Diario da Atene – capitolo 5

di Anna Giulia Della Puppa

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Anna Giulia Della Puppa è nata a Trieste nel 1987. Si è laureata in Filologia romanza a Bologna, ha frequentato alcuni corsi presso la Scuola Holden, è laureanda in antropologia sociale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente si occupa soprattutto di antropologia dello spazio, dei disastri e del conflitto urbano. Questo è il secondo capitolo del suo diario di campo da Atene, dove sta svolgendo ricerche sulle conseguenze socio-culturali della crisi economica in Grecia. Qui potete leggere il prologo, il primo, il secondo e il terzo capitolo.

Atene, 11 luglio 2013

sull’ultima roccia, cerca
la complicità che non si scioglie
lo sconosciuto a cui regalare la tua ultima illusione
a un passo dall’abisso, cerca
i pensieri che fanno tremare i polsi
la vertigine sopra le tue amabili rovine
in un grumo di solitudine, cerca
la comunanza che brucia i limiti
la parola che ti afferri nel vuoto

Ludd, L’ultima Voce

Ho aspettato che quest’ansia finisse, prima di scrivere. In qualunque modo finisca, mi sono detta, voglio aspettare.

Kostas Sakkas è un anarchico di 29 anni, rinchiuso nelle patrie galere da più di due anni dopo essere stato arrestato con l’accusa di terrorismo e “anarchia”. È rimasto in attesa di processo tutto questo tempo, nonostante sia lui che la Cospirazione delle cellule di fuoco di cui è sospettato di fare parte neghino sin dall’inizio di avere a che fare l’uno con le altre. Ha rivendicato, però, di essere anarchico. Una volta scaduti i 18 mesi della carcerazione preventiva, quindi nell’attesa di un giudizio, come permette la legge antiterrorismo il periodo detentivo è stato raddoppiato. Al suo scadere, 38 giorni fa,  Kostas è entrato in sciopero della fame. Ha perso 13 kg nei primi 30 giorni. Ha scritto parole meravigliose, dal carcere, che si possono leggere qui.

Ha chiuso con la famosa poesia della poetessa  Martha Medeiros, e attribuita a Neruda:

Lentamente muore […]
chi non rischia la certezza per l’incertezza,
chi rinuncia ad inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.
[…]

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che  essere vivo richiede uno sforzo di
gran lunga
maggiore
del semplice fatto di respirare!

Ho trovato incredibile che queste parole fossero fatte proprie da una persona che, in un certo senso, mette il suo corpo a disposizione della morte, per protesta.
Mi sono venuti in mente alcuni passaggi di Furio Jesi su Rosa Luxemburg, e un coro che viene ripetuto spesso nei cortei, ma che adesso ha acquisito valore e forza: “il sentimento per la libertà è più forte di ogni galera.”
Ho pensato molto al corpo al corpo che degrada, che si sciupa. Al corpo senza organi di Deleuze e Guattari.
“un CsO è fatto in maniera tale che può essere occupato solo da intensità. Solo le intensità passano e circolano”.[1] Il corpo di Kostas Sakkas è un corpo umano che deperisce senza nutrimento, ma è anche un corpo politico che vive di un’energia che sta altrove. Nel rumore delle battaglie, nella polvere del selciato, nella complicità di mille occhi.
Lo si è sentito nella sua voce, quando, durante un presidio (una delle tante iniziative di questi ultimi tempi) sotto l’ospedale in cui è stato ricoverato intorno al ventesimo giorno di sciopero della fame, ha urlato dalla finestra “Fino alla vittoria, fino alla fine!”.
Parole forti e commoventi, che per un corpo che deperisce vogliono dire anche “fino alla morte”.
C’era molta preoccupazione tra i compagni per la sua situazione. Gli ordini di problema erano due, almeno. Il primo era la potenziale incapacità di reagire ad un sacrificio così grande. Non essere abbastanza forti da non rendere un corpo senza organi un martire. Lasciare che diventasse un’altra bandierina che chiunque avrebbe potuto sventolare nella volontà di puntare il dito contro questa o quella parte politica, ignorando che invece, Kostas, fosse contro la mela intera.

La concatenazione di senso funziona se si trova corrispondenza tra il dentro e il fuori, ma se il fuori è immobile e in crisi, come il movimento, qui, negli ultimi mesi?
Un altro ordine di problemi, più pratico era l’apparato repressivo.
E se ci fosse stata reazione, invece, se questa morte, un’altra morte, ci avesse svegliato effettivamente dal torpore?
Negli ultimi mesi la violenza della polizia e delle forze dell’ordine, non necessariamente “praticata”, ma anche solo paventata con enormi spiegamenti di forze che costantemente pattugliano le strade della città in moto e in piccoli presidi ai bordi delle strade, è cresciuta molto. Non solo intorno ad Exarchia, come un tempo, si vedono gli autobus enormi della polizia coi caschi e gli scudi appesi in bella vista, ma dappertutto squadre di delta force in moto, a qualunque ora del giorno e della notte  percorrono le strade.

Mi hanno fermata una sera, mentre a piedi andavo da casa a Exarchia attraverso Kolonaki. Avevo una mingonna stracciata, le mie solite converse e una canotta nera. Mi hanno chiesto dove andassi, se stessi andando a Exarchia e perché, a fare cosa. Mi hanno chiesto i documenti. Italiani. “Sono in erasmus”, ho mentito. Hanno un po’ confabulato tra loro, e poi mi hanno semplicemente guardata schifati “vattene!” mi hanno detto.

Sono molto giovani, i poliziotti, adesso.  E hanno un’aria quasi decadente: i cani da guardia di un mondo in rovina. Gli Gmork della Grecia coi soldi, quella delle cartoline con il Partenone e le vacanze nelle Cicladi nelle quali dilapidare un anno di risparmi.

Ieri c’è stato un piccolo corteo sotto l’acropoli, prima della sentenza del consiglio sulla scarcerazione o meno di Sakkas dagli arresti preventivi. Poche persone, una passeggiata con uno striscione bianco, in mezzo ai turisti. All’improvviso sono arrivate cinque, sei moto di poliziotti che hanno attaccato il corteo. Hanno manganellato casualmente e con veemenza chi sono riusciti a beccare, e hanno portato in questura dieci persone random.

Il sole di luglio e le cariatidi all’orizzonte hanno dato a tutta la scena una grottesca immobilità.
Un attacco ingiustificato e con il chiaro intento di terrorizzare i presenti. Un avvertimento, forse.
“Lo Stato diventa il solo principio che distingue tra soggetti ribelli, rinviati allo stato di natura, e sggetti consenzienti, che rinviano direttamente alla sua forma. (…) in questo senso, la replica dello Stato consiste nello striare lo spazio, contro tutto ciò che rischia di oltrepassarne i limiti.”[2]

Chi è stato ad Atene e ha visitato l’Akropoli forse ha presente lo spazio di cui sto parlando.
Una lunga camminata pedonale collega le due fermate della metropolitana di Thissio (il treno elettrico, linea verde, per la verità) e di Akropoli (linea rossa; stazione costruita con l’inaugurazione del nuovo museo archeologico).
Lo spazio è piacevole, ma assolutamente inautentico. Al caos della città circostante è stata sostituita la geometria razionale di uno spazio striato, ad uso e consumo dell’occhio dei turisti. Alle due estremità della passeggiata, quasi nessuna abitazione, se non evidentemente molto costosa, diversi alberghi e bed and breakfast, e molti uffici ai piani, e caffetterie  e negozi di souvenir al suolo.

La camminata invece è lastricata di marmo chiaro. Recintata da ambo i lati per impedire la salita al Partenone senza passare per la cassa, e per evitare che le persone si avventurino in luoghi non preposti. Diverse panche di marmo e piccoli cestini per rifiuti, discreti ed inevitabilmente non efficaci. E poi, il “nuovo museo dell’acropoli”. Davvero splendido. Un’architettura minimale, e piacevole, ma soprattutto degli interni e dei percorsi studiati con intelligenza. Ma questa non è “la città” come intesa da Lefevre, lo spazio del desiderio. La spazializzazione della cultura; è piuttosto “il vero inferno”, per dirla con Jesi, “in nulla essa, edificata dai padroni, si fa solidale coi rivoltosi. Essa è il simbolo incombente e granitico della forza dei “mostri” che presto prevalgono”[3].

E i mostri sono arrivati.

“solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come la propria città:proprio, perché dell’io e al tempo stesso degli “altri”; propria perché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria perché spazio (…) in cui il tempo storico è sospeso”.[4]

Ma questo, l’abbiamo già detto, è lo spazio dell’architettura di Lefevre, lo spazio striato di Deleuze e Guattari. Lo spazio inferno di Jesi.

E i corpi?

I corpi, per quanto lacerati non interrompono i concatenamenti, rimangono saldi. Fino alla vittoria, fino alla fine”.

Oggi è arrivata la sentenza. È stata stabilita la scarcerazione di Kostas Sakkas, ma con pesantissimi limiti alla sua libertà, essendo ancora in attesa di giudizio.
Non potrà uscire da paese, ma neppure dalla regione dell’Attica, se è per questo. Dovrà risiedere nella casa in cui è registrata la sua residenza, avrà l’obbligo di firma settimanale presso la questura del suo quartiere, non potrà avere contatti di alcun tipo con nessun dei suoi compagni accusati di terrorismo con lui e, soprattutto, condizione per la scarcerazione è una cauzione di 30000 euro.

È evidente come la libertà sia un’altra cosa.
Da subito ha espresso il desiderio di evitare il sistema bancario per la raccolta dei fondi che serviranno a comprargli la possibilità di non vivere nella prigione di Korydallos, dove ha passato fin troppo tempo.

La concatenazione ha tenuto, comunque. Il corpo senza organi ha avuto la meglio.
“Quella netta qualificazione demoniaca dei simboli del potere degli sfruttatori, conferisce valore determinante alla battaglia, non alla vittoria. (…) la vittoria è già implicita nella battaglia”[5].

 Fino alla vittoria, fino alla fine, quindi, che la battaglia continui.

Un resoconto dettagliato, in inglese, si può trovare qui  e qui.


[1] G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani,  1980, ed. it. Catelvecchi, Roma 2010

[2] ibidem

[3] F. Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino 2000

[4] ibidem

[5] ibidem

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. elisabettapendola ha detto:

    un saluto da Santorini!

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