«La guerra provò a ucciderci in primavera» – Un’intervista a Kevin Powers

di  Antonio Coiro e Camilla Panichi 

Boston 2009, nel cimitero di   una piccola chiesa. Foto di Camilla Panichi
Boston 2009, nel cimitero di una piccola chiesa. Foto di Camilla Panichi

Qualche mese fa, in occasione del Premio Von Rezzori, abbiamo incontrato Kevin Powers, autore del romanzo Yellow Birds (trad. Matteo Colombo, Einaudi, 2013). Gli ospiti di quel giorno erano due tra i migliori scrittori americani del nostro tempo: Michael Cunningham e Jennifer Egan. Pochi, tra i presenti, avevano riconosciuto Powers, mimetizzato nel pubblico, o forse pochi sapevano chi fosse. Yellow Birds era stato tradotto solo qualche mese prima. Lui stesso è rimasto sorpreso quando lo abbiamo avvicinato. Eppure il suo Yellow Birds è uno dei migliori romanzi di guerra degli ultimi anni e Powers uno dei migliori autori della sua generazione.
Dalla nostra conversazione è nata l’idea di questa intervista che cerca di indagare la natura della guerra sia attraverso le parole dell’ex–soldato Kevin Powers, mitragliere in Iraq tra il 2004 e il 2005, sia attraverso la restituzione narrativa degli eventi.
Yellow Birds narra un’esperienza di guerra che, sedimentata nel soggetto, tenta di essere rielaborata nel momento stesso in cui il protagonista e narratore fa ritorno a casa. L’esercizio della memoria richiede una convivenza con il dolore e con il rimorso che solo la scrittura sembra stemperare. Una scrittura fluida, riflessiva, a tratti lirica in cui si riconosce un’abitudine alla poesia (come dirà più avanti Powers) nel ritmo delle frasi e nella potenza delle immagini evocate.

Una delle domande tipiche che vengono fatte a un soldato che torna dal fronte è: com’era laggiù? Raramente gli viene chiesto quali fossero le sue aspettative prima della partenza. In Yellow birds, a un certo punto, il narratore descrive il periodo di attesa che precede la partenza per l’Iraq con una metafora molto efficace: «Eravamo sposi alla vigilia del matrimonio».
Il giovane Kevin Powers, arruolatosi a 17 anni, mitragliere in Iraq per due anni, in che modo immaginava la guerra prima di partire? Cosa ti aspettavi di trovare laggiù?

Non avevo idea di cosa aspettarmi. Nella mia percezione della guerra, prevaleva l’ingenuità. Ho immaginato, senza pensarci davvero, che sarei stato bene e che dovevo solo preoccuparmi di cosa sarebbe successo agli altri. Questo è quasi un modo inconscio di affrontare la situazione, e l’unico veramente possibile per uno molto giovane. Certo, vi è anche un’indistinta, soggiacente inquietudine, che è un modo per affrontare l’ignoto, pur dovendo ammettere che questo ti cambierà significativamente e in modo permanente.

Il protagonista, John Bartle, quando torna in patria sembra soffrire dei sintomi tipici del PTSD: senso di colpa del sopravvissuto, depressione, accenni di alcolismo, astenia, continui flashback. Il suo più grande dolore è causato dall’impossibilità di dare la forma di ricordo a quello che ha vissuto in Iraq, perché come si dice a un certo punto «Ricordare significa attribuire un significato».
Tu che hai vissuto in prima persona un’esperienza di guerra, sei riuscito ad «attribuire un significato» a quello che è successo? Sia sul piano personale che su quello politico, in che modo vedi oggi la guerra in Iraq?

Decidere cosa mettere a fuoco nella propria vita è una rivendicazione di autonomia. Se si può effettivamente controllare questa messa a fuoco è un’altra questione. Ma credo che sforzarsi di direzionare la propria vita interiore sia un esercizio prezioso. I temi del libero arbitrio e del destino mi interessano. Mi sono ritrovato a pensare che anche se il libero arbitrio è un’illusione, questa illusione può produrre degli effetti reali nella vita di una persona.

La guerra è stata un terribile errore. Penso anche che sia incontestabile il fatto che Saddam fosse un tiranno violento, ma il governo degli Stati Uniti ha iniziato una guerra con un falso pretesto.

Tornato dall’Iraq, perché e in che momento hai sentito il bisogno di raccontare la tua esperienza? Quando eri lì scrivevi, prendevi appunti?

In realtà non prendevo appunti. Ma perché sono sempre stato uno scrittore e per temperamento un osservatore nato. Sentivo di avere accesso al materiale di cui avevo bisogno per raccontare la storia che volevo raccontare, che ha molto più a che fare con la memoria che con tutto il resto. Ci è voluto circa un anno per iniziare a raccontare questa esperienza e ho cominciato facendolo con la poesia.

Uno degli aspetti più interessanti del tuo romanzo è certamente l’uso di un linguaggio lirico e fortemente suggestivo. Questo ti permette di trasfigurare l’esperienza di guerra in un’esperienza di vita tout court. La guerra, per Bartle e per gli altri personaggi, è un evento biografico assoluto. In guerra tutto lo spettro dei sentimenti umani viene allo scoperto: dall’amicizia, alla lealtà, all’individualismo, all’istinto di morte.
E’ davvero così? Davvero la guerra è un’esperienza così carica di sensazioni e pensieri, o è solo un terribile spazio di tempo in cui si deve badare a svolgere il proprio compito nel miglior modo possibile e pensare poco?

La seconda ipotesi che avanzi è probabilmente più vicina all’esperienza reale della guerra, ma la storia è narrata attraverso le riflessioni di Bartle dal momento del suo ritorno. Diversi anni dopo, per di più. Quindi è sentita come vera nell’esperienza del ricordo. Volevo catturare il modo in cui l’esperienza si cristallizza nella coscienza, e avevo la sensazione che ciò richiedesse la creazione di una particolare atmosfera attraverso lo stile.

Proprio questa continua inserzione di riflessioni lirico-filosofiche nella narrazione è forse la caratteristica più riuscita di Yellow birds. John Bartle è un personaggio che riflette spesso sulla sua condizione, presente e passata, ha una vita interiore intensa, le sue riflessioni hanno spesso una natura profondamente filosofica.
A noi è venuto in mente The thin red line di Malick, con la sua prospettiva metafisica sulla guerra. E’ una poetica che senti a te vicina?

Terrence Malick è stato sicuramente una fonte d’ispirazione: penso a lui come a un poeta delle immagini. Ricordo di aver visto Days of heaven e di essere stato profondamente colpito dagli effetti della luce durante tutto il film.

Quali altri modelli ti hanno ispirato: quali letture (pensiamo a The things they carried di Tim O’Brien, ad esempio), quali film?

Tim O’Brien è certamente un’altra influenza, come lo è Lo straniero di Camus e poeti come James Wright, Larry Levis, e Eugenio Montale e Brigit Pegeen Kelly. Sono sempre stato attratto da quegli autori che dialogano con la natura nei loro lavori.

I conflitti contemporanei sono continuamente filmati, documentati. Abbiamo migliaia di immagini e video, anche amatoriali. Ne sono stati tratti film e documentari, sono stati scritti saggi e reportages, le televisioni ci hanno mostrato spesso gli eventi con una prospettiva simile a quella di chi li viveva in prima persona. Un mezzo come il romanzo può ancora competere con queste forme di rappresentazione? Se sì, perché e in cosa?

Assolutamente, può competere ed è essenziale. Nessuna forma d’arte, secondo me, può scavare a fondo nella coscienza umana come il romanzo. Quest’accesso alle vite interiori degli altri è qualcosa che non può essere replicato da nessuna delle forme d’arte che tu citi. Il romanzo probabilmente non è in grado di restituire una immagine globale della guerra, e in effetti tutte queste forme sono necessarie. Nessuna è sufficiente in sé e per sé.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Stai lavorando a un altro romanzo?  

Ad aprile uscirà una mia raccolta di poesie, Letter composed during a Lull in the fighting. Sto anche lavorando al mio secondo romanzo, ambientato alla fine della guerra civile americana.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. daniele ha detto:

    complimenti per la recensione fatta al romanzo in parola, questo dimostra che in italia ci sono giovani laureati capaci e impegnati nella cultura generalmente intesa.

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