Venezia 70 – Wolfskinder di Rick Ostermann

Alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, 404 – File Not Found avrà non uno ma ben due inviati. Saranno Salvatore de Chirico e Marcello Bonini a raccontarci i film e le sensazioni del Lido.

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di Marcello Bonini

Ci sono film che non si possono raccontare. Come Wolfskinder di Rick Ostermann. Eppure la trama sembrerebbe delle più tradizionali: i protagonisti devono raggiungere sani e salvi un luogo dato. Ciò che lo distingue è la radicale operazione compiuta del regista: Ostermann lo prosciuga da tutto ciò che non è fondamentale, per immergere il pubblico nel mondo che ricrea. Solo una scarna didascalia in apertura ci permette di collocare spazialmente e temporalmente la vicenda. Siamo nella Lituania sovietica postbellica, ancora dilaniata dal conflitto.

Perno della vicenda è Hans, un ragazzino alla ricerca di una fattoria dove sa che potranno tenerlo al sicuro. Lo spettatore osserva il peregrinare suo e dei suoi coetanei compagni di viaggio, ma nulla gli è concesso sapere in più: il suo occhio coincide con quello neutro della macchina da presa, e il regista vi si nasconde dietro per celare qualunque altro punto di vista. Si sa che al cinema (come in qualunque forma d’arte) ogni pretesa di mimetismo con la realtà è destinata a morire nel momento in cui prova a nascere, poiché è sempre una rappresentazione, più o meno falsificata. Anche il più puro dei cinéma vérité è una messa in scena che finge di essere reale (del resto, già piazzando uno strumento di ripresa, qualunque esso sia, si compie una scelta estetica, Bazin può mettersi il cuore in pace). Ostermann lo sa, e, infatti, il senso del suo lavoro non è quello di mostrare gli orrori della guerra come appaiono davvero. Certo, anche questo concorre a travolgere lo spettatore, ma è soprattutto uno strumento allegorico: i personaggi vanno e vengono, e ci è dato conoscerli solo per quel poco che fanno durante i minuti che passano sullo schermo. Non hanno un passato, soprattutto non hanno un futuro: questo è il vero effetto della guerra raccontato nel film. Quelle dei suoi giovanissimi protagonisti sono vite vissute nell’istante, in un eterno presente interessato solo a sopravvivere in un mondo atroce e senza speranza. Ostermann non ha paura di mostrarlo, in tutta la sua crudezza, e la morte torna insistentemente, senza timore di risultare indigeribile per molti. Anche perché lo stile del regista (che, per ribadirlo, in quanto stile nega la mimesi della realtà) rifiuta qualunque drammatizzazione o patetismo. La morte di un bambino è un elemento quotidiano, non c’è bisogno di indulgere in inutili scene madre, e al regista non serve forzare il suo pubblico alla commozione: l’orrore è orrore.

Nel bellissimo Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro, la fantasia, per quanto corrotta dal mondo esterno, era l’unica possibile via di fuga dalle atrocità della guerra. Wolfskinder non concede neanche questa possibilità, e mentre il film procede, la brutalità si impossessa anche dell’animo dei suoi giovanissimi protagonisti, e Hans, bambino altruista e pronto a rischiare la propria vita per aiutare il fratellino, scopre che solo la violenza può salvarlo. Morte scaccia morte, non c’è più spazio per alcuna illusione. Ecco quindi che lui e i suoi compagni diventano i lupi del titolo: vagano nei boschi, pronti a tutto per ottenere l’unica cosa che ormai conta davvero. La propria salvezza.

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