Viaggio intorno a Steve McCurry. Sulla mostra al Santa Maria della Scala

di Silvia Costantino

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Alla mostra di Steve McCurry a Siena non si potevano fare foto. Non era scritto da nessuna parte, in realtà, ma le guardie del museo ti riprendevano ogni volta che sentivano un click. Viene spontaneo chiedersi quale possa essere il timore: il plagio?
Fotografo una foto di Steve McCurry e la spaccio per mia. Certo. Eccomi, ho fotografato una profuga afghana in una scuola da campo del Pakistan e sono addirittura finita sul National Geographic. Poi vent’anni dopo l’ho ritrovata. Sono stata in Brasile di recente e ho fatto una foto a due vecchietti che bevono una tazza di Espresso Lavazza.
Dubito che sia credibile. E dunque ho fatto foto, come tutti i reflex-muniti all’interno degli spazi del SMS, approfittando dei rumori, dell’assenza delle guardie, dei bambini che scorrazzavano. Personalmente non ero interessata a fotografare le opere di McCurry da sole (anche se alcune erano così belle che sì, ho fatto la foto alla foto), ma all’effetto combinato di fotografia + allestimento + mio occhio. Una sovrapposizione di sguardi, la mia personale interpretazione, che poi è ciò che dovrebbe distinguere un lavoro originale da una mera riproduzione. Non so dire se ci sono riuscita, ma qui c’è il tentativo.

La mostra, intitolata Viaggio intorno all’uomo, era allestita con molta cura e seguiva un percorso preciso, ben delineato, che sfruttava a pieno e nel miglior modo possibile gli spazi museali del SMS. Raramente sono soddisfatta delle mostre che vedo: a volte i quadri sono illuminati male, o le scelte tematiche sono talmente vaghe e concettose da risultare invisibili, o ancora la collocazione delle opere è totalmente priva di senso. Non è questo il caso.
Il percorso inizia con una sezione intitolata “Scoperta”. Una carrellata di volti che si svelano – letteralmente – procedendo lungo un corridoio nero: primi piani e mezzi piani ritratti in ogni parte del mondo, tra i quali la famosa bambina afghana e la sua versione adulta. Facce dall’Italia, dalla Francia, dall’America, dall’India e dalla Cina, tutte quante a rappresentare lo stereotipo e la realtà al di là di esso.
Le foto sono incredibili.

Una cosa che tutti hanno pensato (uso l’indicativo, non c’è ragione di dubitare), subito prima di realizzare che molte di quelle foto sono scattate prima dell’avvento del digitale, è: sembrano photoshoppate. “Photoshop” è una specie di parola ombrello, ormai, che indica tutto quello che, nel mondo della fotografia, è modificato o trattato in maniera particolare, in positivo o in negativo. In questo caso in effetti sembra che McCurry si sia divertito con le funzioni “Contrasto”, “Saturazione” e “Vividezza”, “Chiarezza” e ovviamente con la modifica selettiva dei colori (Dai, quel rosso così rosso. Non è possibile).

non sarà mai abbastanza vivido
Non sarà mai abbastanza vivido

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Solo che poi ci si ricorda che quelle foto sono scattate in analogico. Non so come si trattino le foto a colori nello sviluppo analogico, sicuramente qualche elaborazione avviene anche in quel contesto; né sono una fanatica della pellicola, però quando si vedono i lavori dei grandi, il desiderio di rimettersi a tentare con l’analogico è veramente grande, e altrettanto grande è il senso di inferiorità. La pellicola di qualità ottima, il diaframma aperto per ottenere lo stacco del soggetto dallo sfondo, un obiettivo luminoso e la padronanza assoluta della tecnica, ecco cosa ha prodotto quei solchi incredibili nel volto e nelle mani di quest’uomo.

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Le luci basse e l’oscurità della sala mettono perfettamente in risalto le rughe e i colori delle persone ritratte da Steve McCurry, che ti fissano passo dopo passo, talvolta da sole e talvolta accoppiate – con discernimento – a un altro volto.

Una delle ultime foto della galleria di ritratti è proprio lei, la ragazza afghana, bambina e adulta, ed è bello poter guardare da vicino quegli occhi pazzeschi, il verde vivido che si riverbera perfettamente sullo sfondo verde dell’aula della scuola da campo e sui brandelli di vestito che appaiono sotto lo scialle arancione, e confrontarli con il verde-marrone, più spento ma senza dubbio uguale, della donna ritratta con un velo viola che probabilmente dovrebbe coprirle tutto il volto, ma che in questo caso è lasciato cadere. La stessa bocca, diciassette anni dopo.
È una vicenda incredibile, e questa foto oltre ad essere eccezionalmente bella è anche il simbolo della tragedia afghana, la copertina di un NatGeo che conteneva il reportage su un paese devastato dalla guerra, e che grazie a quella foto è arrivato anche più lontano di quanto si potesse immaginare.

Tra una sezione e un’altra del percorso c’è un piccolo stacco senza nome, poche foto di parti di statue – mani, occhi, orecchie – senza la presenza di esseri umani. Solo pietra o bronzo e le tracce della corruzione del tempo: un memento mori, forse, che è quasi un’anticipazione della tappa successiva, “Vertigine”: le guerre, le devastazioni, i bambini soldato, i terremoti, gli aerei che collidono contro le torri più alte di New York, sangue, corpi carbonizzati, una quantità di foto quasi accatastate le une contro le altre in una struttura ellittica dentro cui si è costretti a entrare, alzando il capo per vedere tutto e bene. La sensazione di oppressione che il curatore voleva dare è perfettamente riuscita. Non tutte le foto si vedono al loro meglio, forse, ma la scelta d’allestimento, che è il contributo artistico di chi si occupa di foto già di per sé terribili e bellissime, funziona molto bene. È forse la parte più bella della mostra, quella in cui si perde più tempo, si indugia su ogni fotografia cercando di capire, cercando di cogliere ogni dettaglio e al tempo stesso di spiegarsi cosa ci fa un bambino in lacrime con una pistola puntata alla tempia1, cos’è quella cosa nera che sporge da un terreno in fiamme – ah, una mano –, che ci fa un cavallo in un deserto di fumo e fuoco, come fa una casa ad essere ancora in piedi se mancano tutti i pilastri d’appoggio. Si rimane fermi, a testa in su, arginando la sensazione di sconforto e tentando di spiegarsi il contrasto di senso di colpa e bellezza, in una vera e propria vertigine di contraddizioni.

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Segue “Poesia”. Qui scatta il campanello d’allarme, di solito anche questa è una parola ombrello usata a sproposito, e infatti la spiegazione mi ha lasciata un po’ perplessa: Si materializzano sogni, prendono vita meravigliosi racconti condensati in singoli scatti.

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Le foto erano tutte stampate in piccolo formato, e disposte agli estremi di lunghi parallelepipedi montati uno sull’altro ‘a catasta’, in modo da sbucare un po’ dappertutto su una struttura esattamente opposta all’altra: in quella precedente si entrava dentro e ci si lasciava sommergere, a questa bisognava girare intorno, e avvicinarsi per cercare di carpire ogni dettaglio. È un peccato in realtà che le foto siano così piccole, sarebbe stato bello poter vedere tutti i dettagli senza dover sforzare lo sguardo in ogni foto, a caccia di particolari quasi invisibili. Ma forse era questo ciò che Peter Bottazzi, il curatore, desiderava. In ogni caso, l’effetto più bello era dato dal contrasto dei parallelepipedi neri con le macchie luminose delle foto, tramonti dorati (davvero, non è un cliché anche se lo sembra) e foschie e donne prosperose a bagno nel Gange e ragazzi che dormono accanto a elefanti e i vecchietti che bevono Lavazza (la foto qui sopra l’ho fatta io, Steve mi scuserà per l’appropriazione, credo che non ci saranno mai dubbi sull’effettiva paternità) e ancora luce, luce, luce. Peccato per la guardiola con gli schermi, lì accanto. In compenso era molto bello vedere le statue del SMS interagire con le immagini.

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Microsezione senza nome che collega “Poesia” alla successiva.
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“Stupore”

Un’altra piccola e molto bella sezione senza nome: il corridoio che portava da una stanza all’altra è a tutti gli effetti un’ala del museo, e agli otri antichi si contrappongono foto ‘stravaganti’. Una donna velata completamente ricoperta di colombi, due camerieri che si passano un vassoio fuori dai vagoni di un treno in corsa, attaccati agli sportelli. Evidente preludio alla stanza successiva, “Stupore”, l’ultima della mostra, in cui si raccolgono gli scatti paradossali: le illusioni ottiche, i monaci che pregano a testa in giù, Ronald McDonald che incombe su un mendicante, ballerine con la testa staccata dal corpo e uomini con serpenti veri e finti, tutto affastellato su una struttura a forma di tenda (di tendone di circo?), purtroppo quella peggio illuminata.

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Il curatore qui parla di giocosità e allegria e gioia, ma molte di queste foto avevano un retrogusto amarognolo che immagino fosse previsto da McCurry. Mi riesce difficile associare al gioco e allo stupore un sarto che, immerso fino al collo nell’acqua di un’inondazione, tiene alta la sua macchina da cucire rugginosa2; così come, per quanto l’ironia sia evidente, nella foto già menzionata di Ronald McDonald e del mendicante, non si riesce a vedere solo una divertente contraddizione. Ma questo era il bello della sezione, ed è anche uno degli elementi fondamentali del circo. Nessun pagliaccio funziona, se è soltanto felice.

Il percorso si conclude con il documentario [qui in versione integrale] del ritrovamento di Sharbat Gula, la ragazza afghana – inspiegabilmente doppiato in italiano, per l’insofferenza dei moltissimi turisti che si sedevano e andavano via poco dopo.

È, tutto sommato, una mostra piccola, sono poco più di duecento scatti organizzati in quattro sezioni, per un prezzo d’ingresso non esattamente economico, dieci euro prezzo intero (con dieci euro si entra al MAXXI, si entra al GAM, si entra nelle grandi strutture). Il biglietto però comprende l’audioguida con Steve McCurry che racconta le proprie foto, un ottimo allestimento e delle bellissime fotografie, oltre a lasciare un desiderio tremendo di partire e le solite riflessioni sul ruolo del fotografo di reportage.


[1]I saw a young boy with a toy gun in his hand weeping on the side of the road in a village in a mountainous area of Peru. Some of the other children he was playing with were tormenting and teasing him. I walked over to see if I could help, but the child wasn’t able to respond because he was so upset. He walked away towards his house. [http://stevemccurry.com/biography]

[2]One afternoon I spotted this man walking down the middle of the street with the sewing machine on his shoulder. He was a tailor and the sewing machine represented his livelihood. Unfortunately, the machine was ruined, but when the picture appeared on the cover of the National Geographic Magazine, the machine’s manufacturer sent him a new one. [http://stevemccurry.com/biography]

One Comment Add yours

  1. Mauro Poggi ha detto:

    Un grande della fotografia, senza dubbio. Abbiamo avuto la mostra a Genova un anno fa:
    http://mauropoggi.wordpress.com/2012/11/25/fotografia-a-genova-steve-mccurry-palazzo-ducale/

    Per chi volesse seguirlo, qui il suo blog:
    http://stevemccurry.wordpress.com/

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