Libera! (Agosto 2013: seconda parte)

di Valerio Valentini

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Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Valerio Valentini sul lavoro svolto a Naro dall’associazione “Libera”, nelle terre sottratte al boss mafioso Lorenzo Baio . Potete leggere la prima parte qui.

Oltre al lavoro sui campi, che ci tieni occupati per l’intera mattinata, l’altra attività fondamentale del campo è quella della formazione. Così, almeno, la chiama Gaetano. Si tratta di incontri, dibattiti, piccole conferenze durante le quali magistrati, familiari di vittime di mafie e collaboratori di Libera ci raccontano le loro esperienze e si confrontano con noi. Lunedì è venuta a parlarci Antonella Borsellino, la sorella di Paolo Borsellino. “Strano – mi sono detto tra me e me, non appena l’ho sentita presentarsi in questo modo – Credevo che l’unica sorella del giudice ancora in vita si chiamasse Rita”. Antonella probabilmente deve essersi abituata a quell’equivoco, e ci tiene subito a chiarirlo: “No, mio fratello non era il magistrato Borsellino, ma un semplice lavoratore nel campo dell’edilizia. Evidentemente sono così tanti i morti ammazzati dalle mafie che c’è anche la possibilità di qualche caso di omonimia”. Istintivamente penso a quanto deve essere assurdo ascoltare centinaia di volte all’anno il nome di tuo fratello ucciso, ripetuto da televisioni e giornali, e sapere che non è mai a lui che tutti si riferiscono. “Non è stato facile – ci conferma Antonella – far conoscere la storia di mio fratello. Ma un grazie particolare devo rivolgerlo a Salvatore Borsellino, che quando ha saputo della nostra storia ha fatto molto per noi. Si sentiva evidentemente in dovere – scherza Antonella con un sorriso delicatissimo – di risarcirci un po’ per il fatto che suo fratello ha oscurato la memoria di Paolo”.

La famiglia di Antonella, originaria di Lucca Sicula, è stata distrutta da Cosa Nostra in un tempo brevissimo: prima suo fratello Paolo, e poi il loro padre Giuseppe, appena otto mesi dopo. Uccisi perché non volevano vendere la loro piccola impresa di calcestruzzi alle cosche locali. Inizialmente vennero ostacolati economicamente, dal momento che gli appalti pubblici, ad Agrigento, è in gran parte la mafia a gestirli e ad assegnarli: se non ti affidi ai boss, puoi contare soltanto su piccole commesse private. Poi, nonostante gli iniziali rifiuti dei Borsellino, Cosa Nostra li costrinse a vendere una quota della società ad alcuni suoi emissari, e quello è stato l’inizio della fine. Paolo e Giuseppe Borsellino vengono minacciati, fatti oggetto di attentati e progressivamente estromessi dalla direzione dell’impresa. “Perché è questo – spiega Antonella – l’obiettivo delle mafie: entrare nelle aziende oneste che magari si trovano in cattive acque, e poi prendersele pezzo a pezzo”. Eppure padre e figlio non si arrendono: quell’azienda l’hanno fondata con grandi sacrifici, comprando a rate il primo impianto per la lavorazione del calcestruzzo, e non vogliono vedersela togliere da dei criminali. Paolo è il più combattivo, il più ostile nei confronti dei suoi aguzzini, e difatti è proprio lui ad essere eliminato per primo. Ucciso chissà dove e poi fatto ritrovare all’interno della sua auto coi piedi fuori dal finestrino. È il 21 aprile 1992. Da quel giorno, Giuseppe decide di iniziare a collaborare con la magistratura: sa perché suo figlio è stato ammazzato, e lo rivela agli inquirenti. Cerca in ogni modo di far emergere la verità, si mette in contatto con varie associazioni, scrive alla Commissione Antimafia, telefona al Centro Studi Impastato. Il 17 dicembre 1992, viene crivellato di colpi mentre è alla guida della sua auto, nella piazza centrale di Lucca Sicula, da due killer che lo affiancano con una motocicletta da enduro.

“Forse entrare a far parte di Libera, oltre a tenere viva la memoria di mio padre e mio fratello, è stato anche un modo per poter affrontare il dolore” – confessa Antonella, che per questa sua scelta, per questa sua netta presa di posizione, ha visto molti suoi familiari allontanarsi. Sua cognata, la vedova di Paolo, ha deciso di annullare qualsiasi tipo di rapporto con lei: “Il dispiacere più grande è quello di non poter vedere i miei nipoti” – ci rivela. Eppure nelle sue parole ci sono una fermezza e una determinazione incrollabili. Nel 2010 ha fondato un presidio di Libera a Santa Margherita in Belice – “Ormai è diventato il nostra paese. Da Lucca siamo dovuti andare via, l’aria per noi era diventata irrespirabile” – e ha intensificato gli incontri con gli studenti. Attività, questa, che le regale tante piccole vittorie. Come quando, al termine di una conferenza in una scuola media, le si è avvicinato con timidezza un ragazzino, chiedendole: “La date anche a me la tessera di Libera?”. “Quel bambino è il nipote di uno dei più importanti boss del Belice – racconta Antonella – È stata una delle gratificazioni più belle in tanti anni di attività di volontariato. Cose del genere ti danno la forza di andare avanti, nonostante le difficoltà siano enormi. Io e mio marito siamo due impiegati, il presidio di Santa Margherita lo abbiamo aperto coi nostri risparmi e facciamo una grande fatica a mandarlo avanti”.

Il marito di Antonella si chiama Giuseppe. È seduto in mezzo a noi, e ascolta sua moglie con attenzione. Dagli sguardi che le rivolge, da come si stringe nelle spalle nei momenti in cui Antonella rischia di commuoversi, dimostra un’ammirazione sconfinata per la caparbietà di sua moglie, di cui ha evidentemente deciso di essere un sostegno silenzioso. Solo la sera, quando convinciamo lui e Antonella a rimanere a cena con noi, si rivela una persona di un’estrema espansività. E mentre ci aiuta a grigliare la carne, su un barbecue fatto con lamiere riciclate, tanto improvvisato quanto funzionale, ci racconta della loro casa, delle bellezze del Belice, delle speculazioni avvenute dopo il terremoto del ’68 e del massiccio spopolamento che ne è seguito. “Sapete qual è stata la cosa che mi ha fatto emozionare più di tutte, la prima volta che sono venuto qui a Robadao – ci confessa poi Giuseppe, mentre beviamo un bicchiere di vino rosso, vicino al fuoco – sedermi sui trattori che sono stati confiscati. Appartenevano a loro e ora ce l’hanno in dotazione i soci della cooperativa. Pensare che su quelle leve, su quei volanti, c’hanno messo le mani quelli là, e sapere che oggi quei macchinari servono per fare lavori onesti…”. La voce di Giuseppe trema, e Federico gli riempie il bicchiere.

Un altro incontro straordinario è stato quello con il magistrato Salvatore Vella. Se cercate su Google qualche notizia su di lui, le prime pagine che vi si presentano riguardano la revoca della sua scorta. E infatti per questo lo conoscevo anch’io: un magistrato siciliano a cui è stata tolta la scorta.

Vella si è laureato in giurisprudenza a Roma, e subito dopo ha deciso di tornare in Sicilia, proprio nel periodo delle stragi. “Per me – ci dice – fare il mestiere di magistrato in qualunque altra terra che non fosse la Sicilia, non avrebbe avuto senso. Soprattutto in quegli anni”. Le indagini condotte da Vella hanno reso possibili operazioni come “Scacco matto” e “Face-off”, grazie alle quali importanti esponenti di Cosa Nostra agrigentina sono stati arrestati. La prima minaccia esplicita che gli è stata rivolta dalle cosche locali è stata quando, nel dicembre del 2009, nel corso di un’udienza molto delicata, uno degli imputati lo irrise dicendogli di aver pazienza, che tanto la ruota gira per tutti e prima o poi sarebbe arrivato anche il suo turno. Nel marzo del 2011, mentre partecipava ad un congresso a Bivona, durante una pausa dei lavori qualcuno si è avvicinato al suo tavolo e ha inserito nella sua agenda un pizzino su cui erano scritti il modello della sua auto blindata e il numero della targa, seguiti da un semplice “BOOM”. “Ultimamente – continua Vella – mentre conducevamo un’indagine, siamo venuti a sapere che alcuni mafiosi avevano realizzato un sopralluogo nella casa in cui abito”. Dev’essere per questo che, nel gennaio scorso, il Ministero degli Interni ha pensato che fosse arrivato il momento di revocare la scorta al magistrato, che sorride quando gli chiediamo conto di questa assurdità. Tra parentesi: su questo sito è possibile firmare la petizione per richiedere il ripristino della scorta a Salvatore Vella. “L’hanno definita un’operazione di spending review. Evidentemente ci sono certi ex direttori di telegiornali, noti al grande pubblico, che rischiano molto più di me. Lo accetto con serenità e vado avanti. Facendo questo lavoro, mi sono accorto ormai da anni che nella lotta alla mafia, nelle file di quella che dovrebbe essere la mia squadra, ci sono giocatori che appartengono alla squadra avversaria”.

In ogni caso, Vella non è soltanto un bravo magistrato. È anche un narratore eccezionale. Se Antonella Borsellino mostrava una certa meccanicità nel ricordare le storie dei suoi familiari e delle altre vittime di mafia, come di chi avesse mandato a memoria una scaletta da rispettare con esattezza per non incepparsi, Vella parla per un’ora e mezza, ininterrottamente, con una capacità affabulatoria sorprendente. Il suo racconto parte dalle origini di Cosa Nostra “moderna”, da Lucky Luciano che riesce in pochi giorni, su richiesta del governo statunitense, a disinfestare dalle spie tedesche il porto di New York, dai patti tra boss siciliani ed esercito alleato per pianificare lo sbarco del luglio del ’43 e concordare l’affidamento di molte cariche istituzionali sull’isola ai padrini di Cosa Nostra, fatti diventare sindaci e prefetti nel giro di pochi giorni; e arriva fino alla storica costituzione del pool antimafia di Palermo, agli anni delle stragi e alla primavera del coraggio.

Vella ci dà anche preziose informazioni su quella che è la mafia oggi, sui traffici internazionali di droga e sull’infiltrazione dei cosiddetti colletti bianchi in ogni settore dell’economia e della politica. “Soprattutto di una cosa è necessario diventare consci, se davvero si vuole comprendere il fenomeno mafioso nella sua complessità. E cioè che non esistono il bene e il male in senso assoluto, lo Stato e l’Antistato. Oggi, ad esempio, sappiamo con ragionevole certezza che nello stesso palazzo in cui fu tenuto prigioniero Aldo Moro c’era un appartamento affittato agli uomini del generale Dalla Chiesa, il quale era pronto ad intervenire per liberare il presidente della DC non appena avesse ricevuto l’ordine di farlo. Ordine che però non arrivò mai. Passarono quattro anni e Dalla Chiesa venne nominato superprefetto di Palermo con il compito di combattere Cosa Nostra. Pochi mesi dopo fu ucciso da un commando dei Corleonesi. Eppure noi abbiamo delle intercettazioni nelle quali alcuni dei boss responsabili del suo omicidio si domandano perplessi per quale motivo Dalla Chiesa dovesse essere eliminato, visto che a loro non stava arrecando particolari problemi. Ebbene, siamo sicuri che oggi si può dire che ad uccidere Dalla Chiesa fu soltanto Cosa Nostra?”.

Immancabile, appena il magistrato ci sollecita ad intervenire nel dibattito, arriva la domanda fatidica: rifarebbe, il magistrato Salvatore Vella, le stesse scelte che oggi gli costano una vita così difficile? La risposta, anche questa ormai rituale, è che sì, le rifarebbe tutte. Ma il ragionamento che segue a questa risposta è forse meno scontato: “Le rifarei – afferma Vella – nonostante il nostro Stato non riconosca alcun merito a chi decide di esercitare la professione di magistrato in territori rischiosi come questo. Avevo un collega di università bravissimo in diritto commerciale: quando si aveva a che fare con finanziarie e transazioni era infallibile. Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un’indagine complessa su strane società che facevano operazioni e investimenti pazzeschi, e ho deciso di chiamarlo per avere un suo parere. Erano anni che non ci sentivamo. Quando mi rispose, si scusò dicendomi di non potermi essere d’aiuto: lui era sempre stato in servizio alla procura di Trento ed il caso più complesso di cui si era occupato riguardava un furto di vacche. Aveva praticamente dimenticato tutto. Ecco, fin quando lo Stato continuerà a trattare me e quel mio amico allo stesso modo, ci saranno sempre meno magistrati che sceglieranno di esser assegnati a procure difficili, in territori con un’alta densità mafiosa. Se ci pensate è bizzarro: se un militare accetta di andare in missione in un luogo di guerra, ottiene degli avanzamenti di grado molto più velocemente rispetto a chi sceglie di starsene tutta la vita in una pacifica caserma; e un contadino che zappa su un terreno duro pretende giustamente di essere pagato di più rispetto ad uno che zappa su un terreno morbido. Non si capisce perché queste logiche, accettate in ogni ambito professionale, divengano blasfeme non appena si chiede di applicarle alla magistratura”.

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