L’impero alla fine della decadenza. Riflessioni su Fine Impero di Giuseppe Genna

di Tommaso Ghezzi

Torniamo a parlare dell’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, Fine impero, dopo averlo fatto qui.

Attorno all’anno 60 d.c. Petronio Arbitro scrisse il Satyricon, un prosimetro altalenante e descrittivo, una modulazione della parodia verso la resa descrittiva della goffezza, del disgustoso sfarzo dei liberti arricchiti. Per quanto il Satyricon non sia giunto a noi nella sua completezza – anzi il manoscritto è frammentario e in larga parte lacunoso, sebbene quel poco basti per intendere i vettori critici che mossero la penna di Petronio – decretava, con il cinico sorriso della parodia, l’inizio della decadenza imperiale.

Simmetricamente Giuseppe Genna pubblica Fine Impero nel 2013. Un romanzo scandito da una prosa macchiata di lirismo ed eufonia, stoccata da preziosismi lessicali e ritmica vertente. Un tratto poetico definito nella colata soggettiva della voce narrante.

Il primo quadro del romanzo apre al tragico, con una disarmante e dichiarata celebrazione funebre; la morte della figlia del protagonista. È la perdita reale, disastrosa. È il dramma privato che dichiara l’asse dialettica, attorno cui ruota lo sviluppo della vicenda e dell’analisi, tra tangibile e fasullo, tra perdita reale e perdita aleatoria, perdita di una figlia e perdita dei ricordi. Frammenti di vita condivisa che si mescolano con la frattura eterna tra passato e futuro, in un presente disfunzionale, posticcio e delirante.

Ecco che il dramma privato, la fine cui si è stati testimoni emotivi in prima persona, allarga le pendici del disastro lungo tutto il perimetro di una società decadente. Il protagonista è uno scrittore prestato al giornalismo, alla critica di moda per Vanity Fair. Attraverso la guida dello Zio Bubba, attivista dello show business, l’io entra nei meandri della mondanità italiana. Ma lo Zio non è il Trimalcione petroniano: la nuova decadenza si veste di una coscienza totale. Un automatismo meccanico, deterministico e necessario verso la fine. Il corrispettivo reale del personaggio dello Zio è configurabile con quello di Lele Mora; leader di un’agenzia di spettacolo, un Re Mida inconsapevole della propria dannazione, ovviamente romanzato e funzionale all’intreccio. Nei discorsi diretti dello Zio è incentrato il punto di vista dell’impero; fuggito da una qualsivoglia pianificazione gesuitica della società, laicizzato nella leggerezza della propria esistenza, l’Impero si srotola in una festa continua, in un’incessante esasperazione del lusso e della frivolezza. La ‘festa in Villa’ è una celebrazione funerea, una cerimonia mortifera. È la cosciente perdita di senno nella gola verso la fine. (In questo disgustoso simposio di vanità Pasolini diventa l’inventore del reality show con Ragazzi di Vita).

Un carnevale di sintagmi televisivi, di falsità dichiarata dove la fiction spinge verso l’epica. Ecco che l’impero alla fine della decadenza è Wrestling; è la smaccata dichiarazione che la maschera esiste, che qualcosa è truccato, che il costume è tale e invade la realtà fino a corroderne la percezione. Ciò che interviene ad incidere la nausea da cinetosi è la suggestione dei luoghi e dei movimenti; dalla chiesa di san Bernardino delle Ossa, alla Casa dello Zio, dalla periferia di Milano alla Villa brianzola del Proprietario. Un nord Italia implosivo, cianotico e vile, esposto lungo un flusso di immagini fisse, gonfiate di violenza sottaciuta, inquadrate da una precisa locazione toponomastica.

Forse l’oro di fine impero può divenire la parola, nella dimensione salvifica della letteratura. Genna enumera così echi sparsi – ma anche veri e propri calchi – da de Angelis, Majakovskij, Sereni, Petrarca, Battiato, Kafka, per contrappesare il soffocante appiattimento dell’operato artistico contemporaneo rappresentato. Non basta. La giostra pantofaga contemporanea riduce la poesia a partecipare al carnevale di stenti, agli ultimi scatti involontari dell’impero decadente. In questa assurda perdita di cognizione estetica, non si distingue più il pregio dal difetto, il vero dal falso, l’oro dal bronzo. Ciò che rimarrà dopo la fine sarà il Mercato, specializzato nella forma di commercio orbitante attorno al lutto e alle sue necessità.

Ecco che però la luminescenza del fondo, il rimbalzo inerziale del protagonista trova una via di fuga dal torpore della perdita. Trasformare la celebrazione della fine in oggetto artistico; costruire installazioni di arte contemporanea, una delle quali sulla morte dei bambini. La parola diventa immagine. L’impero con le sue sfaccettature si sradica dal vissuto e si cristallizza in icona eterna. Anche il varco temporale del romanzo a questa altezza si rende indistinto. Il gioco narrativo cade sulla variazione riempitiva dei flashback e diventa difficile capire cosa nel romanzo sia successo prima e cosa dopo. Il ciclo diventa unico e continuo. Il superamento dell’impero decaduto potrebbe quindi essere una sua terribile e ineluttabile riproposizione.

Fine impero è un romanzo barocco nella superbia campitura descrittiva dei corpi, presi nella flessione di finitudine, di precarietà estetica. Giuseppe Genna riassume venti anni di collaborazioni televisive, approfondimenti delle piaghe italiane, disagi politici e sociali vissuti, come dimostra in modo pregevole, in prima persona.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...