Cipro: la crisi e le mitiche realtà di un’isola divisa. Intervista a Francesco Grisolia – Parte II

di Giacomo Gabbuti

"Akel -Disy-sostenitori del Memorandum - tutti i bastardi camminano insieme"
“Akel -Disy-sostenitori del Memorandum – tutti i bastardi camminano insieme”

[Francesco Grisolia, antropologo, collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Da giugno si trova a Nicosia, capitale divisa di Cipro, in cui ha già condotto due ricerche sul campo. Prendendo spunto da questa intervista radiofonica, gli abbiamo rivolto una serie di domande per inquadrare l’attuale situazione economica, e contestualizzarla all’interno dell’irrisolta questione cipriota. Qui potete leggere la prima parte dell’intervista.]

Nella prima parte dell’intervista, ci hai aiutato a inquadrare non solo le differenze tra la comunità greco e turco-cipriota, ma anche quelle tra quest’ultima e la Turchia. Torniamo al 1974: come si è evoluta la situazione dall’occupazione militare di Cipro Nord? 

Da allora, in primo luogo, decine di migliaia di soldati turchi sono rimasti nella parte settentrionale dell’isola. In questi decenni si sono susseguite una serie di amministrazioni sostenute dalla Turchia, l’unico paese che riconosce la RTCN come stato autonomo. Non c’è mai stato un regime militare vero e proprio, ma nel recente passato Ankara ha condizionato fortemente la vita pubblica turco-cipriota: il dissenso politico non è stato tollerato granché, tra intimidazioni alla stampa “anti-turca” e in alcuni casi persino la morte sospetta delle voci più critiche. Le forze di opposizione hanno spesso sostenuto l’esistenza, anche a Cipro Nord, di uno stato profondo: un apparato pronto ad intervenire quando necessario, anche orientando l’andamento delle elezioni. Per decenni, nonostante il multipartitismo, il nazionalista Rauf Denktaş ha governato ininterrottamente, godendo dell’appoggio dell’establishment turco. Nel 2002, quando l’AKP è salito al potere, per la prima volta è emersa una frattura tra il governo turco e quello turco-cipriota.

Denktaş si è trovato all’improvviso con le spalle scoperte: il suo tradizionale massimalismo nei negoziati per la riunificazione dell’isola era ormai in antitesi alle aperture al dialogo con la controparte greco-cipriota, volute da Ankara.

I rapporti di forza a Cipro Nord sono cambiati anche – o essenzialmente, secondo alcuni opinionisti – per effetto del nuovo corso voluto dall’AKP nella gestione della questione cipriota. La perdurante divisione dell’isola rappresentava, e rappresenta ancora, un notevole ostacolo all’avvicinamento della stessa Turchia all’Unione Europea – obiettivo in cui l’AKP ha inizialmente creduto e investito.

L’egemonia nazionalista a Cipro Nord si è costruita e conservata per decenni non solo in virtù dei legami storico-culturali fra la madrepatria (Anavatan) turca e la patria-bambina (Yavruvatan) turco-cipriota, ma attraverso il regolare sostegno economico – oltre che diplomatico-militare – di Ankara. Il denaro turco, redistribuito a Cipro Nord spesso secondo logiche clientelari, ha generato – fra l’altro – un settore pubblico ipertrofico e scarsamente produttivo. Le conversazioni che abbiano per oggetto gli impiegati statali generalmente includono riferimenti ironici ai colletti bianchi locali: ben pagati, non sottoposti a ritmi di lavoro particolarmente serrati e spesso tutelati nella loro posizione da affiliazioni politiche o legami personali con figure influenti.

Tornando al referendum sul Piano Annan, nell’aprile 2004, dietro il sì turco-cipriota vi sono stati due importanti cambiamenti: da un lato, la profonda crisi economica turca del 2000-2001, seguita dal cambio di governo e dalla riduzione del sostegno economico di Ankara a Cipro Nord; dall’altro, i possibili orizzonti dischiusi dal Piano Annan – riunificazione dell’isola, ingresso nell’UE, uscita dallo stato d’isolamento internazionale. Il presidente Denktaş ha presentato per anni l’eventuale ingresso di Cipro nell’Ue, in assenza della Turchia, come un grave pericolo, una forma di “enosis camuffata”. Dal punto di vista dell’establishment nazionalista da lui guidato, i greco-ciprioti – grazie al sostegno della madrepatria greca e approfittando dell’assenza di Ankara nel club europeo – avrebbero potuto agevolmente imporre le proprie condizioni alla comunità turco-cipriota. Il declino della stella di Denktaş inizia nel 2003, e ad esso corrisponde il rafforzamento delle forze di centro-sinistra, tradizionalmente all’opposizione. Il ribaltamento dei rapporti di forza, dopo decenni di egemonia nazionalista, non è derivato solo – o prioritariamente, secondo alcuni – dall’amore per la pace, o dal desiderio di costruire un futuro comune con i greco-ciprioti. Alla base del sovvertimento degli equilibri interni vi sono state l’insofferenza verso il perdurante isolamento della RTCN e la conseguente dipendenza di Cipro Nord dalla Turchia.

Possiamo capire, dunque, il “sì” dei turco-ciprioti, e la loro recente “offerta” di riaprire il dialogo dopo la crisi greco-cipriota. Quali furono i motivi del rifiuto al piano Annan della comunità greco-cipriota? Sono ancora attuali?

Le ragioni del no furono numerose e di varia natura – fra cui obiezioni di carattere giuridico e timori economici. Vorrei però considerare un elemento di fondo, di carattere culturale, che ancora oggi sembra ostacolare il dialogo nell’isola.

Alcuni aspetti centrali del Piano Annan – la natura bizonale e bicomunitaria del futuro stato federale cipriota, e l’esercizio condiviso del potere – lungi dal rappresentare una formula di compromesso, hanno suscitato una forte opposizione fra i greco-ciprioti. Al di là delle non trascurabili valutazioni politico-economiche, dietro il rifiuto di concetti-chiave come bi-zonal, bi-communal e power sharing vi sono incompatibili rappresentazioni collettive e relative concezioni della legittimità di ciascun gruppo ad avanzare qualsivoglia rivendicazione.

Dalle fine degli anni ’70, a seguito della divisione dell’isola, i rappresentanti greco e turco-ciprioti hanno accettato e ribadito continuamente che la base per un futuro compromesso politico volto alla riunificazione di Cipro sarebbe la definizione di una federazione bizonale e bicomunitaria. Ciò significa un’entità politica composta da due piccoli stati (bizonal), ciascuno dei quali avrà una maggioranza etnica non alterabile (bicommunal). Com’è possibile, allora, che alla vigilia del referendum, dopo venticinque anni d’incontri negoziali imperniati su questi due concetti, alcuni politici greco-ciprioti di primo piano abbiano dichiarato che i loro concittadini non erano pronti per una simile soluzione e che non vi era stato tempo a sufficienza per chiarire il senso di questi termini? Le ragioni, a mio parere, sono due. Innanzitutto, il dibattito sul Piano Annan ha fatto emergere lo scarto fra la propaganda e le vuote promesse con cui gran parte della classe politica greco-cipriota ha costruito la propria rendita di posizione per decenni. La seconda e più profonda ragione alla base di questo apparente paradosso – venticinque anni di reiterazione ufficiale di alcuni termini e sconcerto di massa nel momento in cui essi vengono chiariti – è il modo in cui la maggioranza greco-cipriota ha pensato e tende ancora a concepire Cipro, ovvero come un’isola essenzialmente greca. Evidenzio l’avverbio perché proprio di essenza si tratta. Nell’immaginario nazionalista greco – importato nell’isola a partire dal diciannovesimo secolo – Cipro era ed è rimasta greca nonostante le molteplici colonizzazioni subite. Le stratificazioni culturali determinate da una storia di conquiste, scambi commerciali, incontri di popolazioni e contaminazioni reciproche sarebbero, tutto sommato, un aspetto secondario per l’identità cipriota, poiché lo spirito greco dell’isola non è stato contaminato dalle numerose influenze esterne.

Un altro elemento da considerare: la stessa esistenza della comunità turco-cipriota quale gruppo distinto è messa in discussione da alcune interpretazioni nazionaliste della storia locale. I turco-ciprioti altro non sarebbero che cristiani, greci convertitisi all’Islam per ragioni economiche e di status durante la dominazione ottomana. Ancora oggi mi capita di sentire commenti come: “in realtà qui arrivarono pochi ottomani…col tempo ci furono unioni miste e così vennero fuori i turco-ciprioti”. In simili rappresentazioni identitarie vi sono almeno due punti interessanti: il primo è la concezione biologica dell’appartenenza collettiva, il secondo riguarda le implicazioni politiche di tale prospettiva. I nati da coppie miste non sarebbero legittimati a considerarsi membri di un gruppo distinto. Non sembra sufficiente aver scelto, secoli fa, una lingua e una religione diversa quali demarcatori d’appartenenza; senza la finzione retrospettiva del sangue puro non si è realmente membri di una comunità. Per quanto concerne il secondo punto, bisogna tener presente che i riferimenti en passant del tipo “in effetti i turco-ciprioti non esistono” non sono casuali, ma legati ad un senso di giustizia etnicamente connotato, alle rivendicazioni più o meno legittime che ciascun gruppo può avanzare. Se i turco-ciprioti non esistono davvero quale comunità distinta, perché mai dovrebbero pretendere di essere posti sullo stesso piano dei greco-ciprioti? Per quale motivo i due gruppi dovrebbero essere trattati come due comunità con uguali diritti e poteri, in un’eventuale nuova cornice politica federale? Nel 2004, alla vigilia del referendum, l’allora Presidente Tassos Papadopoulos chiarì la propria scelta di votare “no” affermando: «ho ricevuto un popolo, non lascerò una comunità».

Un ulteriore motivo alla base del rifiuto del power sharing, oltre che della natura bi-zonal e bi-communal di un’eventuale Cipro riunificata, è il dato demografico: in rapporto alla popolazione totale dell’isola, la comunità greco-cipriota rappresenta ancora la grande maggioranza.

Mi chiedevi se questi ostacoli al compromesso sono ancora attuali…la risposta è: sì e no. Vi sono molti altri dettagli da considerare e le contingenze politico-economiche greco e turco-cipriote incidono, di volta in volta, sul peso relativo di ciascuno di essi. Il tuo riferimento all’attualità o meno degli elementi che dividono i due gruppi umani mi ha fatto venire in mente un saggio dell’antropologo Yannis Papadakis, «Enosis and Turkish Expansionism: Real Myths or Mythical Realities?». In esso  si analizza il modo in cui non la storia o la storiografia, ma la mito-storiografia incide sul presente di una nazione e sul modo in cui coloro che sentono d’appartenere a tale comunità percepiscono il proprio rapporto con un nemico archetipico. Il senso d’appartenenza alle comunità immaginate greca e turca – pensate come entità eternamente identiche a se stesse, nonostante ogni contingenza capace di mostrare il contrario – ha incluso (e spesso continua a includere) una tendenza a cogliere nell’eterno nemico una pulsione espansionista, l’illegittima aspirazione a conquistare ciò che appartiene a noi da sempre. Ovviamente questo “noi” ha confini molto malleabili (assolutamente rigorosi nella mente di chi vi si identifica), capaci di includere nella nazione greca il colono acheo del 1000 a.C., il suddito bizantino, quello ottomano di fede cristiano-ortodossa, il cittadino greco e greco-cipriota del ventunesimo secolo. Analogamente, sono turchi il soldato ottomano del XV secolo, il fervente kemalista degli anni ’20 del secolo scorso e il cittadino turco-cipriota contemporaneo. Ogni evento può essere ricondotto ad un assunto metastorico – l’eterno barbaro turco, o l’infido greco espansionista – capace di conferire significato alle contingenze storiche (ecco la mito-storiografia). La cronologia e i nessi causali contingenti diventano così destino nazionale, profezie che si autoavverano. Gli eventi su cui ragiona Papadakis nel saggio non sono né totalmente inventati (real myths) né propriamente contestualizzati e compresi alla luce di tutti gli elementi a nostra disposizione. Al contrario, sono ricostruiti attraverso selezioni retrospettive necessarie al mantenimento di un’immagine nobile e immacolata del proprio gruppo – cui prevedibilmente corrisponde una rappresentazione unilateralmente negativa del gruppo nemico. Le finzioni più durature ed efficaci sono le verità parziali o, seguendo Papadakis, le selezioni di eventi storici ancorate ad assunti metastorici (mythical realities). Almeno alcune delle “realtà mitiche” che hanno mantenuto divisi greco e turco-ciprioti negli ultimi decenni sono ancora attuali.

Cipro Nord: sulle colline che fronteggiano Nicosia campeggia la bandiera turco cipriota. Accanto a essa le parole di Atatürk, “Com’è felice colui che dice sono turco”.

Credi che la vicinanza dell’isola rispetto alla Turchia – un tempo impero, oggi potenza regionale in rapida ascesa – incida sulle possibilità di un accordo equilibrato fra greco e turco-ciprioti?

Effettivamente i rapporti di forza nell’isola sono contrari a quelli nell’Egeo: nel primo caso l’ago della bilancia favorisce i greco-ciprioti, nel secondo la Turchia – e indirettamente i turco-ciprioti. Anni fa ho trovato in un volume una vignetta in cui sono raffigurati un turco-cipriota e un greco-cipriota, vestiti in abiti tradizionali, l’uno di fronte all’altro. Il secondo è più alto e grosso del primo, tuttavia, alle loro spalle s’intravedono i “fratelli maggiori”, con proporzioni inverse. Soprattutto durante la Guerra Fredda, era diffusa nell’isola la consapevolezza che la Turchia, oltre ad essere militarmente superiore, contasse di più sullo scacchiere mediterraneo: qualora gli eventi avessero richiesto un intervento, Washington avrebbe prestato maggior ascolto al suo più importante alleato nella regione. Per certi versi, la stessa situazione si pose all’apertura dei negoziati per l’ingresso della Turchia nell’UE: le condizioni “favorevoli” proposte a Cipro Nord nel Piano Annan sarebbero state conseguenza, secondo la controparte greco-cipriota, dalla volontà europea di agevolare i negoziati con Ankara, portando la sua economia e il suo esercito nell’Unione.

L’ingresso della sola Repubblica di Cipro nell’Unione, l’1 maggio 2004, ha permesso ai greco-ciprioti di tenere sotto scacco la comunità turco-cipriota e la Turchia: da Paese membro, infatti, essa ha utilizzato tutte le opzioni disponibili per ostacolare – insieme alla Francia e alla Germania – i negoziati tra Bruxelles e Ankara. L’ostruzionismo è diventato superfluo negli ultimi anni, con l’affievolirsi dell’interesse turco nella prospettiva europea. Bruxelles e Ankara hanno fatto passi indietro rispetto alle iniziali reciproche aperture.

Dopo questa panoramica, ci aiuti a capire quali sono allora gli elementi che renderebbero oggi credibile l’ipotesi di riunificazione dell’isola?

Le condizioni economiche, difficilmente sostenibili in entrambe le parti dell’isola, potrebbero essere un buon incentivo. La Repubblica di Cipro sta sperimentando un bail-in piuttosto duro, decretato dalla troika. A sua volta, l’economia turco-cipriota, mantenuta in vita dal sostegno di Ankara, attraversa una fase di ristrutturazione etero-diretta. A seguito della crisi globale, che ha avuto un impatto iniziale molto forte sulla stessa Turchia, negli ultimi tre anni il governo di Ankara ha imposto a Cipro Nord dei paketler (“pacchetti”) di riforme, simili a quelli che la Repubblica di Cipro è costretta ad approvare in questi giorni. I pacchetti prevedono misure come la ristrutturazione del settore pubblico, la privatizzazione di alcune organizzazioni statali o semi-statali, e l’introduzione di un diverso sistema pensionistico. Con una battuta (“la Turchia è il nostro Fondo Monetario”), tre anni fa un mio informatore ha riassunto le affinità fra Cipro Nord e altri paesi investiti dalla logica dell’austerity – come la Repubblica di Cipro e l’attuale piano di salvataggio definito dalla troika. Sebbene entrambe le parti siano consapevoli del ruolo giocato dalla situazione economica nell’eventuale riapertura dei negoziati per la riunificazione dell’isola, l’eredità della storia è ancora forte. Numerose ricerche e sondaggi convergono su un denominatore comune: la reciproca diffidenza fra i due gruppi. Le maggioranze in entrambi dubitano che, qualora si giunga ad un accordo, questo sarebbe effettivamente onorato dalla controparte. Solo alcune minoranze “illuminate” si rendono conto che, continuando a tergiversare, le condizioni sul tavolo finiranno per essere peggiori per entrambi, e le possibilità di accordo si ridurranno.

La consapevolezza della necessità di un nuovo approccio è sembrata emergere nella comunità greco-cipriota con l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica di Cipro, Nicos Anastasiadis. Nel 2004 egli ha sostenuto il Piano Annan e successivamente ha assunto posizioni dettate dal buon senso, più che dalla retorica difesa dell’“interesse nazionale” – rivelatasi piuttosto controproducente negli anni. Il suo partito, il DISY, pur essendo erede della componente più nazionalista dello scenario greco-cipriota, ha recentemente assunto un’ottica pragmatica, comprendendo che il passare del tempo potrà solo approfondire la “turchificazione” di Cipro Nord, prodotta dall’arrivo d’immigrati (o coloni) turchi e dallo stretto rapporto con Ankara. I dati di fatto demografici, economici e diplomatici con cui la Repubblica di Cipro dovrà confrontarsi rischiano di divenire sempre più sfavorevoli. Proprio “l’interesse nazionale” richiede di evitare ulteriori perdite di tempo.

Nel recente passato i partiti greco e turco-ciprioti tradizionalmente promotori del dialogo (AKEL e CTP) non sono stati in grado di presentare tale approccio come l’unica scelta realmente sensata per entrambi i gruppi: esposti alle accuse di “tradimento” e “svendita” della propria comunità da parte delle forze d’opposizione, i precedenti presidenti, Christofias e Talat, non hanno compiuto alcun reale passo in avanti nei negoziati, deludendo le aspettative del loro elettorato e degli osservatori internazionali.

L’attuale controparte di Anastasiadis, Derviş Eroğlu, ha avversato nel corso della sua carriera una soluzione federale, giudicando la divisione dell’isola un dato non da modificare ma da ufficializzare sul piano diplomatico. Da questo punto di vista non sembrano esservi i presupposti per il raggiungimento di un compromesso in tempi brevi. Tuttavia, i nuovi equilibri politici a Cipro Nord prodotti dalle elezioni di domenica e, come ricordato, le condizioni economiche a nord e a sud della Linea Verde potrebbero incidere positivamente sulla riapertura dei negoziati, prevista ad ottobre.

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A proposito di soluzioni improvvise: cosa ci dici della possibilità di un’uscita volontaria di Cipro dall’Unione economica e monetaria? Colpirono le affermazioni di un funzionario cipriota, che dichiarava al NYT di essersi sentito, durante le trattative con la Trojka, «come nel 1974».

La reazione di pancia c’è stata e la rabbia contro le istituzioni europee si è tradotta in una serie di manifestazioni e sit-in abbastanza accesi, non esattamente all’ordine del giorno a Cipro.

Il paragone col 1974 è stato dettato dall’emotività del momento. Il ’74, con la divisione dell’isola e l’occupazione militare turca di oltre un terzo dell’isola – la parte con i terreni più fertili – ha prodotto un trauma non solo politico e socio-culturale, ma anche economico. Venendo al presente, la crisi bancaria ha generato tassi di disoccupazione, anche giovanile, a due cifre. Uno scenario simile a quello del ’74, ma non prodotto da una guerra. L’impatto sull’opinione pubblica è stato pesante. Paesi come l’Italia hanno fatto già il callo alla stagnazione economica e al peggioramento delle condizioni di lavoro, soprattutto dei giovani. Per Cipro, invece, si tratta di un fenomeno nuovo e il trauma è amplificato dal “tradimento” dell’Unione Europea. L’opinione pubblica greco-cipriota non ha colto alcuna solidarietà da parte delle istituzioni europee, al contrario non sono mancate – soprattutto da parte della Germania – posizioni molto rigide, come la richiesta di condizioni dure e immediate per il piano di salvataggio, oltre alla retorica sui mediterranei spendaccioni e corrotti e l’indisponibilità dei soldi dei cittadini nordeuropei per salvarli. I greco-ciprioti hanno percepito, insieme alla mancanza di solidarietà, l’impiego di un double standard nella definizione del piano di salvataggio per la Repubblica di Cipro. Altri paesi membri dell’UE (Lussemburgo in primis) forniscono minor trasparenza della Repubblica di Cipro nelle loro transazioni finanziarie, ma per mesi si è avuta l’impressione che l’isola sia l’unico paradiso fiscale europeo.

L’uscita dell’Euro, comunque, non è stata presa in seria considerazione dall’attuale governo. Le argomentazioni a favore del ritorno a una valuta nazionale come stimolo alla ripresa dell’export non hanno avuto successo, le esportazioni della Repubblica di Cipro sono molto limitate: la sua economia è basata prevalentemente su servizi – dal turismo alla finanza – che beneficiano di una valuta forte e comune agli altri Paesi europei. Attualmente abbandonare l’Euro sembra un salto nel buio: sono anzi aumentate le richieste di una presa di posizione chiara a favore della permanenza nell’area monetaria europea, in modo da “riguadagnare la fiducia dei mercati”.

Il ruolo della finanza sull’isola è una tema interessante: le statistiche ci raccontano una distribuzione dei redditi piuttosto uniforme. Questo è in contraddizione con quanto normalmente accade in quei Paesi dove la crescita è trainata dal settore creditizio (si pensi alla Gran Bretagna o agli Stati Uniti): si può dire che i ciprioti abbiano tratto beneficio dalla finanziarizzazione, in termini di potere d’acquisto dei ceti medio-bassi, magari vivendo effettivamente «al di sopra delle proprie possibilità»?

Rispetto alla maggioranza dei paesi mediterranei nella Repubblica di Cipro c’è una società meno eterogenea, non caratterizzata da forti disuguaglianze, e questo vale anche per Cipro Nord. Quando si è inceppato il sistema, tutte le famiglie sono state colpite in modo simile. Analogamente, il regolare sostegno economico turco ha prodotto una condizione di relativo benessere diffuso a Cipro Nord. In questo senso i ciprioti hanno vissuto «al di sopra delle proprie possibilità», grazie ai servizi finanziari, o al supporto di Ankara. Tuttavia, la crisi della Repubblica di Cipro non è stata causata dall’attività di riciclaggio – reale o presunta – di capitali stranieri, ma dalle difficoltà di due istituti bancari, che hanno acquistato (come le principali banche tedesche) ingenti quantità di titoli di stato greci. Dopo la bancarotta greca, i titoli si sono rivelati più rischiosi di quanto non dicessero i rating delle agenzie internazionali. Trovatesi nella necessità di ricapitalizzare – anche a seguito degli accordi imposti dalla BCE alla Grecia – le banche cipriote hanno richiesto l’aiuto dell’Unione Europea e del FMI, ricevendo una serie di bacchettate. La retorica dell’efficienza economica nell’UE sembra operare selettivamente: non scatta sempre e non incide ugualmente su tutti i paesi membri.

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