Boccaccio2013. L’ultima novella del Decameron, un dibattito ancora aperto.

di Ilaria Galdieri

Maestro di Griselda, Le storie di Griselda, parte I: il matrimonio, 1494 ca., Londra, National Gallery.
Maestro di Griselda, Le storie di Griselda, parte I: il matrimonio, 1494 ca., Londra, National Gallery.

Liberalità e magnificenza sono due termini simili ma con delle sottili differenze. La liberalità è un atteggiamento di disinteresse per le cose materiali, è un donare spontaneo. La magnificenza, invece, è l’inclinazione ad agire con generosità e grandezza d’animo. Nell’ultima giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, e soprattutto nell’ultima novella di Griselda, questi due concetti hanno un ruolo importante poiché permettono di presentare vicende irreali, quasi simili ad un romanzo, che hanno un valore esemplare. Tali eventi inverosimili, solo in apparenza hanno legami con la realtà: nella vita quotidiana non potrebbero mai accadere poiché nelle novelle della decima giornata si parla di gesti estremi.

Il narratore della novella di Griselda è Dioneo, personaggio più trasgressivo rispetto agli altri della brigata, poiché ha il privilegio di non essere vincolato al tema prestabilito nelle varie giornate. Da lui ci si aspetterebbe, quindi, una novella anticonformista; invece ci presenta il maggior esempio di virtù di tutta l’opera, Griselda, proponendo una vicenda ai limiti del verosimile. La protagonista è un’umile guardiana di pecore, scelta come sposa dal marchese Gualtieri di Saluzzo e costretta poi dal marito a subire crudeli maltrattamenti: Gualtieri le fa credere di aver ucciso i loro figli e la ripudia per sposare una donna socialmente adatta a lui. La finzione dura ben tredici anni, dopo i quali Griselda potrà riabbracciare i bambini e scoprirà che la giovane nuova consorte non è altri che sua figlia. Griselda e Gualtieri sono due personaggi profondamente diversi: la donna è socialmente inferiore al marchese, ma è notevolmente superiore per virtù e per i suoi comportamenti, perché dimostra una fermezza d’animo e di sopportazione ai limiti della realtà.

Il primo ad occuparsi del Decameron sul piano critico è stato Petrarca che, in una lettera delle Seniles, scritta nel 1373, coglie l’importanza di questa novella posta a conclusione dell’opera, «dove le norme retoriche impongono di collocare le cose migliori» (Seniles XVII, 3). Nell’epistola dice di aver trovato tra le mani, per puro caso, una copia delle novelle del Decameron e di averla letta in modo molto superficiale – ma molti critici considerano falsa questa affermazione poiché Petrarca giudicò nei minimi dettagli l’opera boccacciana. La lettera citata è molto importante poiché qui è possibile leggere un rifacimento in latino della novella di Griselda, che ha anche suscitato un dibattito molto acceso tra i critici, i quali oggi sono concordi nel parlare appunto di “rifacimento” e non di “traduzione”, in quanto Petrarca modificò volontariamente il testo volgare originale per dargli poi un significato molto personalizzato. Analizzando la versione latina nel 1990 Francesco Bruni nota che l’autore elimina i commenti negativi del Dioneo boccacciano, che mettevano in dubbio l’esemplarità della storia narrata, ed inoltre accentua l’esaltazione della virtù della donna, per rendere la novella ancora più seria e drammatica. Petrarca, quindi, vuole dare al racconto una funzione diversa, rivolgendosi anche ad un pubblico che non è quello femminile a cui pensava Boccaccio, ma è fatto di persone colte in grado di leggere il latino.

 Anche Rossella Bessi nel 1989 si è occupata del rifacimento e ritiene che Petrarca inserisca nella novella dei sensi allegorici a cui Boccaccio non aveva proprio pensato. Bessi vede nella protagonista un exemplum di forza d’animo e di sopportazione dei mali ed intende quindi creare una somiglianza tra il rapporto di obbedienza di Griselda verso Gualtieri e quello dell’uomo nei confronti di Dio. Griselda è obbediente e paziente nei confronti di Gualtieri-Dio, poiché la volontà del marito viene prima di tutto e quindi lei è la perfetta incarnazione del buon credente. Sempre Bessi fa notare che Petrarca inserisce nella novella latina una serie di frasi ricavate dalla Bibbia. La studiosa ritiene che esse siano la prova di legami sottintesi con il Libro di Job, uno dei sette Libri Sapienziali dell’Antico Testamento, il cui protagonista è Giobbe, il giusto sottoposto a varie prove prima della ricompensa finale. Griselda, quindi, appare agli occhi del Petrarca come figura di Abramo e Giobbe, poiché l’uno è exemplum di obbedienza e l’altro di pazienza, due doti evidenti in lei. Le espressioni riprese direttamente dalla Bibbia e dai Vangeli non sono quindi scelte a caso dal Petrarca. Griselda è considerata una sorta di imitatio Abrahae: come Abramo fu messo alla prova da Dio e accettò a malincuore di sacrificare il suo unico figlio, concessogli per altro in tarda età per grazia divina, così Griselda si rassegna all’uccisione dei figli, riconoscendo che quelle  creature, come tutti i beni che ella possiede, vengono da Gualtieri che può dare e togliere proprio come Dio. Inoltre Griselda è simile a Giobbe, il giusto per eccellenza: anch’egli sopportò con rassegnazione la perdita dei beni e dei dieci figli, ma venne ricompensato da Dio con la nascita di altri dieci figli, come anche Griselda riottenne i figli e il marito.

Il Novecento ha continuato a mantenere aperto e vivo il dibattito sull’interpretazione dell’ultima novella. In un intervento del 1965 Carlo Muscetta nota soprattutto la violenza del costume feudale della donna sottomessa al marito e sottolinea come proprio questo sfondo faccia risaltare la figura di umile donna virtuosa. Il critico, inoltre, sottolinea un altro aspetto: la condizione di Griselda non è totalmente passiva, dal momento che la donna accetta senza discutere le imposizioni del marito, ma appare decisa a mantenere la propria dignità e non cede mai alla disperazione. Ciò dipende dal fatto che Boccaccio non intendeva dare alla novella un tono tragico e infatti il lieto fine addolcisce la drammaticità degli eventi narrati, ma allo stesso tempo mette in crisi la struttura gerarchica tipica dell’etica medievale. Infine Muscetta vede nella protagonista  un’immagine che ricorda la madre dell’autore: com’è noto Boccaccio era figlio illegittimo e fu separato dalla madre in tenera età, senza avere più la possibilità di rivederla; questa novella potrebbe essere quindi un omaggio tributato alla donna che lo ha generato e al suo dolore per aver dovuto rinunciare al figlio.

Mentre l’interpretazione di Muscetta è laica, Vittore Branca nel 1985 ne propone un’altra molto diversa e più religiosa. Branca vede nella pazienza di Griselda la tipica umiltà evangelica. Griselda è figura Mariae e il critico intravede nell’opera un percorso ascensionale che va dallo stile comico ed umile a quello tragico e sublime, dal trionfo del vizio al trionfo della virtù, da Ciappelletto-Giuda a Griselda-Maria. Inoltre  nella centesima novella riappaiono tutte le tre grandi forze dell’universo decameroniano, cioè la Fortuna, l’Amore e l’Ingegno: la fortuna che ha reso castellana una povera pastorella, l’amore che trasforma Gualtieri e rende eroica Griselda, l’ingegno delle prove a cui il marito soppone la moglie.

In uno studio del 1984 Mario Baratto presta attenzione soprattutto ai rituali suggestivi e insieme assurdi del mondo feudale. Griselda e Gualtieri sono legati a questo ambiente e i loro atteggiamenti hanno senso solo all’interno di esso; i comportamenti irrazionali del marchese sono giustificati dal codice feudale ma finiscono col far risaltare Griselda, la popolana che sa resistere fino in fondo alle dure prove cui viene sottoposta. Baratto sottolinea che il rapporto tra i due protagonisti somiglia a quello tra il suddito di umili origini e il proprio signore: Griselda, infatti, vede in Gualtieri un padrone assoluto. I due personaggi, inoltre, sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro poiché senza la crudeltà gratuita di Gualtieri non ci sarebbe il martirio di Griselda e la sua forza sorprendente. Griselda rappresenta un insieme di virtù (quali appunto la fermezza, la costanza, la magnanimità, la grazia e l’umiltà) che Boccaccio desidera conservare per la rinascita di una nuova umanità, capovolgendo le rigide gerarchie feudali ricche di pregiudizi; infatti nella conclusione della novella l’autore afferma proprio che gli spiriti divini possono nascere nelle povere case,  mentre nelle case reali «a volte nascono uomini più degni di guardar porci che d’avere sopra uomini signoria».

Senza dubbio Boccaccio intendeva consegnare ai lettori un ultimo e più importante messaggio da  posizionare in conclusione della sua opera e i critici ancora oggi non sono d’accordo fra loro sulla interpretazione certa da dare all’ultima novella. La Griselda appare come una sorta di enigma che, da Petrarca in poi, tutti hanno tentato di decodificare senza giungere a una proposta realmente convincente. Catturare il senso ultimo della centesima novella significherebbe catturare il senso generale che essa conferisce al Decameron e su questo problema ancora aperto si focalizza l’attenzione di critici e filologi. Ma nonostante gli incessanti saggi critici su Griselda e sul Decameron cerchino di far luce sui sensi sottesi che essi celano, nessuno in realtà può ovviamente conoscere le reali intenzioni di Boccaccio durante la fase finale della stesura dell’opera. Ed è poi così importante? Leggere nel pensiero dei nostri illustri antenati è il sogno segreto di molti filologi e studiosi e la novella di Griselda conserva attualmente ancora quell’attenzione che non diminuisce a settecento anni dalla morte del suo autore.

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