Libera! (Agosto 2013: terza parte)

di Valerio Valentini

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Mura della vecchia Akragas nella Valle dei Templi. Foto di Valerio Valentini.

Pubblichiamo la terza parte del reportage di Valerio Valentini sul lavoro svolto a Naro dall’associazione “Libera”, nelle terre sottratte al boss mafioso Lorenzo Baio. Qui trovate la prima e la seconda parte.

Tra le varie mansioni da svolgere ogni giorno a Robadao c’è quella di riempire le cisterne dell’acqua. “La rete idrica, nella provincia di Agrigento, è una chimera” – ci informa Cosimo, che chiede a me e a Daniele, un altro ragazzo milanese, ex ginnasta professionista con dei muscoli inumani a testimonianza della sua passata attività, di accompagnarlo a riempire i serbatoi d’acqua da riversare poi nelle cisterne. A dire il vero non capiamo quale sia l’utilità della nostra presenza in questa operazione, se non quella di fare compagnia a Cosimo, ma accettiamo volentieri.
La strada che percorriamo, con il camion della cooperativa, ci permette di osservare il territorio di Naro da una prospettiva diversa rispetto a quelle a cui siamo abituati. Ora il comune ci appare diviso in due: in alto, su una collina, il piccolo centro cittadino; in basso, le campagne. Noi, da quando siamo arrivati, la città l’abbiamo osservata soltanto in lontananza, indovinando a fatica il profilo di un campanile, la geometria incerta del centro storico e quella decisamente confusa della parte più moderna; in compenso, abbiamo percorso decine di chilometri in mezzo alle campagne, distese sterminate di grano e legumi, e poi vigneti, tantissimi vigneti. Non sembra possibile che tutti questi campi, accatastati ai piedi della collina, possano appartenere a quel paesotto che si intravede lassù. La sproporzione è abnorme. “Il fatto è che Naro è un comune agricolo. Si è sviluppato proprio come zona agricola. Se vuoi le città più commerciali devi andare a Canicattì o a Favara; a Naro solo campagna. E del resto solo contadini ci sono rimasti: nel giro di vent’anni, quasi diecimila persone se ne sono andate. I giovani non ne parliamo; ma anche i padri di famiglia scelgono di andare a lavorare al Nord, o magari all’estero”.
Cosimo guida con estrema prudenza, e non appena viene sollecitato su qualunque argomento, coglie l’occasione per espandere la chiacchierata a dismisura. Gli faccio presente che mi aspettavo di vedere più agrumeti, qui ad Agrigento, e lui me ne mostra subito uno a poca distanza dalla strada, che io non avevo saputo riconoscere. “Ad agosto né limoni né aranci fruttificano: è per quello che non li noti”.
Nel frattempo siamo arrivati. Cosimo accosta il camion vicino ad un cancello di ferro grezzo a cui è appeso un foglio di carta con su scritto: “La pompa non funziona”. La pompa in questione dev’essere quella che vediamo adagiata a terra, pochi metri all’interno della recinzione, e che risale tutto il viale fin dentro ad una sorta di casetta in muratura, qualcosa di appena più dignitoso di un rudere. Cosimo capta il nostro stupore e ci spiega: “Il cartello serve per scoraggiare eventuali furbi ad entrare per prendere l’acqua quando il cancello è chiuso. Se nessuno attiva la pompa da dentro la casupola, l’acqua non esce”. Da dentro la casupola viene fuori un uomo sulla sessantina, che si avvicina e saluta Cosimo. È una persona molto loquace, che comincia subito a fare battute in un agrigentino che Daniele stenta a capire. Lui se ne accorge e se ne mostra divertito. Riempito il serbatoio, risaliamo sul camion, e Daniele, nel tentativo di scavalcarmi per sedersi vicino al finestrino, mi sale praticamente in braccio. “Stai attento che ti spirtusa!” – gli urla l’uomo, strizzando l’occhio a me e a Cosimo. “Eh già. Arrivederci.” – risponde Daniele, con un sorriso inebetito e inconsapevole.

Mentre torniamo a Robadao, chiedo a Cosimo chi è quel signore che ci ha regalato l’acqua, e quale sia il suo mestiere. “Ma come regalato? – sobbalza Cosimo – Carmelo è un impiegato del comune. Quello lì è il pozzo pubblico del comune di Naro. Se hai l’autorizzazione, vai lì e cogli tutta l’acqua che vuoi. A dire il vero, c’è anche chi lo fa senza avere l’autorizzazione. E poi c’è anche chi si prende l’acqua gratis lì e se la rivende”. “Ai contadini?” – chiediamo noi. “A chi ne ha bisogno. L’acqua serve anche per le abitazioni. Ve l’ho detto che la rete idrica è inesistente, qui. Domani, quando andate a visitare Naro, guardate dall’alto la città: su ogni tetto vedrete uno o due serbatoi”.
Cosimo ha ragione. Vedere Naro dal suo punto più alto è uno spettacolo piuttosto desolante. Ma non solo per i serbatoi dell’acqua fissati in vari modi sopra le terrazze e sopra i tetti di ogni casa. E neppure per gli intonaci scrostati, per i tanti pannelli di lamiera e bandone, più o meno arrugginiti, che fungono da tamponature dei piani più alti delle abitazioni. È piuttosto una perenne sospensione dalla storia a rendere l’aria quasi irrespirabile. Me ne accorgo soprattutto osservando lo spaesamento che ha colto, da quando siamo arrivati, molti dei nostri compagni che vivono nelle grandi città del centro e del nord Italia: per loro, la grammatica esistenziale che vige qui a Naro è un qualcosa di oscuro e di inquietante. “Ma che ci fanno seduti a fissare il vuoto, senza nemmeno parlarsi?” – domanda Alessio, un giovane avvocato di Busto Arsizio. Eppure anche per chi, come me, proviene dalle periferie del centro-sud, è difficile non restare turbati. L’inerzia morale, l’abulica accettazione della realtà che caratterizza le civiltà contadine, credevo fossero collegate al culto della semplice felicità di scansare gli affanni, al mito di una pace posticcia come compromesso con un dolore ritenuto invincibile; invece i volti dei vecchi che incontriamo qui a Naro sembrano aver abbandonato questo culto e questo mito, come se avessero da secoli compreso l’inganno di queste illusioni e le avessero sostituite con nulla, abbandonandosi ad uno stato di serena rassegnazione. E forse quella siciliana non è l’unica civiltà contadina a vivere questo disincanto; forse è semplicemente quella che, in anticipo o in maniera più traumatica rispetto alle altre, ha elaborato questa consapevolezza.
A tutto ciò si aggiunge il fatto che sicuramente i vecchi di Naro – ché solo da vecchi sembra essere abitata questa città – devono sentirsi invasi nella loro quiete pomeridiana. L’inattesa presenza, peraltro piuttosto rumorosa e folkloristica, di trenta persone tutte con in dosso una maglia rossa con gli stessi simboli e le stesse scritte, li sorprende e insieme li indispettisce. “E cu su chisti? I garibaldini?” – chiede un uomo seduto sotto la pensilina di un bar, con una voce volutamente non troppo bassa perché possa giungerci distinta. Ma la reazione più comune, da parte di chi ci guarda passare, è il silenzio. In ogni vicolo, da dietro le zanzariere, da sopra i balconi, sentiamo gli sguardi appiccicarsi su di noi, seguirci per qualche metro e poi affidarci ad altri sguardi. Un ragazzino in sella ad uno scooter più d’una volta ci sfreccia davanti, mentre camminiamo, ogni volta rimarcando il suo passaggio con impennate, sgasate, o commenti che non comprendiamo. Sono così suggestionato da arrivare a sentire qualcuno scrutarci da dietro delle tapparelle semichiuse, con un respiro affannato, e poi subito scostarsi non appena ci voltiamo verso di lui. Invece non è suggestione, perché subito la porta di quella casa si apre e ne esce una voce di vecchia che ci chiede se vogliamo delle fave. “Cinque euro pe’ sacchetto, cinque euro pe’ sacchetto”.

C’è anche, però, qualcuno che si mostra curioso di sapere chi siamo e cosa ci facciamo lì. Noi, da parte nostra, rispondiamo con un’euforia forse eccessiva, presi da una sorta di foga evangelizzatrice: spieghiamo, raccontiamo, pubblicizziamo Libera, Don Ciotti, il campo di volontariato e la cooperativa “Rosario Livatino”, di cui nessuno, qui a Naro, sembra saper nulla. Mentre mangiamo arancini e latte fritto fuori da una pasticceria, ci si avvicina un uomo sulla trentina, impomatato e palestrato, con un che di ridicolo nell’atteggiarsi a brutta copia di Walter Nudo. Anche lui appare interessato, e anche con lui noi siamo prodighi di notizie. Lui insiste, si informa sulla localizzazione precisa del vigneto e su quella della base, sul numero delle persone che vivono e lavorano lì e sulla durata della nostra permanenza. A me sembra un po’ invadente, la sua curiosità, ma a Gaetano deve apparire decisamente sospetta, e infatti, guardandoci da dietro le spalle del maschio alfa, si porta l’indice sulle labbra chiuse. Noi, mezzi imbambolati, cerchiamo di concludere la conversazione, mentre il tipo, guardandoci dall’alto in basso, resta interdetto. Non mi viene in mente nulla di meglio che chiedergli informazioni sulla processione di San Calogero: “Ho letto su internet che la statua del santo viene tirata con delle funi per le vie del Paese. È vero?”. Inaspettatamente, il nostro ambiguo interlocutore si illumina nel viso: “E come no? Io e la mia famiglia siamo addetti ad inserire la fune nelle maniglie, e siamo quelli che tiriamo da più vicini alla statua”. E da lì attacca un pistolotto interminabile sulle tecniche utilizzate per trainare il santo, sui punti più duri della salita e su quanto il tutto richieda una forza non comune. “E poi il pane! La sapete la tradizione del pane? – ci chiede – Praticamente tutti i malati portano al santo un pagnotta di pane che ha la forma dell’organo danneggiato. Anche ad Agrigento lo fanno, ché ci si sono fregati tutte le tradizioni ad Agrigento: San Calogero, la festa del mandorlo in fiore… Ma comunque ad Agrigento che fanno? – continua, come folgorato, parlando più a se stesso che a noi – Ad Agrigento il pane lo tirano. Che innanzitutto è uno spreco, tutto quel pane buttato per terra, che poi non è nemmeno rispettoso per il santo stesso, manco fosse un tiro al bersaglio. E poi, diciamocelo chiaro: ci sono anche ragioni di ordine pratico che sconsigliano questa abitudine, perché se tu mi tiri un filoncino di pane dal secondo piano e mi prendi in testa, di certo bene non mi fai…”. Ci allontaniamo lentamente e salutiamo.

In quella che mi sembra la piazza centrale di Naro, su un marciapiede davanti ad un parrucchiere, stanno seduti una dozzina di vecchi, su sgabelli e seggiole di legno di varia forma. Ci guardano. Non parlano. Si scambiano tra loro occhiate interrogative. Sono attimi in cui, penso, potrebbe davvero succedere qualunque cosa di inaspettato. Invece non succede nulla, noi continuiamo per la nostra strada e i vecchi tornano a parlottare.

Non proprio con atteggiamenti decorosi, entriamo nella chiesa di San Francesco: “Dovete assolutamente vederla. La facciata rappresenta l’esplosione del barocco di Naro, che già di per sé è la capitale barocca dell’agrigentino. E sotto un altare laterale ci sono anche le spoglie di San Fortunato, meravigliosamente conservatesi”. A presentarci in maniera così estasiata la chiesa di San Francesco è stato un assistente del parroco di Naro, una sorta di factotum un po’ perpetua e un po’ guida turistica, al quale siamo stati affidati dal parroco stesso, quando Gaetano gli ha chiesto di mostrarci la Chiesa Madre, e di darci qualche informazione sulla storia e l’arte locali: “Tranquilli, vi guiderà lui”.
E così l’assistente ha cominciato a illustrarci ogni affresco, ogni tela, ogni minimo manufatto della chiesa, e per ogni affresco, ogni tela, ogni manufatto, ci ha indicato la biografia dell’autore, la genesi dell’opera e i materiali utilizzati. Passiamo una buona mezz’ora a sforzarci di apparire interessati, mentre lui ci decanta le lodi di gente come Gaspare Paraninfo e Nardo da Crapanzano, dando per scontato che noi ne abbiamo quantomeno sentito parlare. La prima cosa che penso, in un moto di ammirazione verso la passione con cui quell’uomo dedica la sua vita a studiare la storia della sua piccola città, è che l’Italia avrebbe un assoluto bisogno di gente come lui; la seconda cosa che penso è che, con ogni probabilità, oggi noi stiamo realizzando un suo sogno, ché forse erano anni che sperava di poter riversare su degli ignari visitatori tutto il suo sapere. E infatti continua a dissertare con un’enfasi retorica che sa di preconfezionato, e non accetta di essere interrotto: tanto che quando Edoardo azzarda un commento ad un quadro, lui si interrompe per un attimo solo e poi, con una punta di livore, ribatte: “Ma a noi di questo non ce ne frega niente”.

Dopo mezz’ora, la Chiesa Madre non ha ormai più segreti per noi, e pensiamo che la visita sia conclusa. Invece la nostra guida decide di mostrarci la sagrestia: “È una sciccheria” – ci assicura. Terminata anche la visita della sagrestia, sarebbe il momento di salutarci, ma lui, incrollabile, ci chiede se vogliamo vedere anche le altre chiese di Naro: “Almeno quella di San Francesco – quasi ci prega – Vi faccio vedere l’esplosione del barocco”. Ci sembra brutto mortificare così il suo entusiasmo, e allora accettiamo. “Tanto è qui a due passi”. Un’altra mezz’ora di nomi di artisti mai sentiti prima e di storie di reliquie arrivate per oscure ragioni ad Agrigento, cui segue l’immancabile visita alla sagrestia con tanto di visione dell’interno degli armadi della sagrestia. “Se volete possiamo dare uno sguardo anche alla Chiesa dei Cappuccini, che è qui a cento metri”. Stavolta non esitiamo a declinare l’invito. “Però mi raccomando – esclama con fervore – almeno raccontate delle bellezze di Naro, che non le valorizza nessuno. E anche di Agrigento: ci siete stati alla Valle dei Templi?”.
Sì, ci siamo stati in mattinata, prima di visitare Naro. Siamo partiti presto, e abbiamo fatto sosta al monumento dedicato a Rosaro Livatino. Il monumento è in realtà una stele molto sobria posta su uno spiazzo lungo la superstrada che collega Agrigento a Caltanissetta, proprio nel punto in cui il giudice fu affiancato dai suoi assassini e ferito mortalmente, prima di tentare una disperata fuga lungo la scarpata sottostante, dove fu raggiunto e finito da uno dei killer. Era la mattina del 21 settembre 1990. Fu ucciso per volere della Stidda, organizzazione criminale attiva nella Sicilia centro-meridionale, con lo scopo di eliminare un giudice incorruttibile e di lanciare un segnale di forza a Cosa Nostra. “La Stidda è formata perlopiù da clan che non accettavano la supremazia della Cupola, e che erano desiderosi di mostrare la propria indipendenza nelle province di Agrigento, Caltanissetta e Ragusa. L’assassinio del giudice Livatino segnò il salto di qualità dell’organizzazione”. Ci sediamo in cerchio davanti alla stele di marmo, e ascoltiamo due responsabili dell’associazione che si impegna a preservare la memoria del giudice, e che ultimamente ha avviato anche il processo per la sua canonizzazione. “Rosario Angelo Livatino era un uomo di straordinaria fede, e proprio nella fede trovò la forza di impegnarsi, nonostante tutto, per la giustizia”. I due attivisti, con estrema convinzione, insistono sull’importanza che, nella vita e nel lavoro di Livatino, ebbe la religione, fino quasi a far apparire la sua professione di magistrato una sorta di militanza in nome di Cristo. È proprio questo aspetto a lasciarci maggiormente perplessi: chiediamo se presentare Livatino come un santo, anziché sottolineare la sua umanissima scelta di combattere per la legalità, non possa rischiare di allontanare il suo esempio da molti giovani, e convincerli che opporsi alle mafie sia impossibile per una persona qualunque, per qualcuno che non sia un eroe, un mistico. “Assolutamente no – ci risponde uno dei due – Anzi sarà un modo per dimostrare l’assoluta importanza del suo sacrificio, del suo martirio, e per richiamare alla memoria di tanti Italiani una figura su cui è indecorosamente caduto l’oblio”.
Senza che le nostre perplessità fossero state dissipate, siamo risaliti sull’autobus.
La vista dei primi templi è arrivata improvvisa. Subito chi dormicchiava si è svegliato, e l’autobus si è riempito di voci di meraviglia.
La pietra è la cosa più bella. Un tufo arenario di colore giallo, con sottotraccia delle venature più scure, quasi rosse, che sembrano emergere e dilatarsi con repentinità non appena le raggiunge il sole. Tutto meno sontuoso, qui, rispetto all’acropoli di Atene, eppure anche molto più vivo, più accogliente, più sincero rispetto all’algida maestosità del marmo del Partenone. E i resti delle mura sono altrettanto belli: qui il tufo lo si può vedere da vicino, lo si può toccare. È una pietra che sembra conservare, nella sua grezza imprecisione, tutta la fatica fatta per conservarsi nei secoli, per sopravvivere all’incuria e alla dimenticanza. “Non fate caso alle cartacce e alla sporcizia che c’è qui sotto” – precisa con un tono rassegnato Gaetano, indicando il pendio che dalle mura digrada verso la spianata dove nel maggio del 1993 Giovanni Paolo II lanciò il suo anatema contro la mafia. A ricordo di quell’avvenimento, c’è una croce di ferro proprio a ridosso della strada; tutt’intorno, a qualche metro di distanza, sacchi d’immondizia.
“Ora guardate in alto, verso Agrigento – ci esorta Gaetano – Ecco, questa è una delle immagini più emblematiche degli obbrobri del cemento perpetrati qui negli ultimi vent’anni”. Il tono di Gaetano torna rabbioso: “Ormai la parte vecchia della città non è più praticamente visibile”. È vero: come tanti bubboni di calcestruzzo, palazzine e condomini sembrano esser partiti dalla base della collina per poi risalire a fagocitare il centro storico. “E guardate quel viadotto, lo vedete? – insiste Gaetano nella sua rassegna dell’orrore, additando un lungo ponte alla nostra sinistra – Serve a collegare più velocemente Agrigento con La Città dei Templi, un centro commerciale grandissimo che è stato aperto da poco. Per realizzare quel viadotto hanno devastato una necropoli paleocristiana. Ma almeno gli Agrigentini possono andare più in fretta a fare shopping”.

A dissolvere la cappa di frustrazione creata dai racconti di Gaetano intervengono due turisti stranieri, le cui rare parole ce li rivelano tedeschi. Devono capire poco di italiano, e forse, incuriositi anche dalle nostre maglie rosse tutte uguali, si sono avvicinati scambiando Gaetano per una vera guida turistica. Dopo averci seguito per qualche minuto in mezzo ai templi e davanti alle mura, i due, probabilmente moglie e marito, aprono una cartina stradale di Agrigento proprio mentre Gaetano ci indica il viadotto. Evidentemente, non capendo cos’è che Gaetano ci stia mostrando, s’affannano a ricercare sulla cartina qualche segnale particolare, l’indicazione di qualche monumento. Perplessi, scattano un paio di foto a casaccio in direzione del viadotto e poi ci superano. Risaliti in pullman, ci interroghiamo su cosa racconteranno ai loro parenti, una volta tornati a casa, quando questi gli chiederanno conto di quelle fotografie.

Dopo la visita a Naro, siamo tornati a Robadao. Pizza e cannoli per festeggiare degnamente l’ultima serata tutti insieme. E ora eccoci qui a preparare le valigie e a scambiarci numeri telefonici e a prometterci amicizie su facebook. “Comunque sappi – mi ammonisce Federico col suo bizzarro accento, che io inevitabilmente associo a quello di Cioni Mario – che il fatto che tu non abbia mai visitato Firenze non è ammissibile”. “Hai ragione – mi difendo – Rimedierò presto. Promesso”. “Bene, così ti porto a vedere Porta San Frediano”. Sorrido, poi torno a chiudere la valigia. Mi guardo il palmo della mani: spero che i calli e le vesciche di questi giorni rimangano a lungo.

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