Libera! (Agosto 2013: prima parte)

di Valerio Valentini

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Campo Libera a Naro. Foto di Lia Pastorelli.

“Adoro il lavoro ma detesto la fatica. La fatica è quel dolore fisico che si oppone alla continuazione del lavoro”. Da quando, la sera del primo maggio 2010, sentii cantare Lavorare con lentezza a Enzo Del Re sul palco del Concertone di Piazza San Giovanni, ho assunto questa frase come supremo precetto della mia personale dottrina del lavoro. Rimarrà inscalfibile nella mia coscienza, pensavo, e la insegnerò ai miei figli e ai figli dei miei figli.

Invece oggi, per la prima volta dopo oltre tre anni, mi ritrovo a rinnegare quella norma, o quantomeno a contraddirla: mi accorgo che a volte può accadere che si arrivi a desiderare la fatica, a ricercarla con caparbietà per poi compiacersi nel sopportarla. E per la prima volta, oggi, mi rendo conto che quanto Enzo Del Re aggiungeva, dopo quella frase che mi aveva così colpito, non era affatto un’appendice accessoria. “Io per gli sfruttatori non voglio fare niente; per la classe lavoratrice, alla quale mi onoro di appartenere, sono disposto a sacrificare la mia vita”. Allora forse l’importante non è aborrire sempre e comunque la fatica come qualcosa che avvicina il nostro modo di lavorare a quello delle bestie, ma adoperarsi affinché i nostri sforzi, profusi per una causa giusta, possano rendere il nostro dolore fisico un’esperienza nobilitante.
Era stato all’incirca questo il concetto che la mia ragazza, nel tentativo di convincermi a iscriverci insieme ad un campo estivo di volontariato di Libera, aveva cercato di spiegarmi: “Quella settimana di lavoro rimarrà tra le cose più gratificanti della mia vita” – mi aveva detto, raccontandomi della sua passata partecipazione al campo di Castelvolturno.

Quest’anno invece abbiamo deciso di iscriverci al campo di Naro, nei pressi Agrigento, l’unico disponibile tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Attività da svolgere: espianto di un vigneto. Così c’era scritto sul sito web di Libera. “Chissà in cosa consiste, esattamente, l’espianto di un vigneto?” – ci chiedevamo mentre compilavamo il modulo di iscrizione.
“Consiste che due di voi si prendono le cesoie e tagliano i fili di ferro, un altro gruppo solleva i pali e un altro ammucchia i pali in varie zone”. È stato Alfonso, uno dei soci della cooperativa che gestisce il bene confiscato di Naro, ad offrirci questa sintetica spiegazione. Lo ha fatto la mattina del nostro secondo giorno di campo, mentre ci accompagnava al vigneto con un pulmino, sforzandosi di dare al suo dialetto agrigentino una parvenza di italiano che, se non accademico, risultasse quantomeno comprensibile da tutti. “I pantaloni lunghi ve li siete portati, sì?” – ci ha chiesto più di una volta, scrutando i nostri visi interdetti sul perché di tanta insistenza circa la necessità di coprirci le gambe fino alle caviglie, quando nell’aria c’era un’afa asfissiante. Arrivati sul campo ci è diventato chiaro. “Ma non si potevano tagliare, quei cardi così alti, prima di venire a sradicare il vigneto?”. Una voce anonima ha abbozzato una protesta, e Alfonso, con l’aria sicura e un po’ annoiata di chi si è sentito rivolgere fino alla nausea sempre la stessa obiezione, ha risposto che no, non era possibile, che ci sarebbe voluta tutta l’estate per falciare l’intero vigneto, e che tanto già dal secondo giorno le gambe non sentivano più niente, bisognava solo farci un poco l’abitudine.

Invece stamattina, che è il secondo giorno, le gambe non si sono affatto abituate. Continuano a dar fastidio, a prudere, e di tanto in tanto il prurito diventa bruciore, quando il sudore scorre sulle zone più irritate. E in più c’è la stanchezza, che comincia a farsi sentire.
Per tutta la mattinata di ieri, galvanizzato nello sforzo da un’emozione strana che sembrava intorbidirmi i sensi, ho utilizzato per ore le cesoie, tagliando i montanti del vigneto: per ore con le braccia sopra la testa, per ore con gli occhi a mangiare la ruggine che, ad ogni vibrazione, cadeva dai fili ossidati. Stanotte non ho praticamente dormito, pungolato da un indolenzimento sordo delle spalle e tormentato dal russare indecente del mio vicino di letto, che a dire il vero ha molestato l’intero stanzone degli uomini, dove dormiamo in dieci. Quando le sveglie dei cellulari hanno preso a suonare – erano le sei e mezza – mi sono alzato con le mani piene di vesciche, e con gli occhi irritati dal sonno e dalla ruggine. Eppure avvertivo un’insana voglia di tornare a lavorare in mezzo al vigneto, a tranciare i fili e a divellere i pali.
E ora sono qui, che sorrido davanti alla fatica che mi assale, felice di canticchiare mentalmente Lavorare con lentezza e poter scoprire un significato nuovo nei versi di quella canzone. Mentre me ne sto assorto in questi pensieri, mi si avvicina Federico, un ragazzo di Firenze che ho conosciuto qui. Abbiamo fatto subito amicizia, la prima sera, quella delle presentazioni e dei saluti di rito, non appena lui ha detto che abita a due passi da Porta San Frediano, e io gli ho confessato la mia passione per Pratolini. Nei suoi movimenti, ora, vedo la stessa mia spossatezza, ma nei suoi occhi lampeggia una strana esaltazione, che non dev’essere molto diversa dalla mia. “Non ti senti tremare le braccia? – mi chiede – Voglio dire: pensare che questo terreno apparteneva a dei mafiosi, e che noi ora lo stiamo dissodando, stiamo togliendo erbacce e viti secche, non ti fa emozionare?”. Annuisco e sorrido. In altre circostanze farei fatica ad apprezzare certi paragoni, tanta retorica risulterebbe patetica; ma forse qui è proprio la nuda concretezza del lavoro a salvaguardarci dal rischio della vacuità.

Il vigneto si estende su oltre centocinquanta ettari, su un terreno piuttosto dissestato e con diversi avvallamenti, in località Gibbesi. Apparteneva al boss di Cosa Nostra Lorenzo Baio, originario di Favara (cittadina a una manciata di chilometri da Naro, devastata da quella che viene comunemente definita cementificazione selvaggia), e dopo la consueta trafila legale e burocratica, è stato assegnato ad una cooperativa che lavora per il consorzio Libera Mediterraneo. Il che sta ad indicare un processo molto più complesso di quanto non si possa pensare. In media, dal momento del sequestro di un bene di proprietà di mafiosi, al suo effettivo riutilizzo, trascorrono quasi dieci anni. Questo avviene soprattutto perché tutte le procedure degli oltre dodicimila beni confiscati passano per un’agenzia – l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) – che conta appena trenta dipendenti. E certo i problemi non terminano al momento dell’assegnazione del bene, soprattutto se si tratta di aziende. Queste ultime, infatti, molto spesso muoiono nelle mani dell’amministratore giudiziario: fintantoché a gestirle sono le organizzazione criminali, esse sono sorrette da un rifornimento incessante di liquidità; nel momento in cui passano allo Stato, quel flusso si riduce sensibilmente, le banche, di conseguenza, rinunciano a concedere fidi o prestiti e l’attività commerciale viene lasciata deperire. Tutto ciò si traduce in un dato piuttosto emblematico: soltanto il 42% dei beni confiscati è, ad oggi, effettivamente gestito da associazioni o amministratori giudiziari. In sostanza, meno della metà di quello che lo Stato italiano sottrae alla criminalità organizzata viene poi riutilizzato per produrre ricchezza e lavoro sano.

Per quanto riguarda i terreni agricoli, la situazione è altrettanto travagliata. Il primo problema consiste proprio nei tempi biblici necessari per l’assegnazione, a causa dei quali molti poderi fertili, lasciati per anni senza alcuna manutenzione, finiscono con l’essere riconsegnati ai nuovi gestori in uno stato di totale sterilità. Il che non ha ricadute soltanto sulla produttività del terreno, ma anche sul valore sociale dell’intera operazione di confisca. Molto spesso il bene, che in mano alle cosche era florido e dava lavoro a tante persone, diventa arido sotto la tutela dello Stato.
È esattamente quello che è successo a Naro: un vigneto immenso è stato lasciato seccare, durante anni di inceppi burocratici e di indecisioni della politica, e ora bisogna sradicarlo per poter poi coltivare il terreno a grano e ceci. A dire il vero l’idea non è sempre stata quella di riutilizzare il podere di contrada Gibbesi a fini agricoli. Inizialmente l’amministrazione comunale aveva avanzato la proposta di acquistare il terreno per realizzarci un campo da golf; poi invece, tramite il Consorzio Agrigentino per la Legalità e lo Sviluppo, e grazie all’intervento di Libera, è stato deciso di lanciare un bando pubblico che ora è stato vinto dalla cooperativa di cui fa parte anche Alfonso. Il quale, tra uno sbuffo e l’altro della sua sigaretta elettronica, mentre ci riaccompagna alla base del campo col pulmino, ci racconta che, quando apparteneva al boss Baio, quel vigneto dava lavoro a decine di famiglie. “La vigna ha bisogno di una manutenzione che dura praticamente tutto l’anno: potatura, sfoltimento, inzolfatura e trattamenti vari, e poi la vendemmia. Con 160 ettari di vigneto, immaginate quanti operai ci volevano! E pensate anche a come, un solo boss, poteva esercitare un controllo su centinaia di persone. Quando sentite dire che il tale padrino garantisce un certo numero di voti al tale politico, e poi quei voti arrivano puntualmente dal primo all’ultimo… ecco come è possibile. Tenete conto che in comuni di poche migliaia di abitanti, poter dirottare da una parte o dall’altra trecento voti significa stabilire chi vince e chi perde le elezioni”.

Improvvisamente sento il mio collo ciondolare, la voce di Alfonso mi raggiunge da una distanza incalcolabile. Quando riapro gli occhi siamo già arrivati alla base del campo, che dista una decina di chilometri dal vigneto. Si trova in contrada Robadao, ed è il centro direzionale della cooperativa. “Qui l’anno scorso abbiamo già raccolto il primo grano, e tra qualche tempo, se tutto va come deve andare, metteremo in piedi anche il laboratorio per il miele” – ci ha raccontato Cosimo, un altro dei soci che gestiscono i terreni. “Per ora ci sono solo cento arnie, ma presto saranno quattrocento: e allora si comincerà a fare davvero sul serio”. Cosimo è l’apicoltore della cooperativa, e quando gli si chiede qualcosa a proposito delle api, delle loro caratteristiche e del loro comportamento, risponde con la precisione meticolosa di uno studente che sostiene un esame. E anche quando ritiene opportuno fornire informazioni ricavate dalla sua esperienza, che configgono con quelle della letteratura ufficiale, lo fa quasi con titubanza: “I libri dicono così, ma a me è capitato di verificare che le cose sono un po’ diverse”. Se Alfonso dimostra la sua loquacità solo se sollecitato, e pare non riuscire mai del tutto a scrollarsi di dosso una certa diffidenza contadina, Cosimo dispensa una cordialità costante: il suo sorriso, di una gratuità ormai desueta, sorge spontaneo ogni volta che ci si rivolge a lui.

La sede del campo, quella in cui dormiamo e mangiamo, è uno stabile di recente costruzione, proprio al centro del terreno di Robadao, che è stato assegnato alla cooperativa insieme al vigneto. Quando il podere è stato confiscato alla mafia, al posto della struttura che oggi ci ospita c’era un vecchio fabbricato, subito demolito. Ma il percorso non è stato affatto semplice. Per ben due volte, nel periodo di stallo burocratico che ha preceduto l’assegnazione del bene, la struttura è stata vandalizzata: nel novembre 2010 furono danneggiati dei mobili e rubata la cucina industriale, nel febbraio 2011 vennero asportati gli infissi e i cavi di rame dei vari impianti elettrici. “L’ennesima sfida allo Stato da parte della mafia agrigentina” – dichiarò allora Mariagrazia Brandara, presidente del Consorzio Agrigentino per la Legalità e lo Sviluppo. Poi finalmente, nel giugno del 2012, i terreni di Robadao e Gibbesi vennero assegnati alla cooperativa, intitolata, per volere dei soci, a Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” ucciso dalle cosche agrigentine nel 1991. Fu proprio Livatino, del resto, ad avviare le procedure che portarono alla confisca dei terreni che ora la cooperativa gestisce. “All’inizio, per alcuni mesi, di paura ce n’era parecchia” – ci racconta Gaetano, il responsabile del campo di volontariato, che cura le attività formative e organizza incontri e dibattiti. “Una sera – continua – al termine della riunione coi soci, mentre stavamo uscendo, sentimmo avvicinarsi una macchina. Dico sentimmo perché l’illuminazione esterna, come vedi, qui non c’è, e la macchina avanzava coi fari spenti. Calò un silenzio spettrale; non riuscivo a pensare nulla, ero completamente paralizzato. Dopo qualche secondo, dall’auto uscirono due carabinieri, che erano venuti ad accertarsi che tutto stesse in ordine: chissà perché, però, coi fari spenti. Avrei voluto saltargli addosso per scaricare la tensione accumulata. Comunque tutto si risolse con una risata, se non che, quando cominciammo con le presentazioni e le strette di mano, ci accorgemmo che Vincenzo, uno dei soci della cooperativa, non c’era. Lo vedemmo spuntare, subito dopo, da dietro un muretto che aveva scelto come nascondiglio”.

Appena venuta in possesso del bene, la cooperativa ha deciso di attivare immediatamente i campi di volontariato, sin dall’estate del 2012. Ma ovviamente l’organizzazione era scarsa e i disagi enormi. “Dormivamo per terra, non c’erano né letti né mobili” – ci spiega Bianca, ragazza forlivese che, dopo l’esperienza pioneristica dell’anno scorso, ha deciso di ripetere l’attività di volontariato proprio qui a Naro. “Mi piaceva l’idea di tornare a vedere come procedevano i lavori. E poi tornare mi fa sentire parte del progetto”. “In realtà – scherza Valentina – è tornata perché si era innamorata di Gaetano”. Valentina è una volontaria di Crotone che, per tutto il mese di agosto, ha coadiuvato Gaetano nell’organizzazione delle attività formative, oltre a dirigere i lavori per quel che riguarda l’interno della struttura di Robadao. Lo fa con dedizione, assumendo solo di rado una puntigliosità che non le si addice, e che infatti si sgretola senza alcuna resistenza non appena qualcuno le fa uno scherzo o le rivolge una battuta.
Il clima all’interno del gruppo è quasi sempre allegro. Si parla, si ride, ci si racconta. Capita raramente di fermarsi a riflettere, anche perché i tempi morti, pure quando il programma della giornata prevede momenti di pausa, sono pressoché inesistenti: si approfitta per improvvisare una partita di calcetto nel piazzale, un match di “Schiaccia 7” o un torneo di scopone scientifico.

Eppure ogni tanto, soprattutto appena prima di cena, sento il bisogno di ritagliarmi un attimo di solitudine. Il tramonto, qui da contrada Robadao, appare molto discreto: niente di cinematografico, soltanto una luce pacifica, materna, che cala sulle rocce di tufo delle colline circostanti e sulle pale eoliche da cui sono dominate. Involontariamente mi sale sul volto un sorriso: realizzo che non mi è mai capitato di parlare così tanto, e di ridere così tanto, con dei perfetti sconosciuti, come mi sta accadendo in questi giorni. Il punto è che forse, quando incontri persone all’interno di iniziative come quelle di Libera, ti viene spontaneo dare per scontati certi presupposti che invece, in altre circostanze, richiederebbero un tempo piuttosto lungo, fatto di diffidenze e ritrosie, per essere costruiti. Ci siamo fiutati in maniera quasi animale, riconoscendoci in certi valori, in certi ideali, di fronte ai quali molte altre divergenze sono subito apparse trascurabili. E poi le prese in giro sui vari accenti – c’è gente che viene, praticamente, da ogni parte d’Italia – gli scherzi idioti, le descrizioni del proprio passato e il riversare in uno stesso calderone mille esperienze di vita diverse: anche questo è costruire un rapporto sano, e farlo in un terreno che è appartenuto a delle cosche criminali vuol dire pure, in una certa misura, sconfiggere la mafia, distruggere quel sostrato di individualismo e di sfiducia nel prossimo e nella comunità da cui la mentalità mafiosa germoglia. Ma l’esserci cementificati in un gruppo così coeso, molto più banalmente, ci serve anche per sopportare certi disagi che scandiscono le nostre giornate. Nonostante l’impegno dei responsabili, l’organizzazione del campo è ancora ad uno stato molto approssimativo. I soldi sono quelli che sono, il numero dei soci limitato e il dover organizzare, ogni settimana, nuove attività per i nuovi gruppi di volontari, sottrae inevitabilmente tempo ai lavori di ristrutturazione e di ammodernamento della struttura. Il risultato è che nel campo non c’è acqua calda (cosa che ha generato, soprattutto la prima sera, non poche risate dovute alle urla di alcuni ignari che, appena arrivati, hanno pensato bene di farsi una doccia), alcuni bagni sono quasi sempre intasati e più di un lavandino è inutilizzabile. Il cibo non è mai scarso, ma nel modo in cui Valentina e Gaetano cercano di coordinare i lavori in cucina, si percepisce una certa necessità di parsimonia. “Dei 130 euro che avete pagato per venire qui – ci confessa Valentina – trenta vanno a finanziare i progetti di Libera, e cento vengono destinati al vostro vitto e alle spese di gestione della struttura. Non è semplice far quadrare i conti”.

A queste difficoltà logistiche ed economiche, si aggiunge la non felice posizione del campo. La nostra sede è spersa nella campagna, circondata, senza soluzione di continuità, da poderi di cui non si vede la fine. Non c’è alcun centro abitato nel raggio di cinque o sei chilometri, e la stessa Naro ci appare irraggiungibile, in cima alla collina. Nulla di vagamente simile ad un’attrattiva, che non disti almeno un’ora di cammino, è presente qui intorno; e anche gli spostamenti con i mezzi sono estremamente complicati, dal momento che né a Robadao, né nelle vicinanze, passano autobus pubblici. In definitiva, quando non siamo in mezzo al vigneto, siamo costretti a rimanercene qui alla base. Alcuni dei ragazzi che hanno partecipato ad altri campi di volontariato di Libera, ci raccontano di come visitassero spesso le città vicine ai beni confiscati nei quali risiedevano; i più fortunati avevano il mare a due passi, e approfittavano di ogni momento libero per andare a fare il bagno. Nulla di tutto ciò, ovviamente, è possibile qui a Robadao, e quando Gaetano, convocatici tutti per una riunione nella sala centrale, ci chiede di esporgli eventuali critiche, è proprio su questo che si concentrano i nostri interventi. C’è chi vorrebbe che si effettuassero delle escursioni, chi delle “passeggiate della legalità” nei paesi vicini, e c’è anche chi propone di organizzare un cineforum nella piazza centrale di Naro, per coinvolgere la cittadinanza e far conoscere Libera. Più che critiche, in realtà, sono degli incitamenti, dei suggerimenti dettati dall’entusiasmo. Gaetano resta dapprima sorpreso da tanto spirito di iniziativa, e sembra fare violenza a se stesso nell’imporsi di placare la nostra intraprendenza; poi, dopo qualche minuto, si scioglie in uno sfogo a metà tra il commosso e l’impetuoso, durante il quale il suo accento nisseno prende sempre più il sopravvento.

Gaetano ha venticinque anni ed è originario di Montedoro, un comune al confine tra le province di Caltanissetta e Agrigento, vicinissimo a Racalmuto; si è trasferito a Narni per l’università, e si è laureato in scienze dell’investigazione perché il suo sogno, fino a qualche anno fa, era quello di diventare poliziotto in terra di Sicilia; la sua tesi riguardava i beni confiscati alla criminalità organizzata, e si apriva con l’elenco completo delle vittime delle mafie, cinque pagine zeppe di nomi e cognomi; dopo la laurea è tornato, e ha deciso di dedicare un anno a Libera e al suo paese; si è anche candidato alle elezioni comunali e ci è mancato poco vincesse. Tutte queste notizie sulla sua vita, però, Gaetano ce le rivela solo oggi pomeriggio, nel corso del suo acceso monologo. C’è servita la rabbia per rompere una crosta di timidezza che, fino ad oggi, ce lo ha reso scostante: poche parole, rari sorrisi, quasi sempre un’essenzialità disarmante nel presentare incontri e dibattiti, lasciando poi a Valentina l’onere di completare e di fare da moderatrice.
Adesso invece Gaetano ci racconta delle difficoltà quotidiane nello svolgere quest’attività, della diffusa mancanza di interesse nei suoi coetanei per le tematiche legate alla legalità e alla cittadinanza attiva, degli sgarbi ricevuti, di una paura costante di subire ripercussioni, delle promesse d’aiuto da parte di autorità e politici puntualmente disattese, di un’amministrazione comunale che si rifiuta di concedere alla cooperativa lo scuolabus durante i mesi estivi perché “potrebbe danneggiarsi sulle strade dissestate di Robadao”, di province, come quelle di Agrigento e Caltanissetta, per decenni ritenute “babbe”, cioè sciocche, immuni alla penetrazione delle mafie, e nelle quali invece la presenza mafiosa è asfissiante e si traduce in un ristagno di omertà e lassismo, anche tra i giovani.

Quando Gaetano smette di parlare, per qualche secondo nessuno ribatte, e i nostri sguardi si incrociano smarriti. Avvertiamo uno strano bisogno di assestamento, dopo il suo racconto.

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