Venezia 70- Locke di Steven Knight

Alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, 404 – File Not Found avrà non uno ma ben due inviati. Saranno Salvatore de Chirico e Marcello Bonini a raccontarci i film e le sensazioni del Lido.

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di Marcello Bonini

Locke è un dramma da camera. Solo che al posto della camera c’è un’automobile che diventa il teatro unico della vicenda, una prigione tecnologica dalla quale Ivan Locke, supervisore di un cantiere edile, vede la sua vita frantumarsi, cercando disperatamente di salvarla.

È stato detto che il cinema è l’arte dell’ellissi, per la sua capacità di condensare in un paio d’ore vite intere. Nonostante questo, o forse proprio per questo, alcuni autori hanno provato ad andare contro la naturale inclinazione della settima arte, cercando di portarvi le tre unità erroneamente dette aristoteliche: di tempo, di spazio e di azione. Uno dei casi più celebri è l’hitchcockiano Nodo alla gola, addirittura filmato in un unico piano sequenza (in realtà erano otto mascherati, a causa dei limiti temporali delle pellicole d’allora) ma anche in tempi più recenti si contano numerosi esempi, come l’eccezionale Carnage di Polanski. C’è anche chi ha osato di più, arrivando persino a condensare un intero film in un unico asfittico luogo. È il caso di Buried di Rodrigo Cortéz, interamente ambientato all’interno di una bara. Ma se quest’ultimo non funzionava poiché cercava di impiantare una struttura narrativa più classica ad una situazione eccezionale, arrivando addirittura quasi a trasformarsi in un action movie, Locke di Steven Knight invece riesce perfettamente nell’intento, grazie ad una sceneggiatura (opera dello stesso regista) straordinaria e dai tempi perfetti e alla meravigliosa performance di Tom Hardy, valido attore britannico abituato di solito a sfruttare espressivamente la propria fisicità (dal Bronson dell’omonimo film di Refn al Bane di The Dark Knight Rises di Nolan) che qui invece mostra tutto il proprio talento, reggendo in pratica novanta minuti di primo piano.

Tutto il dramma si svolge in tempo reale (un’ora e mezza di film per un’ora e mezza di viaggio) grazie al cellulare, strumento attraverso il quale il protagonista cerca ancora di tenere le fila della propria vita. Ivan Locke è, come detto, un supervisore edile abituato ad avere tutto sotto controllo; con gusto sadico Knight lo chiude in una macchina, privandolo di qualunque possibilità di gestione diretta degli eventi che lentamente franano (situazione di crisi evidenziata dal continuo sfrecciare di sirene lungo l’autostrada). Ma, al contrario di tanto cinema contemporaneo, la tecnologia non è vista solo come forma di alienazione ed il cellulare diventa l’ultimo mezzo di contatto che il protagonista ha col mondo esterno, la sua ancora di salvezza. Ciò è possibile grazie alla grande forza di volontà del protagonista che, bloccato da uno strumento tecnologico, l’automobile, ne piega un altro ai suoi voleri. Questo suo carattere concorre anche a conquistare il pubblico, che vede in lui un antieroe moderno, un uomo che ha commesso un grave errore ma pronto ad accettarne le conseguenze e fare ciò che è giusto fare, contro tutti e tutto. In questa sua contemporaneità si dispiega anche una dimensione di tragicità classica: come una novella Antigone egli ha fatto una scelta che non può ripudiare e accoglie l’ineluttabile destino che gli si para davanti. Se l’eroina greca sa che Creonte nel condannarla a morte applica solo la legge, Locke allo stesso modo accetta le inevitabili reazioni di parenti e colleghi di fronte alla sua scelta. Loro hanno ragione come la ha lui, è questo il paradosso tragico di Sofocle, mai così attuale come nel mondo odierno, dove il confine tra giusto e sbagliato è tanto labile da risultare spesso invisibile. Questo parallelismo con la classicità trova conferma nella figura (immaginata ma sempre presente) del padre, le cui colpe non ricadranno sul figlio grazie solo al sacrificio (Antigone sacrifica se stessa spezzando la maledetta eredità di Edipo). Il finale non inganni, perché solo ad uno sguardo superficiale apparirà positivo. Certo apre alla speranza, ma è pur sempre una speranza costruita sulle macerie di una vita andata in frantumi. Il regista coglie con intelligenza la differenza tra finale positivo e finale di speranza, trovando la risoluzione che meglio si adatta alla storia raccontata.

L’unico grande difetto del film risiede nel montaggio, che troppo spesso indulge in sovrapposizioni di dubbio significato tra la strada e il primo piano di Hardy, rischiando a volte la monotonia; ma certo si deve spezzare una lancia a favore del povero montatore, che si è visto recapitare ore e ore di materiale ben poco variegato, tra asfalto, primo piano e qualche dettaglio dell’automobile. Al di là di questa pecca, Locke è la sorpresa di questa edizione della Mostra del Cinema, un film che si pone una sfida difficilissima, ma che vince alla grande.

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