Una novità vecchia un secolo: sugli usi del 3D nel cinema

di Marcello Bonini

1010873_10151845015356543_164377808_n

Per il secondo anno non consecutivo, la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha aperto la propria programmazione con un film in 3D. Sorvolando sul fatto che due edizioni fa l’onore toccò a Box Office 3D – Il film dei film di Ezio Greggio, quest’anno è stato scelto il facilmente più valido Gravity di Alfonso Cuarón. Non sono comunque mancate le critiche, dal momento che il cinema tridimensionale è spesso visto come una vuota spettacolarizzazione. Tuttavia la scelta di uno dei più importanti festival del mondo non può essere ignorata, come non può essere ignorato uno dei più diffusi fenomeni che ha investito il cinema contemporaneo, e vale la pena chiedersi se il 3D non possa anche essere utilizzato in maniera interessante.

Vale però la pena spendere prima qualche parola sulla tecnologia che vi è alla base. Partiamo dal fatto che il cinema 3D non esiste: si tratta di una specie di inganno perpetrato ai danni degli spettatori, cosa che certo non depone a favore dei difensori del suo valore artistico. La parola “tridimensionale” si riferisce infatti a qualcosa dotato di altezza, larghezza e profondità reali, quindi dotato di una propria spazialità. Quello che noi vediamo al cinema detto 3D è piuttosto un apparente rilievo. Un ipotetico cinema realmente tridimensionale si avvicinerebbe di più all’idea di ologramma, e in effetti tra ciò che il termine “tridimensionale” indicherebbe e la realtà dei fatti intercorre la stessa differenza che c’è tra una statua e un bassorilievo. Parlare di ‘3D’ è quindi improprio, e non a caso la definizione più corretta e scientifica è tutt’altra, cioè “stereoscopia” (dal greco στερεός, “solido”, e σκοπείν, “osservare”), che più onestamente indica l’effetto di rilievo dato ad un’immagine bidimensionale intervenendo sul modo in cui lo spettatore la recepisce.

La stereoscopia si basa su un principio in realtà molto semplice: la stessa sequenza viene filmata contemporaneamente da due diverse cineprese poste in posizioni lievemente differenti, così da avere due filmati simili ma diversi. Questi vengono sovraimpressi l’uno sull’altro in modo da proiettare sullo schermo una ‘doppia immagine’ che appare confusa all’occhio. Attraverso un apposito visore viene inibita all’occhio sinistro la visione di una delle due parti che compongono il fotogramma, mentre all’occhio destro viene inibita la visione dell’altra. Così, i due occhi singoli inviano due immagini leggermente differenti al cervello che – senza stare ora a spiegare come – le ricompone ‘sbagliando’, creando da solo l’effetto di tridimensionalità. Funzionavano allo stesso modo alcuni libri per bambini di moda negli anni ’90: un disegno veniva riprodotto due volte, una in rosso ed una in blu, e degli occhialini con lenti degli stessi colori filtravano ognuna uno dei due disegni, generando quella stessa confusione che il cervello leggeva come rilievo.

Ma se già allora era conosciuta, verrebbe da chiedersi quando è nata questa tecnica. La risposta è: nell’Ottocento.Nel 1832 infatti il fisico inglese Charles Wheatstone inventò lo stereoscopio a specchi, fondato sul principio della ‘doppia visione’. Già, il mirabolante cinema tridimensionale si basa su una tecnologia di quasi duecento anni fa. E nemmeno la sua introduzione nel mondo del cinema è così recente: già nei primi anni del Novecento si ebbero degli esperimenti in tal senso e a partire dagli anni ’20 iniziò la distribuzione in sala dei primi film in 3D finché, negli anni ’50, vi fu un vero e proprio boom e le sale vennero invase da pellicole in tre dimensioni (lo stesso Hitchcock ci si confrontò, girando in questo modo Delitto perfetto).

Esattamente ciò che sta accadendo oggi. Insomma, Avatar di così innovativo ha poco o niente, è solo la ripetizione di una vecchia tecnologia. Sia chiaro, nel corso dei secoli il 3D è stato migliorato in maniera esponenziale, e non si può fare alcun paragone tra la qualità odierna e quella passata. Ma è come se qualcuno possedesse una vecchia Cinquecento scassata, e gli si proponesse di comprare una Ferrari nuova fiammante, spacciandola come un nuovo mezzo di trasporto. Sarebbe falso. Nessuno negherebbe lo straordinario incremento estetico e di prestazioni, ma entrambe si muovono grazie allo stesso motore: la Ferrari è migliore, ma è sempre un’automobile.
Questo è l’inganno perpetrato ai danni dello spettatore, al quale si chiedono più soldi, certo, ma per qualcosa di mai visto prima.

Così inquadrato, il cinema erroneamente detto tridimensionale sembrerebbe solo una trovata commerciale. La moda di ridistribuire film di culto riconvertiti in 3D darebbe adito a questa idea – in effetti, perché costringere la gente a spendere 10€ per rivedere Titanic, se non per quei 10€? Nemmeno i tanti film pensati appositamente per questo strumento sembrano poter giustificarne l’uso, trattandosi per lo più di prodotti nella migliore delle ipotesi scadenti, ai quali il 3D non aggiunge nulla, se non un leggero mal di testa per i tanti che accusano due ore di ‘errore cerebrale’. Lo stesso 3D di Avatar, per quanto curatissimo, non dà al film nulla che la versione 2D già non abbia, poiché la grandiosità che lo contraddistingue è data dalla grandiosità dell’azione e della scenografia proiettate su uno schermo enorme  (mentre cambia, sì, vederlo in sala o sul televisore). Persino un regista da sempre attentissimo all’espressività estetica come Scorsese, confrontandosi col 3D in Hugo Cabret non ha saputo dargli una valenza artistica, se non in un paio di brevi momenti, dispersi in un film bello ma inutilmente tridimensionale. Il pubblico sembra iniziare ad accorgersene, tant’è che negli Stati Uniti le versioni 3D di un film incassano poco di più rispetto alle loro controparti bidimensionali, e solo alcuni paesi dell’Europa (Italia in testa) mantengono in vita la diffusione capillare del 3D.

Insomma, sembra trattarsi proprio di una tecnologia superflua, riscoperta in un momento di crisi del settore per dargli nuova linfa, esattamente come negli anni ’50 fu utilizzata per contrastare l’avanzata della televisione, che tanto spaventò Hollywood.
È sempre stato così: quando il pubblico perde interesse, riconquistalo con un colpo di scena spettacolare! I primi anni 2000 stagnavano? Ecco che dal cappello tiriamo fuori qualcosa di talmente vecchio che non avevate mai visto. Almeno finché c’è crisi; poi, come sempre, sparirà per qualche decennio, pronto ad essere rispolverato per ogni futura necessità. Fesso lo spettatore a cascarci ogni volta.

Eppure forse non è proprio così. Forse, per qualcosa di buono il 3D si può utilizzare, se si ha il coraggio di rompere gli schemi. Nel 2010 esce un piccolo documentario, Cave of forgotten dreams, firmato dal regista tedesco Werner Herzog, uno che ha fatto del rischio (e non solo artistico) la propria filosofia di vita. E il 3D assume una nuova espressività, un nuovo senso. Qual è stata l’intuizione di Herzog? Che non ha senso utilizzarlo per dare profondità a pianeti sconfinati o alla maestosa Parigi. L’immagine cinematografica è abbastanza spettacolare di suo e non ha bisogno di nient’altro per catturare nel suo mondo lo spettatore: vedere i boschi di Pandora o la stazione della Ville Lumière su uno schermo largo venti metri è già un’esperienza inglobante alla quale la tridimensionalità non aggiunge nulla. Così Herzog con una piccola videocamera affonda nelle viscere della terra, nella grotta Chauvet, la caverna che cela uno dei più antichi segni della fantasia umana, e ne attraversa cunicoli e budelli. In spazi così angusti, traboccanti di forme rocciose, il 3D diventa davvero uno strumento per donargli una dimensione ulteriore, permettendo al pubblico di immergersi fisicamente col regista in un luogo tanto carico di significato.

Cosa rivela quindi Herzog col suo piccolo documentario? Che il 3D al cinema è facile usarlo male, ma lo si può anche usare bene. È uno strumento in più che la tecnologia offre ai registi, ai quali spetterà il compito di trovare il modo per dargli valore espressivo. Uno lo ha già escogitato il regista tedesco, ma sicuramente ne rimangono infiniti altri; battersi a priori contro il 3D in nome di un qualche principio artistico è ottuso, e farlo, per quanto sia improbabile che diventi il nuovo standard, ricorda tutti coloro che nel 1927 lanciarono strali contro i film sonori, perché il cinema è solo muto (errore in cui cadde lo stesso Chaplin, tra l’altro). Che oggi il 3D sia abusato e sfruttato quasi esclusivamente come esca per il pubblico più superficiale è fuori di dubbio, ma dedurre da questo una generica sterilità del mezzo è sbagliato. Al cinema, come in qualunque forma d’espressione artistica, non esiste un elemento che si possa considerare ‘sbagliato’ in quanto tale, perché è il contesto e il modo in cui viene sfruttato a dargli un valore specifico. Pensate a due innamorati che corrono al rallentatore su un prato accompagnati da una musica enfatica: una scena probabilmente vista e rivista in tanti filmetti del pomeriggio, eppure è anche la bellissima conclusione di Giù la testa di Leone; o pensate ancora allo zoom, la cui bellezza estetica è di certo discutibile, ma che nelle mani di Antonioni o Mike Nichols diventa una tecnica di straordinaria efficacia; per non parlare della voce fuori campo, spesso un fastidioso mezzuccio che inaridisce la narratività di un film, eppure colonna portante del cinema di un mostro sacro come Kubrick.

Insomma, la stereoscopia è uno strumento e come ogni strumento, pur portandosi dietro specifiche prerogative e proprietà, in sé ha un valore neutro, e tutto sta nell’uso che se ne fa. Quindi, senza farci distrarre dalla riconversione in 3D de L’ultimo imperatore, possiamo sperare che, dopo Herzog, anche qualche altro regista osi e scopra nuove vie per nobilitarla.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ornitorinconano ha detto:

    Bell’analisi, un po’ dure nella prima parte ma che nella seconda ritrova una posizione più moderata, che corrisponde poi anche alla mia, più o meno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...