Venezia 70 – Under the skin di Jonathan Glazer

Alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, 404 – File Not Found avrà non uno ma ben due inviati. Saranno Salvatore de Chirico e Marcello Bonini a raccontarci i film e le sensazioni del Lido.

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di Marcello Bonini

Il termine alieno ha lo stesso etimo di alienazione, la parola latina alienus che, derivando dall’aggettivo alius (altro), significa straniero. Quest’ultima parola condivide a sua volta l’origine, extrananeus, cioè strano, con straniamento. Pertanto, l’alieno è colui che venendo da altri luoghi viene identificato come ‘strano’, portato verso l’isolamento dal mondo ‘normale’. Se ne era già accorto Nicolas Roeg nel 1976, quando, ne L’uomo che cadde sulla Terra, pose David Bowie nei panni di un extraterrestre che s’immerge nella società degli uomini senza riuscire a entrarvi davvero in contatto, trasformando la figura solitamente malevola dell’alieno in un simbolo dell’incomunicabilità (fantascienza all’Antonioni, in un certo qual modo). Un pianeta estraneo che a occhi non terrestri appare imperscrutabile, diventa così il caotico mondo contemporaneo, incomprensibile anche ai suoi abitanti.

Il film di Jonathan Glazer in concorso quest’anno a Venezia, Under the skin, recupera la stessa allegoria, rivelandosi spesso molto simile al suo predecessore. Ma vi è una sostanziale differenza: Thomas Jerome Newton, l’alieno di Bowie, vive il mondo dell’alta industria e diventa vittima di cospirazioni governative, mentre Glazer cala la propria protagonista (un’insolita Scarlett Johansson) nel basso proletariato irlandese. Tuttavia cambiando strato sociale il risultato non cambia, e se il romanzo da cui è tratto è narrativamente classico, il film viene dal suo regista asciugato da qualunque elemento che possa dare allo spettatore un’idea di cosa stia succedendo esattamente, abbandonandolo alle peregrinazioni apparentemente senza meta di Laura (questo il nome dell’aliena), che utilizza la propria avvenenza per cacciare e catturare gli uomini che incontra. Il solo vero punto focale di Glazer è il continuo crearsi di non-rapporti tra lei e le sue vittime: poche parole biascicate in un pessimo inglese, disturbate dai suoni e rumori della strada, tanto da risultare spesso ai limiti dell’incomprensibile – allo stesso modo della dissonante colonna sonora di Mica Levi. E se il suono è sporco, la fotografia non è da meno, buia e sgranata: è questa la rappresentazione dei rapporti umani, impotenti tentativi di rompere la disperata solitudine del contemporaneo. Quando il regista decide di dare al suo pubblico immagini pulite, ne esaspera l’estetizzazione, e lo fa solo per scene di morte, scegliendo così di non dare alcuna possibilità al contatto. Tanto più che, man mano che Laura riesce gradualmente a creare un’empatia con gli esseri umani che la circondano, si avvicina sempre di più alla fine.

Alla sua presentazione ufficiale, Under the skin è stato ricoperto di fischi, e certo alcuni momenti che sfiorano il cattivo gusto ne fanno capire la ragione. Ma se si riesce a sorvolare su ciò, il film di Glazer può anche risultare estremamente affascinante ed inquietante, un viaggio in un mondo oscuro e terribile dove non c’è nulla da capire, ma bisogna solo affliggersi per la solitudine di quegli alieni che chiamiamo esseri umani.

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