Venezia 70 – Quattro recensioni

Alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, 404 – File Not Found avrà non uno ma ben due inviati. Saranno Salvatore de Chirico e Marcello Bonini a raccontarci i film e le sensazioni del Lido.

di Salvatore De Chirico

PHILOMENA di Stephen Frears

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È la piccola perla di Venezia70. In un’edizione caratterizzata da film estremi, crudi, sessualmente espliciti e provocatori, l’opera di Frears, nella sua classicità, emerge preziosa, accogliendo consensi entusiastici e unanimi di pubblico e critica.
Si tratta dell’adattamento sullo schermo del romanzo-inchiesta The Lost Child of Philomena Lee di Martin Sixsmith che fa luce sulla storia vera di una donna irlandese alla ricerca del figlio avuto appena adolescente negli anni Cinquanta, e dato in adozione per imposizione delle suore del convento di Roscrea. La vicenda raccontata è di grandissimo interesse e contribuisce a svelare oscuri segreti di una tremenda pratica diffusa dalla comunità religiosa in quegli anni.
Perfettamente sceneggiato e diretto, il film si sviluppan secondo il vettore narrativo del road movie e vede come protagonisti Philomena, splendidamente interpretata da Judi Dench, ed il giornalista politico Martin Sixsmith, Steve Coogan (anche produttore e sceneggiatore del film), .
Ciò che colpisce e commuove è proprio la dialettica tra i due personaggi principali: da una parte il cinismo, l’ironia e l’aggressività di Martin, dall’altro la semplicità, a volte ingenua, la dignità e la forte fede religiosa di Philomena. Il film ha il grande merito di mantenere un perfetto equilibrio tra risate e commozione. Se Frears è superbo dietro la macchina da presa, Judi Dench si candida prepotentemente per la Coppa Volpi.

LOCKE di Steven Knight (fuori concorso)

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Locke è un film che merita di essere menzionato anche solo per l’idea alla base di questo progetto: raccontare, o meglio registrare, in “tempo reale” la vita del protagonista durante un viaggio in macchina solitario.
Tre macchine da presa, otto giorni per la realizzazione, girato in sequenza, e con un unico protagonista.
Il regista Steven Knight raccoglie questa sfida cinematografica e filma 84 minuti della vita di Ivan Locke (Tom Hardy), ingegnere nel campo delle costruzioni, impegnato in quella che è la sua più grande sfida lavorativa. L’evento scatenante è una telefonata inaspettata ricevuta da Locke che lo porta ad intraprendere un lungo viaggio in macchina. Lo spettatore non conosce alcun elemento della vita del protagonista, ma si ha uno svelamento graduale ed indiretto, mediante le numerose chiamate telefoniche lungo il tragitto con altri personaggi secondari, dei quali si può udire solo la voce.
Come nel Cosmopolis di Cronenberg, la parabola del protagonista è fotografata nel punto di rottura, di fallimento, ovvero nel momento di distruzione della propria vita professionale ed affettiva.
Tempo diegetico e tempo reale coincidono perfettamente. Knight è abile nel costruire lo spazio visivo, seppur in un ambiente cosi ristretto come quello dell’autovettura. Tuttavia la grandezza del film è tutta nell’interpretazione di Tom Hardy che, lontano dai ruoli prettamente fisici a cui ci ha abituati, quasi irriconoscibile a causa di una lunga barba, colpisce per una performance interpretativa importantissima, sempre perfettamente calibrata ed in grado di reggere l’intero ritmo della narrazione. Superbo.

CHILD OF GOD di James Franco

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James Franco porta sullo schermo un’opera di Cormac McCarthy (The Road, No Country for Old Men). Fulcro assoluto della narrazione è Lester Ballard, antieroe rappresentato in un percorso di progressiva decivilizzazione e sopravvivenza “al di fuori dell’ordine sociale1”. Ballard è magistralmente interpretato da Scott Haze, capace di rendere il disagio mentale e la profonda solitudine del personaggio senza risultare mai eccessivo e macchiettistico.
Franco sceglie una narrazione frammentaria decostruita in diversi atti, scanditi da frequenti dissolvenze in nero. Adotta uno stile di regia caratterizzato dalla mobilità della macchina da presa, con l’effetto di condividere il punto di vista di Ballard e al tempo stesso registrare gli eventi nella loro crudezza. Con il progredire della narrazione ed il conseguente allontanamento del protagonista da qualsiasi struttura o relazione sociale, si assiste ad un peggioramento dei disturbi psichici culminato in atti di violenza e necrofilia.
Il regista è abile nell’evitare di dolcificare la trama al fine di un allineamento empatico dello spettatore nei confronti del suo protagonista. Tra atti di necrofilia, violenza e una claustrofobica fuga in una grotta la narrazione procede non sempre scorrevole.
A Franco va riconosciuta la bravura per la direzione attoriale, che probabilmente porterà Haze tra i favoriti per la Coppa Volpi. Tuttavia Child of God non coinvolge né sconvolge e sembra non andare oltre un mero, seppur ben riuscito, esercizio di stile.

MOEBIUS di Kim Ki-Duk (fuori concorso)

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Chi vi scrive è uno di quelli che lo scorso anno si sfregava le mani alla prima in Sala Grande di Pietà, nel rendere tributo a un regista capace, con uno stile del tutto personale, di raccontare una storia potente e violenta nella sua complessità, perfetta nella sceneggiatura e lirica nelle immagini. Se Pietà risultava sapientemente calibrato nella costruzione psicologica dei personaggi, nelle relazioni con il microcosmo e nella cura maniacale dell’inquadratura, a distanza di 365 giorni Moebius sembra essere una parodia di se stesso.
Il film, senza dialoghi, parte con una violenta discussione tra moglie e marito a causa dell’infedeltà del primo che culmina con l’evirazione del figlio da parte della madre. L’intero film è caratterizzato da continui atti sessuali o di violenza, ripetute evirazioni dei diversi protagonisti maschili, improbabili eccitazioni sessuali masochistiche con pietre o coltelli. Moebius nel suo eccesso diventa comico e grottesco, al punto da suscitare grande ilarità –intenzionale(?)- del pubblico in sala, culminata nella scena in cui i due evirati rincorrono un pene che finisce per strada, prima di essere pressato dalle ruote di un veicolo. Ennesima scena d’incesto nel finale, per confermare la visione conflittuale del ruolo materno da parte del regista sudcoreano.
Rifuggendo dall’idolatria che ha spinto alcuni a spostare l’intero film su un piano metaforico, Moebius risulta un film mal riuscito e privo di ispirazione, anche a livello registico, ove non vi è alcuna soluzione stilistica degna del talento di Kim Ki-Duk.
Il film prende il titolo dal nastro di Moebius, superficie non orientabile costituita da un solo lato e un solo bordo; soluzione narrativa affascinante, frequentemente adottata nel cinema. Anche questa scelta appare tuttavia maldestra, se pensiamo a sceneggiature che sono create secondo una soluzione analoga, come Lost Highway e Mulholland Drive di David Lynch. Peculiarità del Nastro di Moebius è che dopo aver percorso il primo giro ci si ritrova dalla parte opposta. Ci auguriamo dunque che il prossimo giro serva invece al regista per ritornare al punto di partenza del Leone d’Oro di un anno fa.

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