Abitare lo spazio narrativo. Parte prima: Carver Country

di Sara Marzullo

Raymond Carver al lavoro, Syracuse, New York. 1984. Raymond Carver at work, Syracuse, New York. 1984. Raymond Carver at work, Syracuse, New York. 1984. © Bob Adelman
Raymond Carver al lavoro, Syracuse, New York. 1984 © Bob Adelman

Questo articolo è un estratto di un lavoro che tenta di operare un confronto tra le opere di Raymond Carver e quelle di Gianni Celati: una comparazione che si basa, si noti, non su una ricerca di reciproche influenze o un riconoscimento di simili fonti di ispirazione, ma piuttosto sulla presenza di una poetica comune. Oltre alle coincidenze cronologiche (praticamente coetanei, le opere della trilogia padana di Celati coprono il periodo di pubblicazione dei capolavori carveriani), sono lo stile, la percepita necessità di rifondare un rapporto con gli uomini e il mondo, l’attenzione al dato materiale e una scrittura prevalentemente visuale a costituire i caratteri comuni ai due autori. Qua ci si concentra sulle simili ambientazioni delle loro opere: su quale sia la provincia americana di cui parla Carver, nel successivo di come in Italia a quella narrazione si sostituiscano le case geometrili, emergenti dalle nebbie della pianura padana. Le foto di questo articolo sono quelle contenute nel volume Carver Country, tratte dal sito di Bob Adelman: www.bobadelman.net

Cercherò di fare un elenco di luoghi, paesi e persone, anche senza un ordine o un raggruppamento particolari e la cosa sarà ancora più difficile visto che non ho sottomano nemmeno una cartina dello stato di Washington o dell’Oregon. Perciò comincerò subito da Yakima, diciamo, e partirò da lì e dai suoi dintorni per poi spostarmi in un altro posto, però può anche darsi che torni a Yakima se per strada mi riviene in mente qualcosa… Non è un modo di procedere molto preciso, lo so, ma che diamine, non siamo mica scienziati.1

Nel 1987 Bob Adelman propone a Carver di lavorare insieme a un volume dal titolo Carver Country: una sorta di biografia che, attraverso le immagini catturate dal fotografo e le parole dello scrittore, illustri il mondo che circonda e che vive nei suoi racconti. È interessante notare come le parole, qua sopra riportate, con cui Carver accetta la proposta, costruiscano già una mappa all’interno della sua produzione e perfino della sua vita; nonostante sia vissuto un po’ ovunque sulla West Coast tra gli stati di Washington, Oregon e California e più tardi sulla East Coast (Syracuse, stato di New York), come fa notare Tess Gallagher nella postfazione al libro, «il testo di questa lettera ruota attorno al perno dell’infanzia e della giovinezza di Ray a Yakima». Di là si passa alla sua vita con Tess, incontrata per la prima volta nel 1977, agli ultimi anni della sua vita (Carver muore nel 1989). C’è in mezzo quello che forse lui definirebbe “il Raymond cattivo”:2  «voglio dire – scrive a Adelman – come sai ho vissuto anche a Chico, Sacramento, San Francisco, San Jose, Palo Alto, Cupertino, Sunnyvale ecc.ecc. Ma quelli erano tempi diversi, molto diversi dai primi tempi, quelli “innocenti”».In un lavoro che dovrebbe consegnare i suoi paesaggi (di vita, di produzione), Carver decide di non salvare tutto, che quegli anni non devono essere consegnati alla posterità: non è così che vuole essere ricordato, non è così che vuole ricordarsi. Ci penseranno i suoi racconti a farlo, a mettere insieme le memorie vaghe degli anni dell’alcolismo, perché sono forse quelli più di altri a fornire il materiale narrativo di cui si avvale, lo stesso che esilia dalla sua biografia per immagini.

Com’è Yakima? Ricorda la strada non asfaltata dove è rimasto nient’altro che il vecchio guscio della sua poverissima prima casa e «le persone che vivono in quel quartiere ancora adesso sembrano abitanti dei posti più sperduti e selvaggi della Virginia»; parla di dove andava a pescare col padre, di quelle casette tutte uguali dove ha ambientato il racconto Nessuno diceva niente, di Wenas Ridge 3  e di Prosser, posti fuori Yakima, da cui traggono ispirazione le omonime poesie. Culmina con la casa al 1501 di Summitview, dove vive con i suoi genitori prima di diplomarsi e «prima che mio padre si trasferisse in California per cambiare lavoro, si ammalasse e le loro vite andassero in pezzi», il posto migliore in cui avessero mai vissuto. Da lì in poi inizia un declino fatto di roulottes, appartamentini, baracche, e per lui di alcolismo.

Una delle case di famiglia a Yakima, Washington; Carver la ricordava come la sua miglior casa d'infanzia. (1989) © Bob Adelman
Una delle case di famiglia a Yakima, Washington; Carver la ricordava come la miglior casa della sua adolescenza. (1989) © Bob Adelman

Se c’è un senso di rassicurazione in questi luoghi, «le campagne più belle del mondo»per lui, relitti di un mondo che non trova analoghi nelle città, fatto di rapporti forti (e di persone che Carver chiede siano fotografate, persone che ritroviamo nei suoi racconti), è pur sempre qui vicino, a Painted Rock, che ambienta Di’ alle donne che usciamo, il più violento e spaventoso dei suoi racconti. Sono luoghi poveri, senza la pretesa che siano edenici: nessuna estrazione sociale è un passaporto di bontà e Carver indica, non adotta mai uno sguardo morale. Quello che preme dire è che i suoi luoghi sono al tempo stesso scenario e protagonisti; «che i suoi racconti sembrino adattarsi con facilità ad altre culture suggerisce che il mondo di Carver trova un territorio corrispondente nelle vite di gente quasi in tutto il mondo»,4  scrive Tess Gallagher – sono luoghi descritti in modo esatto, appunto fotografico, ma che valgono in termini assoluti.

In un’intervista del 1983 al The Paris Review,5  alla domanda se scrivesse meglio sulla West Coast o sulla East Coast, se, insomma, un posto piuttosto che un altro avesse valore, Carver risponde che una volta credeva fosse importante sentirsi legato a un luogo, che dovesse essere «uno scrittore dell’ovest», ma che ha vissuto in troppi luoghi per avvertire solide radici che lo leghino a un posto preciso. Continua: «se mai è capitato che io abbia consciamente ambientato una storia in un particolare luogo o periodo, e immagino di averlo fatto soprattutto nel primo libro […]. Ma la maggior parte dei miei racconti non si svolge in un posto specifico. Intendo dire che potrebbero svolgersi in qualunque città, area urbana; qui a Syracuse ma anche a Tucson, Sacramento, San Jose, San Francisco, oppure a Port Angeles, Washington. E comunque, quasi tutte le mie storie avvengono in casa!». Quando Carver dice che le storie non si svolgono in un luogo preciso, ha ragione: nel senso però che più che raccontare una città, lui racconta un’America – minore, marginale – non importa che sia geograficamente identificabile.

Paolo Cognetti, su minima&moralia parlando delle ambientazioni domestiche nella narrativa americana, scrive che di case «Carver invece ne accumulò un bel campionario, lui che di traslochi se ne intendeva bene». Ne riporta un breve elenco: quella di Perché non ballate?, «portare fuori i mobili di casa: esibire la propria intimità. Vendere i mobili di casa: sbarazzarsi del passato», quella di Vicini «occupare abusivamente la casa di un altro: rubargli l’identità», e infine quella di La casa di Chef, «abitare in una casa in prestito: vivere nell’incertezza. Essere sfrattati di casa: piombare nello smarrimento».

Quartiere di Naches Avenu, Yakima, Washington. 1987 © Bob Adelman
Quartiere di Naches Avenu, Yakima, Washington. 1987 © Bob Adelman

Cosa succede, dunque, nelle case di Carver? Che tipo di case sono? Non sono rifugi, non sono luoghi in cui si è protetti: come se tutto stesse per cadere, i suoi racconti portano il segno di un’acuta sensazione di attesa,6 un senso di minaccia. Come se tutto stesse per finire, ma non finisse ancora: in Con tanta di quell’acqua a due passi da casa si dice «un giorno o l’altro questa storia (proprio così dice “questa storia”) finirà nella violenza»7  e potrebbe funzionare bene come sensazione generale per un suo qualsiasi racconto – le relazioni si stanno logorando, sotto i nostri occhi, in un fast forward nella direzione di un’apocalisse che tarda ad arrivare.

Conservazione, contenuto in Cattedrale, dimostra bene il collegamento tra ambiente della casa e i suoi abitanti: racconta l’apatia di un uomo che, perso il lavoro, inizia a vivere sul divano, guardando la televisione o fissando ossessivamente sempre la stessa pagina di un volume intitolato Misteri del passato e racconta di come sua moglie se ne vergogni e che poi alla fine non le interessi neanche più, «forse dormiva o forse no e magari non l’aveva neanche sentita rientrare. Ma lei decise che la cosa non faceva la minima differenza». Anche il frigorifero smette di funzionare – un giorno la donna sente un cattivo odore e si trova costretta a togliere il cibo ormai scongelato dal freezer. Gelato squagliato, avanzi di bastoncini di pesce, avanzi del cinese, wurstel, tutto cibo scadente e economico: se Cheever diceva che i protagonisti di Carver sembrano sempre intenti a mangiare, è pur vero che sembra impossibile fare un pasto decente. La ricerca di un nuovo frigo tra gli annunci economici riporta la donna all’infanzia ed è là che vuole tornare, a quando andava alle aste con il padre. Quando il matrimonio sembra sul punto di cadere, è allora che lei smette di pensare a come sistemarlo.

Fu allora che lei s’accorse delle pozzanghere d’acqua che si stavano allargando sul tavolo. Sentì anche un gocciolio. L’acqua che stava scolando sul linoleum dal bordo del tavolo. Abbassò lo sguardo sui piedi scalzi del marito. Continuava a fissargli i piedi vicino alla chiazza dell’acqua. Si rendeva conto che mai più in vita sua avrebbe visto una cosa così insolita. Ma non sapeva come interpretarla. Le passò per la mente che avrebbe fatto meglio a mettersi un po’ di rossetto, prendere la giacca e avviarsi a quella vendita d’asta. Ma non riusciva a staccare gli occhi dai piedi del marito. Poggiò il piatto sul tavolo e restò a guardare finché i piedi non uscirono dalla cucina e tornarono in soggiorno.8

Anche in Che fine hanno fatto tutti?, contenuto in Principianti, si racconta di una famiglia (o di quel che rimane) che tenta di sistemare le cose, anche in modo molto letterale dato il titolo originale Mr. Coffee and Mr. Fixit, tradotto come Il signor Aggiustatutto e le macchinette del caffè. Ross, il nuovo compagno di Cynthia, ex-moglie del protagonista, è un disoccupato e ex alcolista che passa il tempo a tentare di riparare le cose, riuscendo solo a far peggio:«però avevo visto casa sua dall’esterno e dico che sembrava una discarica: c’era ogni tipo e marca di vecchi elettrodomestici e macchinari che non avrebbero mai più lavato, cucinato o suonato in vita loro». Insomma, non c’è proprio modo di sistemare le cose in casa Carver, tutt’al più si fa una collezione di rottami, o si mette un po’ di colla nelle crepe, magari rovinando qualcos’altro.

Rottami, ecco cos’erano. Io me ne intendevo. L’avevo inquadrato. Avevamo delle cose in comune, oltre ad andare in giro su vecchi catorci e cercare di restare attaccati alla stessa donna.9

La storia di una famiglia, una coppia sposata con figli che divorzia, i loro problemi di dipendenza dall’alcol, la disoccupazione: tutto diventa dato visivo, materiale, fisico. Le città di Carver stanno morendo, languendo in una lunga agonia – il terreno fertile per ogni tipo di violenza. Anche «i ragazzi […] sembravano godere delle minacce e delle prepotenze che s’infliggevano tra loro e infliggevano anche a noi – della violenza e dello sgomento, del manicomio generale»;10  nel momento di massima necessità si producono solo altri strappi nella trama del matrimonio, insomma.

Ai crolli economici, all’infrangersi dell’idea che ogni buona azione verrà ricompensata prima o poi, Carver aggiunge, come dato anche personale, il crollo di tutto quello che è ritenuto sacro o degno di rispetto: «era qualcosa che non avevamo mai visto accadere in nessun’altra famiglia. Non riuscivamo a comprendere in pieno quello che era capitato. Era uno sgretolamento che non riuscivamo a fermare» scrive nel saggio Fuochi.11

Sacramento, California. (1989) © Bob Adelman
Sacramento, California. (1989) © Bob Adelman

Tess Gallagher spiega il successo del marito parlando di quanto stesse succedendo in America nel periodo reaganiano e che continuava a accadere sotto i Bush – la pubblicazione dei suoi libri coincide con il periodo in cui «ai poveri veniva sostanzialmente detto di cavarsela da soli affidandosi alla frase “il settore privato”», al periodo in cui la speranza di possedere una casa, mandare i figli all’università scivola di mano non solo alla classe operaia (già colpita da tempo), ma anche alla classe media, «se erano disoccupati, non avevano assistenza sanitaria e si ammalavano, be’, che sfortuna, ma erano cavoli loro».12Non avere paracaduti, la mancanza di sistemi sociali adeguati: tutto questo è ambiente, è la geografia minima di Carver Country, poi forse non importa dove siano ambientati i racconti, importa piuttosto che questo contesto sia compreso e visibile.

Crolla tutto anche in Vitamine, ambientato in una città sull’orlo del collasso finanziario; Patti, trovato un lavoro da venditrice porta a porta di vitamine, organizza una festa di Natale col marito e alcune delle colleghe, Sheila, le cui avances sono già state rifiutate da Patti, e Donna, per cui il marito scopre di provare qualcosa. La difficile situazione economica amplifica il potenziale catastrofico: in un clima fondamentalmente depresso, dove non si fa altro che lamentarsi delle poche vendite, Sheila beve fino a collassare, lui inizia una tresca con Donna e Patti mostra stanchezza nei confronti del lavoro.

Donna e l’uomo si incontrano tempo dopo e si ritrovano a bere insieme nel locale Off Broadway, dove trovano Nelson, che appena tornato dal Vietnam, con un PTSD e un macabro souvenir – l’orecchio di «uno di quei nanetti» – gli urla contro che «tanto non funzionerà! Qualsiasi cosa facciate, non vi servirà a un cazzo!»:13  così finisce la serata, così finisce il flirt con Donna, pronta anche lei ad andarsene a Portland, «ci deve pur essere qualcosa a Portland. Tutti pensano solo a Portland da un po’ di tempo in qua, […] tanto un posto vale l’altro».14

Port Angeles, Washington. (1989) © Bob Adelman
Port Angeles, Washington. (1989) © Bob Adelman

L’uomo torna a casa, dove trova la moglie furiosa, forse sonnambula e piombata in un incubo di vitamine e campionari e sveglie; lui le suggerisce di tornare a dormire e va a cercare delle aspirine per il suo mal di testa.

Feci cadere alcune cose dall’armadietto delle medicine. Si misero a rotolare nel lavandino. – Che fine hanno fatto le aspirine? – dissi. Feci cadere altre cose. Non me ne fregava niente. Le cose continuavano a cadere.15

È questa la sensazione generale del mondo di Carver, che le cose abbiano iniziato a cadere e che non si riesca a fermarle e che un po’ non interessi a nessuno fermarle, con tutte le buone intenzioni del caso, ma che opporsi a questa forza di gravità sia un compito troppo arduo per chiunque.

Eppure. Eppure, neanche due frasi del suo maestro Cechov come «la prosaica lotta per la sopravvivenza che elimina la gioia di vivere e trascina la gente nell’apatia» o «nelle mie vene scorre sangue contadino e perciò non potete convincermi con l’esaltazione delle virtù dei contadini» impediscono a Carver di credere che «l’unica cosa che poteva fare era dare notizia che vite del genere non erano del tutto prive di importanza, che la sofferenza era reale e non doveva essere disprezzata»,16  ossia: deve restarci una piccola percentuale di fiducia nelle conversioni e resurrezioni, che è tutta l’umanità a cui ci si può appellare. D’altra parte, poi, Cattedrale si chiude con la più bella delle epifanie di Carver, con la sensazione di essere a casa propria e di «non essere dentro a niente».17

Taccuino di Carver (1989) © Bob Adelman
Taccuino di Carver (1989) © Bob Adelman

1 Raymond Carver – Lettera inedita a Bob Adelman, 13 Dicembre 1987, in Carver Country – Il mondo di Raymond Carver, Roma, Contrasto, 2006, p.1

2 Tess Gallagher riporta questa definizione usata dallo stesso Carver nella postfazione al volume Carver Country, op.cit., p.171

3 Su questo in particolare «Il paesaggio ha finito per assumere davvero un ruolo cruciale nel modo in cui Bob è riuscito a suggerire una certa qualità di abbandono nelle vite dei personaggi di Ray. Per esempio, nella fotografia di Wenas Ridge non c’è alcuna possibilità di trovare rifugio e, in questo aspetto, è simile a quell’intensità paragonabile a quella che si prova sotto la luce d’un riflettore che si riscontra spesso nella scrittura carveriana», Tess Gallagher, postfazione a Carver Coutry, op.cit. pp.151-2

4 Tess Gallagher, postfazione a Carver Country, op.cit., p.155

5 Raymond Carver, L’arte della narrazione. Intervista di Mona Simpson, Lewis Buzbee. in The Paris Review, Interviste vol.3,p. 256. Originariamente numero 88, 1983
6 Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, dall’omonima raccolta di saggi, Torino, Einaudi, 1997. «Provo un’acuta sensazione di sollievo – e di attesa», p.7.Anche un saggio di Antonio Spadaro su Carver prende il titolo da questa affermazione dell’autore, Un’acuta sensazione di attesa, Padova, EMP, 2001

7 Raymond Carver, Con tanta di quell’acqua a due passi da casa, da Principianti, op.cit, p.158

8 Raymond Carver, Conservazione, da Cattedrale,op.cit., p.48

9 Ibidem, p.17

10 Ibidem, p.18

11 Raymond Carver, Fuochi, da Il mestiere di scrivere, op.cit., p.23

12 Tess Gallagher, postfazione a Carver Country, op.cit., p.156

13 Raymond Carver, Vitamine, in Cattedrale, op.cit., p.108

14 Ibidem, p.109

15 Ibidem, p.110

16 Tess Gallagher, postfazione a Carver Country, op.cit. Contiene anche le citazioni di Cechov qua riportate, p.162

17 Raymond Carver, Cattedrale, da Cattedrale,op.cit., p.226

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