Venezia 70 – Återträffen (The reunion) di Anna Odell

Alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, 404 – File Not Found avrà non uno ma ben due inviati. Saranno Salvatore de Chirico e Marcello Bonini a raccontarci i film e le sensazioni del Lido.

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di Marcello Bonini

Spiegare l’arte è sempre deleterio. Davanti ad un’opera viene spesso (non sempre) naturale chiedersi: “Che cosa significa?”. Semplificando Gadamer, è l’insieme delle infinite risposte possibili a questa domanda a costituire l’opera d’arte, pertanto, volerla incasellarla in un’unica chiave di lettura significa inaridirla.
Cosa succede invece se l’artista pone al centro della sua ricerca il senso stesso del suo lavoro? È quello che fa Anna Odell, artista svedese all’esordio nel lungometraggio, che, con Återträffen (The reunion) porta alla Settimana Internazionale della Critica uno dei film più interessanti visti quest’anno a Venezia. Realizzato a bassissimo budget, mette in scena la dialettica tra realtà e rappresentazione, tra rappresentato e rappresentare.
La regista interpreta se stessa e parte dalla sua biografia: vittima di bullismo a scuola, venti anni dopo ha scoperto che i suoi compagni di classe avevano appena organizzato una festa per ritrovarsi, alla quale non era stata invitata. Immaginando che fosse per il timore di quello che avrebbe potuto dire o fare, ha deciso di realizzare un film dove raccontare quello che sarebbe potuto essere. Ed è questo film che vediamo nella prima metà di Återträffen, poi, Odell scopre la finzione rivelando la natura fittizia dell’episodio, passando a mostrare i suoi tentativi di far vedere la sua opera agli ex-compagni di classe, cosa che ha realmente tentato di fare.
Sono quindi quattro i piani su cui si muove il film: quello della realtà (il passato di Odell, la festa alla quale non è stata invitata, i tentativi di mostrare il film ai suoi ex-compagni), quello della realtà rappresentata (la ricostruzione dei tentativi di mostrare il film ai suoi ex-compagni), la possibilità irrealizzata (la sua presenza alla festa da cui nasce l’idea del film) e la possibilità rappresentata (la sua presenza alla festa). Questa non è una struttura semplicemente piramidale, come è per molti film sul film nel film (innumerevoli gli esempi, anche di grandissime opere: da Calma, signori miei! di Keaton a di Fellini a Effetto notte di Truffaut a Mulholland Drive di Lynch), ma i diversi piani di Återträffen si conglobano l’uno nell’altro, facendone un esperimento di meta-metacinema.
Anna Odell è da anni una delle artiste svedesi più discusse, e spesso le sue performance sono state, in patria, al centro di dibattiti e aspre critiche. Nel 2009 finse un tentativo di suicidio e reagì talmente violentemente contro la polizia e i medici accorsi ad aiutarla che venne internata in un reparto psichiatrico, e solo il giorno dopo rivelò la natura artistica del suo gesto. Non è pertanto un caso che il cardine del suo esordio cinematografico sia il rapporto tra opera e suo fruitore. Mostrato il proprio lavoro, la regista mette in scena se stessa e il suo incontro con il pubblico, spiegando le ragioni dell’opera e cercando di comprendere le reazioni che suscita nello spettatore. Reazioni di rifiuto e di fuga, davanti a qualcosa che colpisce nel profondo, in maniera violenta, esattamente come succede per molta arte contemporanea vista come “estrema” ed “eccessiva”. I suoi assillanti tentativi di comprendere ciò che i suoi ex-compagni provano davanti al film, svelano quello che forse è lo scopo di tutta l’opera di Odell e di molta arte contemporanea: il loro estremismo ha proprio come primo obiettivo quello di generare le reazioni più estreme, facendo in modo che in esse si riversi la più intima e profonda natura umana, che così diventa oggetto della ricerca artistica, e, come succede proprio in Återträffen, arte essa stessa.

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