Venezia 70 – Miss Violence di Alexandros Avranas

Alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, 404 – File Not Found avrà non uno ma ben due inviati. Saranno Salvatore de Chirico e Marcello Bonini a raccontarci i film e le sensazioni del Lido.

miss-violence

di Salvatore De Chirico

A furia di gridare allo scandalo, il film scandalo a Venezia finalmente è arrivato. Si tratta di Miss Violence, lungometraggio in concorso del regista greco Alexandros Avranas. Il film ha inizio con una porta che si apre e la piccola Angelica che esce dalla sua stanzetta e soffia le candeline del suo undicesimo compleanno, per poi prestarsi ai più banali riti di festeggiamento come il ballo con quello che si suppone essere suo padre e gli abbracci di circostanza con i numerosi membri della famiglia. Fin qui tutto bene, se non fosse che la giovane si dirige verso la macchina da presa fissa (piazzata all’esterno della finestra), guarda dritto in camera e si abbandona a un lungo volo. La macchina da presa muovendosi verticalmente svela il corpo ormai privo di vita al suolo, e via con i titoli di testa.

Un incipit senza dubbio capace di canalizzare fin da subito le attenzioni dello spettatore, che si aspetta di lì in avanti di assistere al confrontarsi dei personaggi con il grave lutto che li ha afflitti, e di cercare, probabilmente all’esterno, le ragioni del suicidio di Angelica. Al centro della vicenda un nucleo familiare di stampo patriarcale, fortemente controllato dal nonno e composto da sua moglie, sua figlia maggiore Elena (madre della bambina suicida), una figlia minore adolescente e due nipotini, figli di Elena e di padre ignoto. La narrazione si dispiega in maniera del tutto singolare, confinandosi quasi completamente all’interno delle mura domestiche, viste come una sorta di spazio teatrale dove gli attori si trovano a doversi muovere e alternare. Scena dopo scena, sequenza dopo sequenza, inizia pian piano a rivelarsi il mistero che avvolge quella strana famiglia di cui, con difficoltà sempre crescenti, si riescono a determinare i legami. Che vi siano dei segreti nascosti è intuibile sin dall’inizio, ma la grande capacità del regista è far si che questi si svelino solo gradatamente, senza permettere di comprendere sin da subito la portata del Male e della follia che dimora in quella casa, almeno non nella sua totalità. Si ha una progressiva escalation di violenza e perversione, tra punizioni corporali, atti di masochismo, sodomie e iniziazioni sessuali. Il regista conduce il pubblico, sempre più ammutolito, e lo porta per mano a esplorare le varie stanze chiuse. Ognuna di esse aggiunge un tassello al puzzle, che rivelerà poi, solo con una visione d’insieme, un’immagine di indicibile orrore.

Miss Violence è anche un film sullo sguardo che si fa voyeuristico, ma che mostra tutta la sua fallibilità, la sua miopia, dinanzi a un ambiente familiare apparentemente tranquillo e lineare. Avranas gioca bene con lo spettatore ed è abile nel celare dietro la facciata degli orpelli e delle apparenze sociali, la presenza del Male. Ad aumentare il ritmo della narrazione e la tensione emozionale, senza mai sfuggire a quella serenità familiare volutamente ostentata e disturbante, come nella sequenza ripetuta della ritualità della colazione mattutina, è la capacità delle protagoniste, in particolare di Elena, di soffocare il sovraccarico emotivo dietro un sorriso isterico costante e dei silenzi violenti. Sullo sfondo una Grecia in crisi economica, con una burocrazia alienante e personaggi secondari insensibili e privi di qualsiasi umanità, empatia o comprensione. Simbolica è la scena dell’ispezione dell’abitazione da parte dei servizi sociali, che si limitano a verificare che tutto sia esteriormente in ordine, senza invece provare a dialogare con i bambini e graffiare la superficie, svelando i terribili segreti.

Questo secondo lungometraggio di Avranas rende un evidente, forse fin troppo, omaggio al cinema e all’estetica di Haneke, sia a livello tematico–concettuale (lo spazio domestico come luogo di violenza e perversione), che come stile di regia. Il giovane regista greco adotta difatti un registro stilistico che prevede quasi sempre una camera fissa, posizionata dinanzi alle varie stanze dell’abitazione, con un’altezza sempre parallela a superfici piane quali tavoli, mensole, mobilio, costruendo piani simmetrici, in grado di enfatizzare quella sensazione di ordinarietà e controllo, al punto da restituire con i rigidi confini dell’inquadratura lo stato di prigionia dei protagonisti. La teatralità del film è accentuata anche dall’effetto straniante dello sguardo in camera degli attori, che sembrano squarciare il filtro dell’illusione cinematografica, eliminando la distanza di sicurezza della finzione, per colpire con ancora più vigore e crudezza lo spettatore. Da segnalare per potenza visiva, oltre che il già citato incipit iniziale, la sequenza in camera fissa in cui la giovane adolescente viene sodomizzata e picchiata consecutivamente da due uomini, senza alcun stacco del montaggio, prima di essere abusata anche dal padre in un rapporto incestuoso.

Il regista rivela si tratti di una storia vera di cui, peraltro, non ha raccontato la totalità degli eventi. Miss Violence zittisce la sala, stabilisce un forte allineamento emotivo con il pubblico, che pregusta il momento della vendetta e si lascia andare a un applauso catartico, liberatorio, dinanzi al lenzuolo insanguinato dell’orribile orco. Avranas convince al suo secondo lungometraggio, nella speranza che possa continuare il suo percorso autoriale, magari distaccandosi maggiormente dall’evidente impronta del maestro Haneke.

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