Venezia 70 – Shuiyin Jie (Trap Street) di Vivian Qu

Alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, 404 – File Not Found avrà non uno ma ben due inviati. Saranno Salvatore de Chirico e Marcello Bonini a raccontarci i film e le sensazioni del Lido.

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di Marcello Bonini

Un giovane ingegnere topografico che arrotonda lo stipendio installando sistemi di controllo, si innamora di una misteriosa ragazza, con la quale intreccia una relazione, finché non viene arrestato per motivi che gli sono ignoti.

Potrebbe essere un racconto di Kafka, e in effetti un certo gusto surrealista permane per tutta la durata della pellicola. Ma basta scoprire il paese di origine di questo film, per comprendere quanto il contatto con la realtà sia maggiore di quanto possa apparire. Trap Street (Shuiyin Jie), dell’esordiente Vivian Qu (leggi: Ciù), è cinese. Ed ecco che improvvisamente ogni possibile valore allegorico si eclissa dietro la drammatica attualità di un paese privato della libertà e sottoposto al controllo, dove vicende come quelle di Li (questo il nome del protagonista), sono purtroppo all’ordine del giorno.
Certo, se il film si esaurisse in questo si ritroverebbe a essere “solo” un coraggioso film di denuncia. Non è così, perché la dimensione surrealista permane, dando a Trap Street un valore universale, portando avanti quel discorso sull’osservare/essere osservati tanto caro al cinema di ogni tempo (La finestra sul cortile di Hitchcock è uno dei più fulgidi esempi, ma si possono citare anche L’occhio che uccide di Powell, Blowup di Antonioni, La conversazione di Coppola, e innumerevoli altri).

Il film inizia col suo protagonista che osserva e, attraverso un misuratore topografico, scruta attorno a sé. È un elemento che torna, questo: Li installa telecamere di sicurezza, si reca allo zoo a guardare le scimmie, e i suoi occhi vagano continuamente alla ricerca dell’amata. L’arresto lo sconvolge, non tanto perché sa di essere innocente, ma perché questo lo porta a rendersi conto che quando lui osservava, qualcun altro lo osservava. Sempre, in ogni momento, occhi misteriosi erano e sono ancora puntati su di lui. Ma non è solo questo che scopre, perché se c’è un’entità superiore che controlla ogni cosa, anche al suo stesso livello si consuma il gioco dello spiare. Li è al contempo soggetto che guarda e oggetto guardato, da mille altri soggetti/oggetti. Uscito dalla prigione, si rende conto che chiunque attorno a lui lo sta scrutando, e persino le scimmie lo osservano, da dietro le sbarre della gabbia. Questo è il momento cruciale del film: Li vede le scimmia, le scimmie lo vedono, e quanto è sconvolto lui, sono sconvolte loro. Li ha perso l’ingenuità dell’illusione del controllo, e ora sa di non essere altro che una scimmia in gabbia che tutti possono guardare. Nella scena finale, presa in prestito proprio da La conversazione (dove all’occhio si sostituisce l’orecchio, ma cambiando gli addendi il risultato non cambia), cerca un’ultima disperata ribellione. E fallisce, prendendo coscienza di non potersi in alcun modo liberare degli sguardi su di lui. È il prezzo da pagare per il diritto di osservare.

Li non è quindi un ingegnere topografico, ma l’uomo contemporaneo, cioè un illuso. La società in cui vive è la società del visibile, che significa sì poter guardare qualunque cosa in ogni momento, ma al contempo di poter essere guardati da chiunque in ogni momento (con buona, pace di ogni risibile pretesa di privacy burocratica). Non importa vivere in Cina o sotto un’altra dittatura, perché nel mondo globale questa perdita del celato investe chiunque. Anzi, l’unico effetto che ottiene una così palese violazione dei diritti, è quella di risvegliare la coscienza di Li, cosa per molti altri impossibile, cullati nel loro cieco voyeurismo. Vengono in mente quelle schiere di utenti del web pronti alla guerra quando viene annunciato (spesso falsamente, poi) un cambio delle regole della privacy di Facebook, ai quali non verrà mai in mente di essere spiati già dall’istante stesso in cui accendono un modem. Ignorano un fondamento della contemporaneità: osservare è essere osservati.

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