando che di tutta la produzione letteraria in Italia quella di cui lui si occupa è bassissima, ma in realtà è perfettamente conscio del peso della propria agenzia:

In ogni modo, come è avvenuto storicamente che una grossa agenzia possa, diciamo, controllare il 7% del mercato anziché l’1% o il 2%? Avviene, immagino, per un livello di professionalità un po’ superiore a quello dei suoi concorrenti, oppure avviene perché gli autori si rendono conto che chi utilizza un agente letterario ne trae dei guadagni un po’ maggiori (questa è una, chiamiamola pubblicità, dove si passano la voce): il successo deriva da lì. Come è avvenuto il successo che noi possiamo avere avuto con gli autori stranieri? Ma è molto semplice: perché sappiamo le lingue.

Non a caso Linder è l’unico che può permettersi questo ruolo di calmiere dell’editoria, oltre ad essere l’unico a garantire ai propri autori contratti decisamente fruttuosi sulla lunga durata. Preferisce (quasi paradossalmente) Garzanti a Mondadori, quasi imponendo l’acquisto dei diritti, per la pubblicazione di Love Story di Erich Segal: un romanzo destinato ad altissime vendite nell’anno dell’uscita del film, sostenuto dalla pubblicità dei Baci Perugina. Come nota il figlio Dennis, l’anticipo di Mondadori e gli introiti del primo anno sarebbero stati più alti, dopodiché il libro si sarebbe bruciato. Con Garzanti, Linder assicura al romanzo la longevità.

Sapendo bene che per l’editore un romanzo non è importante quanto per l’autore, e avendo come missione («sono un puritano. Odio i soprusi») quella di proteggere i propri autori dagli abusi di potere perpetrati spesso dagli editori, Linder impone a tutto il sistema editoriale le proprie regole: questo avviene perché ha dalla sua gli autori italiani e stranieri più importanti e desiderati; perché può permettersi di contrattare fino a che le condizioni non gli siano favorevoli. Con questo non si intende soltanto condizioni di ordine economico: altrettanto fondamentali dei punti di royalties e anticipo, per Linder sono tutte quelle parti considerate accessorie spesso anche dagli autori stessi:

Ci sono altri punti che hanno una fondamentale importanza (la copertina, i caratteri, il tipo di edizione, la veste, la pubblicità, la durata, i termini) ai quali di solito l’autore bada poco e che sono invece essenziali “ad libitum” dell’editore. […]
[domanda: gli autori credono nella letteratura sopra ogni altra cosa, il resto è accessorio]
Ma proprio per questo hanno maggiormente bisogno di difesa e di uno che si occupi di loro, che sappia vedere le cose con cinismo. La letteratura è una cosa, l’industria è un’altra. Sul piano industriale lo scrittore ha tutto il diritto che si sfrutti nel miglior modo, e non solo economico, l’opera che ha prodotto.

Per quanto Linder potesse negarlo, l’egemonia era sua. Sembra strano che, nonostante la grande conoscenza del mercato italiano e della situazione editoriale, non abbia mai pensato ad aprire la propria casa editrice. Dario Biagi giustifica la scelta – più volte ribadita nelle interviste – di Linder come un atto di understatement e al tempo stesso un adattamento al proprio ruolo di ‘manovratore’, ma insinua il dubbio che tale condizione, in realtà, non gli fosse del tutto gradita. Però si potrebbe pensare diversamente: avere la possibilità di suggerire la linea a tanti grandi e affermati editori, talvolta strutturarla nella pratica, poter dirigere il flusso dei più importanti autori italiani e stranieri potrebbe essere, di per sé, un’enorme e appagante gratifica. Inoltre Linder insiste tanto sulla metafora dell’albergatore al punto che è impossibile crederla una posa:

Che altro lavoro avrebbe fatto volentieri?
Qualsiasi lavoro che consenta di mettere alla prova e di sviluppare esperimenti e possibili capacità di organizzazione. L’albergatore, per esempio.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Dennis Linder ha detto:

    Ringrazio per questo bel saggio sulla figura di mio padre. Un solo commento – non è vero, nonostante questo sia stato riportato più volte anche da Inge Feltrinelli, che mio padre non avesse simpatia per Giangiacomo Feltrinelli e la sua casa editrice. Non so da dove sia nata questa voce; posso, al contrario, dire che ricordo come in parecchie occasioni mio padre si sia espresso in senso opposto a quanto riferito in questo lavoro. Certo, mio padre non condivideva le idee politiche di Giangiacomo Feltrinelli, ma forse perché le riteneva molto ingenue e anche pericolose, più che sbagliate. Mio padre stesso, da adolescente, aveva avuto grande simpatia per il socialismo. Vi era anche un comune interesse e una comune familiarità con la cultura tedesca, che avvicinava mio padre a Giangiacomo Feltrinelli.

    1. Maria G Meriggi ha detto:

      un uomo con la sua storia come poteva non avere simpatie per il socialismo?Ebbi modo di incontrare Erich Linder da giovanissima quando “il comunismo è il nostro programma minimo” e la tracotanza della giovinezza mi rendeva molto ideologica, notai in lui – appunto – una indulgente e disincantata simpatia…
      Mi domando invece che cosa significhi “accento ebraico” forse un accento yiddish? ma l’yiddish era praticato molto più in ambienti operai e popolari che in quella della media o alta borghesia; del resto né Freud né Walter Rathenau avevano certamente un “accento ebraico” nel loro fulgido tedesco

  2. Dennis Linder ha detto:

    Noto un’altra inesattezza: l’ALI era l’Agenzia Letteraria Internazionale, assolutamente NON l’Agenzia Letteraria Italiana.

    1. Silvia costantino ha detto:

      Gentile sig. Linder, la ringrazio dell’attenzione e provvedo immediatamente a correggere l’inesattezza, di cui mi scuso. Ovviamente Ali è internazionale.

      Per quanto riguarda Feltrinelli e il rapporto di suo padre con l’editore, mi sono basata sulle fonti a disposizione, che immagino possano avere aspetti parziali o “romanzati”.

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